Calabria terra di Immigrazione.



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«Volevamo braccia, sono arrivati uomini», sospirò trent’anni fa lo scrittore svizzero Max Frisch spiegando perché troppi connazionali fossero così ostili agli immigrati italiani contro cui avevano scatenato tre referendum. Ostilità antica. Anche i nostri nonni furono portati in salvo come i neri di Rosarno. Le autorità furono costrette a organizzare dei treni speciali per sottrarli nel 1896 al pogrom razzista scatenato dai bravi cittadini di Zurigo. E altri gendarmi e altri treni avevano sottratto i nostri nonni, tre anni prima, ad Aigues Mortes, alla furia assassina dei francesi che accusavano i nostri, a stragrande maggioranza «padani», di rubare loro il lavoro.

Che ci sia la 'ndrangheta dietro la schiavitù degli africani nelle campagne calabresi è cosa risaputa da decenni. Essa ha messo in atto una strategia terroristica per piegare i lavoratori stranieri attraverso condizioni disumane di lavoro nei campi, di sfruttamento, facendo uso di minacce, botte, di azioni squadristiche, e fucilate come e peggio che nel gennaio del 2010. Nessuno ricorda i primi attentati ai danni dei migranti nel rosarnese, a partire dal 1990. Nella zona arrivano le prime comunità di braccianti stagionali, in prevalenza magrebini. La gente li accoglie, riescono a trovare delle sistemazioni dignitose, ma c'è chi preferisce il piombo. La sera del 10 settembre '90 a subire una gambizzazione a colpi di pistola è il giovane 28enne Mohamed El Sadki. Stessa sorte tocca un anno dopo, il 23 dicembre del '91, all'algerino 24enne Mohammed Zerivi. Il 27 gennaio del '92 i due giovani algerini Malit Abykzinh, di 24 anni, e Boumtl Rabah, di 27 anni, trovano sulla porta di casa un gruppo di ladri intenti a forzare la porta dell'appartamento con una sbarra di ferro. Sorpresi dagli africani, i malviventi reagiscono sparando: il più giovane finisce in ospedale con ferite gravissime all'addome, l'altro con una mano trapassata dai proiettili. Questi sono solo alcuni episodi che si verificarono in quel periodo, di cui è rimasta traccia per gli sviluppi imprevisti dell'azione. Decine e decine di atti di violenza sono però passati sotto silenzio. Ma perché quei furti in case poverissime? Perché quelle sparatorie? A volte si tratta di rapine, a volte di intimidazioni, a volte di puro razzismo. Colpire i neri diventa quasi un rito di iniziazione per i giovani aspiranti 'ndranghetisti della Piana. C'è solo una regola: i neri devono subire in silenzio.

Fonte: http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2010/mese/02/articolo/2336/

IL 14 gennaio 2010 sono giunti in serata a Riace e a Caulonia, i 55 rifugiati facenti parte di un gruppo di 178 palestinesi provenienti dall’Iraq che l'Italia ha deciso di accogliere su sollecitazione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). I palestinesi in Iraq sono un gruppo minoritario dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, sono stati oggetto di violenze a causa delle quali sono stati costretti a scappare. Dapprima si erano rifugiati nel campo di Al Tanf,dove, situato in una striscia di deserto tra Siria e Iraq, ma le terribili condizioni di vita hanno indotto l’Unhcr a esortare la comunità internazionale a offrire asilo a queste persone. Tra i vari Paesi anche l’Italia ha proposto di accoglierne un gruppo di 178, composto da famiglie e persone con professionalità diverse: sarti, muratori, barbieri e anche un chitarrista di un certo successo in Iraq.

«Riace – ha detto Laura Boldrini, portavoce in Italia dell’Alto commissario per i rifugiati – è un piccolo comune che da circa 10 anni pratica l’accoglienza. Qui, la convivenza tra rifugiati e comunità locale è sempre stata buona. Questo anche grazie all’impegno del sindaco Domenico Lucano, che ha coinvolto la cittadinanza in questa scelta, e che crede fortemente nei rifugiati come risorsa. Quindi, la Calabria non è solo quello che abbiamo visto nei giorni scorsi a Rosarno ma è anche un luogo dove è possibile dare risposte concrete all'integrazione. Ci auguriamo che questa realtà, al pari di





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Grandi storie di piccoli paesi. Riace e gli altri Con interventi di Giovanni Maiolo e la prefazione di Tonino Perna


Riace, almeno, aveva i Bronzi. Ma Caulonia? Stignano? Piccoli paesi di una Calabria famosa per brutti motivi: è la Locride degli omicidi e di stragi come quella di Duisburg, in Germania. Poi, dallo stesso mare delle statue arrivano i kurdi, gli iracheni, i palestinesi, e, tra la sorpresa generale, i poveri accolgono i poveri, riaprono le case svuotate dall’emigrazione, fanno rivivere i centri storici morenti, riannodano passato e futuro. Questo libro è un crocevia di racconti di vita. Attorno ai nuovi abitanti, i rifugiati, si muovono la ribellione alla ‘ndrangheta e le lotte contadine di una volta, il giovane emigrato per lavorare alla ThyssenKrupp e il ragazzo pacifista ucciso a Gerusalemme. E Domenico Lucano, sindaco «per caso» di Riace iscritto al «partito di Peppino Impastato». Forse è nel sud che si trovano le risposte utili per il nord. Chiara Sasso vive in Valle di Susa e fa parte del movimento No Tav. Ha scritto libri su problemi sociali. Tra gli altri, editi da Carta / Intramoenia sono «No Tav, cronache della Valle di Susa» e «Patto di mutuo soccorso». Dal 2003 è impegnata nel Coordinamento della Rete dei comuni solidali [Recosol], e da alcuni anni segue l'esperienza dei comuni della Locride.