Al Jazeera: «Israele ora segue le dittature arabe»

Medio Oriente. La tv qatariota determinata ad andare fino alla Corte Suprema pur di vincere la battaglia contro il governo Netanyahu deciso a chiudere i suoi uffici a Gerusalemme. Ieri a Ramallah incontro tra Re Abdallah di Giordania e Abu Mazen

8 Agosto 2017 – Michele Giorgio, GERUSALEMME

«I comunicati che abbiamo diffuso esprimono ampiamente la nostra posizione, non abbiamo altro da aggiungere per il momento», ci rispondono così dalla redazione di al Jazeera a Gerusalemme. I toni sono prudenti ma solo in apparenza. Il direttore della sede locale della tv qatariota, Walid Omari, è pronto ad ingaggiare una battaglia legale fino alla Corte suprema. Intende smentire categoricamente l’accusa di aver «istigato» il mese scorso, con servizi e collegamenti live, i palestinesi a protestare contro le misure di controllo attuate e poi revocate da Israele sulla Spianata della moschea di al Aqsa. «Noi riportiamo la realtà. È quella che è brutta non la qualità dei nostri servizi», ha spiegato Omari mentre dalla sede centrale di al Jazeera a Doha sottolineano che la decisione israeliana di chiudere gli uffici dell’emittente a Gerusalemme è presa «da uno Stato che sostiene di essere l’unico democratico in Medio Oriente».

Il problema è politico. Al Jazeera da sempre mostra simpatia per i movimenti islamisti, a cominciare dai Fratelli musulmani finanziati dai ricchi emiri qatarioti ma osteggiati dalla potente casa dei Saud e combattuti da Israele. Ha un ufficio di corrispondenza anche a Gaza perché al potere c’è Hamas, braccio palestinese della Fratellanza, e non solo perché quel martoriato lembo di terra palestinese è teatro di guerre e crisi umanitarie gravissime. Però ha svolto sin dal suo primo giorno di vita un lavoro di cronaca e di analisi, condivisibile o meno poco importa. Ha fatto del giornalismo. Il governo israeliano ora la considera “fiancheggiatrice del terrorismo” dimenticando che l’emittente qatariota è stata la prima tv araba globale a dare voce anche ai dirigenti politici e militari israeliani. Attraverso di essa lo Stato di Israele si è rivolto a milioni di arabi.

Un punto al quale il ministro delle comunicazioni e druso israeliano Ayoub Kara, non ha fatto alcun riferimento domenica scorsa durante la conferenza stampa con cui ha annunciato che farà il possibile per chiudere la sede di al Jazeera. Misura che potrebbe rivelarsi di difficile attuazione da un punto di vista legale. L’emittente in ogni caso è in grado di trasmettere anche da Ramallah e Gaza e comunque i suoi telespettatori arabi e palestinesi la guardano grazie alle antenne satellitari e non con la tv via cavo israeliana. Uno degli analisti più noti di al Jazeera, il palestinese Marwan Bishara, ieri sottolineava che Israele segue la linea degli Stati arabi sunniti, ossia dell’Arabia saudita e dei suoi alleati che hanno scatenato una guerra diplomatica ed economica contro il Qatar. «Quelle dittature ora dicono a Israele come deve comportarsi con la stampa e come regolarsi con le credenziali dei giornalisti…Israele riceve le disposizioni dai dittatori arabi». Non servono però gli analisti per comprendere che il premier Netanyahu, che ha applaudito alle misure annunciate dal ministro Kara, vuole aggianciare Israele al carrozzone guidato da Riyadh, in modo da consolidare l’alleanza israelo-sunnita che prende forma dietro le quinte.

Uno dei rappresentanti di primo piano di questi regimi autoritari, tutti saldamente alleati degli Stati Uniti, era ieri a Ramallah. Re Abdallah di Giordania, per la prima volta nei Territori occupati palestinesi dal 2012, ha incontrato per due ore il presidente dell’Anp Abu Mazen. Il monarca hashemita ha chiesto di rafforzare la cooperazione tra Giordania e Anp per proteggere i luoghi santi islamici a Gerusalemme. Palestinesi e giordani, si è appreso dopo il faccia a faccia, daranno vita ad un’unità di crisi per valutare future sfide nella moschea al-Aqsa. Al di là dei negoziati la visita di re Abdallah soltanto nei Territori palestinesi, ha avuto lo scopo anche di lanciare un messaggio a Netanyahu. Ossia che non è ancora risolta la crisi diplomatica tra Giordania e Israele, cominciata con le tensioni innescate il mese scorso dalle nuove misure introdotte dallo Stato ebraico sulla Spianata di Al Aqsa e proseguita con l’uccisione di due cittadini giordani – tra i quali un 17enne – da parte di una guardia dell’ambasciata israeliana ad Amman durante una presunta tentata aggressione.

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