Giornalisti sotto il tallone della lobby sionista

Jonathan Cook descrive come vengono addomesticati i giornalisti: “Jodi Rudoren dice che i Palestinesi sono in stato di ‘apartheid’ — ma non lo ha mai detto  sul  New York Times”

1 /8/2017  Indovinate un po’ chi ha detto questo di recente: “Il modo in cui Israele tratta i Palestinesi sa molto di apartheid, non solo nella Palestina occupata, ma anche dentro Israele dove un cittadino su 5 è palestinese.”  Non si tratta di di Jimmy Carter, l’ex presidente USA che già 10 anni fa si espresse in tal modo in un libro che fece scalpore, ma si tratta di Jodi Rudoren capo, fino a 18 mesi fa, dell’ufficio di Gerusalemme del New York Times (NYT) decisamente assai indulgente verso Israele, in una intervista a John Lyons per un giornale australiano. Nel suo libro Balcony Over Jerusalem Lyons descrive non solo gli attacchi subiti personalmente da parte della lobby sionista australiana, ma anche l’esperienza di altri. Lyons mostra come giornalisti che si occupano di Israele e Palestina siano soggetti a fortissime pressioni da lobbisti pro-Israele perchè si autocensurino, descrivendo Israele assai meglio e i palestinesi assai peggio.

Nei suoi 4 anni come capo dell’ufficio Gerusalemme la Rudoren si guardò bene dal parlare di apartheid o di dare spazio sul NYT a chi affermava ciò, né parlò mai delle miriadi di norme e leggi Israeliane che di fatto praticano l’apartheid. La ragione è chiara: se avesse fatto altrimenti avrebbe commesso un suicidio in termini di carriera. Riporta Lyons che Rudoren conclude “non vi è un dibattito sano in USA su Israele a causa del potere della lobby pro-Israeliana AIPAC (American Israel Public Affairs Committee)”, talmente potente che il Congresso ha accolto Netanyahu con un entusiasmo raramente espresso per altri.

Personalmente ebbi -dice J. Cook- per un breve periodo un incarico in Israele per conto del Guardian ed International Herald Tribune. Sono stato rapidamente vilipeso da questi gruppi lobbisti ed avendo rifiutato di “abbassare i toni” mi sono trovato estromesso in breve.

Per non subire le ire dei lobbisti altri editori provvedono direttamente:

  • Reuters prescrive un formulario in cui viene definita la terminologia da adottare per il conflitto Israele-Palestina
  • Springer, il maggiore gruppo editoriale tedesco, richiede ai giornalisti di firmare un documento in cui concordano che “sosterranno i diritti vitali del popolo di Israele”
  • La australiana SBS, TV, radio e siti online, ha delle linee guida per i giornalisti: “ dobbiamo evitare di descrivere le colonie come insediate su terra Palestinese o su terra contesa, o parlare di territori occupati”

Lyons aveva prodotto uno dei pochi documentari TV che mostravano la dura realtà dell’occupazione , “Stone Cold Justice”, prodotto dalla australiana ABC TV, che documenta come minori Palestinesi imprigionati da Israele siano soggetti ad abusi fisici, torture, obbligati a false confessioni e indotti a entrare nel sistema di spionaggio, filmato che ha prodotto le ire della lobby pro-Israele con irruzioni di  funzionari dell’ambasciata Israeliana dentro il suo proprio ufficio.

Lyons rileva infine quanto sia comune per editori e giornalisti, accademici, studenti, sindacalisti venire invitati in Israele in viaggi pagati dalla lobby dove vengono bombardati di disinformazione per renderli ancora più addomesticati, viaggi da cui tornano con informazioni distorte che influiscono poi sull’opinione pubblica. Gli editori che tornano da questi viaggi capiscono che un capo dell’ufficio su Israele deve essere una persona che sa guadagnarsi la fiducia dei funzionari Israeliani.

 

(trad. e sintesi di Claudio Lombardi) su http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&view=article&id=5763:giornalisti-sotto-il-tallone-della-lobby-sionista&catid=27&Itemid=78

Fonte:http://mondoweiss.net/2017/08/palestinians-experience-apartheid/

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