Che cosa accade quando una ebrea settler prende a schiaffi un soldato israeliano?

Sia Yifat Alkobi che Ahed Tamimi sono state poste sotto interrogatorio per aver dato uno schiaffo a un soldato in Cisgiordania, ma i loro casi si assomigliano solo in questo, semplicemente perché una è ebrea, l’altra palestinese. Copertina Yifat Alkobi  crediti: Tomer Appelbaum

Noa Osterreicher  – 05 gennaio 2018

Noa Osterreicher
Haaretz Contributor

Quello schiaffo non si è guadagnato la prima pagina nelle notizie della sera. Quello schiaffo, che è atterrato sulla guancia di un soldato della Brigata Nahal a Hebron, non ha portato a un’incriminazione.

L’assalitrice, che ha schiaffeggiato un soldato che stava cercando di fermarla mentre tirava pietre, è stata posta sotto fermo per essere interrogata, ma è stata rilasciata su cauzione il giorno stesso ed è potuta tornare a casa. Prima di tale episodio, era stata accusata cinque volte di lancio di pietre, aggressione a pubblico ufficiale e disturbo della quiete pubblica, ma mai una volta è stata incarcerata. In un caso, è stata condannata e posta in libertà vigilata, negli altri ha preso un mese di servizi sociali e ha dovuto pagare un’ammenda simbolica, come risarcimento alle parti offese.

L’imputata ha sistematicamente ignorato i mandati di comparizione, ma i soldati non sono mai andati a tirarla giù dal letto in piena notte, né hanno mai arrestato alcun suo familiare. A parte una breve relazione di Chaim Levinson sull’episodio, avvenuto il 2 luglio 2010, non ci sono state conseguenze allo schiaffo e ai graffi inferti da Yifat Alkobi alla faccia del soldato che l’aveva sorpresa mentre scagliava sassi contro i palestinesi.

Il portavoce della brigata dello IOF ha detto, all’epoca, che l’esercito “considera grave ogni episodio di violenza contro le forze di sicurezza”; nonostante ciò, l’assalitrice continua a vivere tranquillamente a casa sua. Il ministro dell’Educazione non ha chiesto che resti in prigione, i social media non sono esplosi con appelli a che venga violentata o uccisa, e il giornalista Ben Caspit non ha suggerito che venga punita con il massimo della pena “al buio e senza telecamere”.

Come Ahed Tamimi, la Alkobi è nota da anni alle forze militari e di polizia che circondano il suo luogo di residenza, ed entrambe sono considerate una seccatura, addirittura un pericolo. La principale differenza tra loro è che la Tamimi ha aggredito un soldato inviato da un governo ostile che non riconosce la sua esistenza, ruba le sue terre e ammazza e ferisce i suoi parenti, mentre la Alkobi, una criminale seriale, ha aggredito un soldato della sua stessa gente e della sua religione, inviato dalla sua nazione per proteggerla, una nazione di cui lei è cittadina con speciali privilegi.

La violenza ebraica contro i soldati nei territori è normale amministrazione da anni. Ma anche se sembra assurdo chiedere che i soldati nei territori proteggano i palestinesi dalle molestie fisiche e dal vandalismo contro le loro proprietà da parte dei coloni, è difficile capire perché le autorità continuino a chiudere un occhio, a insabbiare e chiudere casi, o addirittura a non aprirli proprio, quando gli aggressori sono ebrei. Ci sono un sacco di prove, alcune registrate dalle telecamere. E, nonostante ciò, i colpevoli continuano a dormire nei loro letti, sostenuti da ordini divini e ampiamente foraggiati da organizzazioni che ricevono il sostegno dello Stato.

La sedicenne Ahed Tamimi al carcere militare di Ofer nella West Bank ,1 gennaio 1 2018 – foto AHMAD AHMAD GHARABLI/AFP

È bello, in inverno, starsene al calduccio sotto la coperta del “due pesi e due misure”, ma c’è una domanda che ogni israeliano dovrebbe porsi: Tamimi e Alkobi hanno commesso lo stesso reato. La pena (o la sua assenza) dovrebbe essere la stessa. Se la scelta è tra liberare Tamimi o incarcerare Alkobi, cosa scegliereste? Tamimi dovrà restare in carcere per tutta la durata del processo – processo in un tribunale militare ostile – e probabilmente sarà condannata a una pena detentiva. Alkobi, che non è stata perseguita per questo reato ed è stata processata da un tribunale civile per reati ben più gravi, è rimasta a casa per la durata del processo. È stata rappresentata da un avvocato che non ha dovuto attendere a un checkpoint per difendere la sua cliente, ed è stata condannata solo ai servizi sociali.

Il Likud e i ministri del gabinetto della Casa Ebraica (partito politico sionista religioso israeliano, ndt.) non hanno motivo di velocizzare l’approvazione di un provvedimento che farebbe applicare la legge israeliana ai territori. Anche senza di esso, l’unica cosa che importa è se sei nato ebreo. Tutto il resto è irrilevante.

 

Traduzione di Elena Bellini su https://frammentivocalimo.blogspot.it/2018/01/che-cosa-accade-quando-un-ebreo-settler.html

Fonte: https://www.haaretz.com/opinion/.premium-1.832939

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