‘Made in Palestine’, l’azienda di abbigliamento femminile che vuole ridare fiducia alle donne.

I capi che disegna per il suo marchio BabyFist vogliono “ridare fiducia alle donne”

Redazione di EC – 15 gennaio 2019

Foto di copertina: La designer palestinese-americana Yasmeen Mjalli ha creato BabyFist, un marchio che crea abiti affinchè le donne smettano di nascondersi (Foto: AFP)

Sono solo tre parole ricamate su di una camicia o su di una giacca della collezione denim della stilista palestinese-americana Yasmeen Mjalli, ma trasmettono un messaggio forte : “Non  sono la tua habibti” “Non sono la “tua cara’”.

“Quando una donna per la strada è esposta a molestie, comincia a vestirsi in modo  “protettivo”, “nascondendosi ” dietro i suoi vestiti, dice Yasmeen Mjalli, 22 anni , dal suo negozio di Ramallah nella West Bank occupata.

I capi che disegna per il suo marchio BabyFist vogliono “ridare fiducia alle donne”. Su tessuti sobri e su borse di stoffa, disegni di fiori e sagome condividono lo spazio con messaggi in arabo e inglese come “Ogni rosa ha la sua rivoluzione” e “La voce delle donne muove le montagne”.

Questa diplomata in storia dell’arte cominciò a scrivere simili frasi sui suoi abiti come reazione alle situazioni che si trovò ad affrontare quando arrivò in Cisgiordania dopo essere cresciuta negli Stati Uniti in una famiglia palestinese.

“Ricevevo commenti, sguardi insistenti e fastidiosi, che ti fanno sentire che la tua privacy viene violata,  e sono stato aggredito per strada”, dice.

Nell’agosto 2017 ha lanciato la sua collezione di abbigliamento e pochi mesi dopo ha aperto un negozio a Ramallah  da affiancare alle vendite online, che rappresentano il 60% del totale.

“Made in Palestine”

“Questa camicia non  può certo porre fine alle molestie”, dice Yasmeen Mjalli, ma ” è un modo per ricordare che fa parte di qualcosa di più grande che intende restituire potere alle donne”  e che “non siete sole”.

Che sia su Instagram, o  in laboratori gratuiti organizzati nel suo negozio o in uno spazio pubblico, dove a volte si sistema con una macchina da scrivere, Yasmin offre alle donne e alle ragazze Palestinesi un luogo per potersi sfogare liberamente.

Il 10% del ricavato delle vendite viene inviato ad un’associazione locale che aiuta le donne così come a diversi progetti, uno dei quali  consiste nel mandare medici e volontari nelle scuole per educare le giovani palestinesi sulle mestruazioni, una questione ancora tabù.

La stilista afferma che le sue iniziative “non sono collegate” con il movimento #MeToo, anche se riconosce che questo le ha dato una certa visibilità.

Tutti gli indumenti BabyFist sono “made in Palestine”. Nel caso delle giacche sportive, sono tessute nel laboratorio Hasan Shehada a Gaza.

Imprenditoria femminile palestinese in Israele

“Sono molto orgoglioso che in questo capo ci sia scritto ‘Made in Palestine'”.  Sulla maggior parte dei pezzi che escono dal suo laboratorio vi è stampato  “Made in Israel”. (Foto: AFP)

“Sono orgoglioso che le donne indossino  i frutti del mio lavoro”, dice il capo della sua fabbrica nell’enclave palestinese di Gaza, sottoposta a un blocco israeliano da oltre 10 anni.

“Sensazione di mascolinità”

“E sono anche molto orgoglioso che su questo capo ci  sia scritto ” Made in Palestine “, dice. Sulla maggior parte dei pezzi che escono dal suo laboratorio infatti vi è stampato “Made in Israel”.

Negli ultimi tre mesi, il laboratorio ha realizzato 1.500 unità per BabyFist, una boccata di ossigeno per il suo laboratorio. “Lavorare con BabyFist mi ha dato speranza”, dice Hasan Shehada.

Ma la produzione a Gaza ha un prezzo: a causa del blocco, le giacche  vengono a volte bloccate per settimane. Negli ultimi mesi, i Palestinesi di Gaza hanno dimostrato ogni venerdì lungo la barriera  con Israele.

“Il confine era chiuso, non si poteva far entrare o uscire nulla “, dice Yasmeen Mjalli. “È una lotta costante.”

Ma la sua attività non piace a tutti. Alcuni conservatori la rimproverano  di attirare l’attenzione sui corpi delle donne con messaggi che considerano provocatori. Altri ritengono che la lotta contro l’occupazione israeliana sia l’unica causa che merita di essere condotta in pubblico.

“Subiamo l’occupazione da 70 anni […] Due o tre generazioni di donne hanno già sofferto a causa di ciò e ci viene detto: ‘Potete aspettare'”, dice la giovane designer.

Secondo lei, le due questioni vanno insieme. “L’occupazione israeliana della Cisgiordania priva gli uomini della nostra società di ogni senso di controllo e di ogni sentimento di mascolinità e, di rimbalzo, colpisce i diritti delle donne”.

 

Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” Invictapalestina.org

Fonte: https://elcomercio.pe/mundo/oriente-medio/hecho-palestina-negocio-ropa-femenina-bloqueo-israel-gaza-fotos-nnda-nnrt-noticia-597621?foto=1

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