La moda palestinese dall’antica Canaan a un thobe al Congresso.

Il nuovo libro di Hanan Karaman Munnayer documenta la storia della moda palestinese, in particolare l’eredità dei suoi ricami, o tatreez.

Fonte: English version

Susan Muaddi Darraj – 10 giugno 2020

Immagine di copertina: il libro  contiene più di 500 fotografie a colori, tra cui immagini di tessuti ricamati tratti da costumi tradizionali (Immagine riprodotta per concessione di Interlink Publishing)

Per decenni il ricamo, così comune nella  moda tradizionale palestinese e noto in arabo come tatreez, è stato un simbolo unificante per i palestinesi della diaspora post-1948, un fatto evidenziato dalla reazione suscitata dalla decisione della deputata statunitense Rashida Tlaib, nel gennaio 2019, di indossare un thobe (abito tradizionale palestinese) alla sua cerimonia del giuramento congressuale.

Nelle settimane precedenti a quell’evento, Tlaib pubblicò su Instagram una foto di un thobe cucito a mano, annunciando che lo avrebbe indossato per la cerimonia.

Preoccupata dal contraccolpo anti-musulmano e anti-arabo scatenato dal suo incarico e profondamente commossa dal suo orgoglio per la sua eredità palestinese, lanciai un hashtag, #tweetyourthobe, per evidenziare il potente riferimento di Tlaib all’identità palestinese.

Quando Tlaib prestò giuramento sul Corano, Twitter era inondato da centinaia di foto di donne in thobes che avevano usato quell’hashtag.

Tlaib stessa twittò: “Ho amato tutte le fantastiche donne  del Paese e del mondo che hanno condiviso i loro magnifici thobes palestinesi. Abbiamo ispirato molte persone. Questo momento storico appartiene a tutte noi. ”

Questa sfilata online di moda palestinese durata  tre giorni, lasciò i giornalisti alle prese con domande sul significato di questo particolare tipo di abito . Le loro domande andavano da “Cos’è un thobe?” a “Qual è la storia del tatreez?”

Nel marzo di quest’anno, un nuovo libro del co-fondatore e presidente della Palestinian Heritage Foundation, Hanan Karaman Munnayer, ha risposto a quelle domande.

Quando lo scorso anno la deputata statunitense Rashida Tlaib indossò un thobe nella cerimonia del giuramento,  mise in luce la ricca storia dell’abito palestinese (AFP)

“Traditional Palestinian Costume: Origins and Evolution” (Il Costume Tradizionale Palestinese: Origini ed Evoluzione) è uno straordinario volume di 560 pagine in cui Munayyer , che ha studiato e tenuto conferenze sulle arti tessili palestinesi per più di 20 anni, documenta minuziosamente la storia e le complessità della moda palestinese, in particolare l’eredità del tatreez .

Sfogliare il volume è come passeggiare in un museo poiché, una pagina dopo l’altra, mostra foto vivide e colorate di thobes, acconciature e gioielli palestinesi, alcuni risalenti ai tempi antichi.

Il lettore troverà campioni di opere d’arte, risalenti a prima di Cristo, che descrivono i diversi stili di abbigliamento della regione, nonché fotografie con esempi di tatreez quasi logori tratti da tessuti vecchi di decenni..

“Il mito dell’Altro”

Nella prefazione Hanan Ashrawi, la riverita statista, studiosa e attivista palestinese, definisce il libro la prova che “la Palestina non è mai stata una terra senza popolo”. In effetti, Munayyer si tuffa in profondità nella  ricerca storica per dimostrare l’assenza di fondamento di quel particolare pezzo di propaganda  indicato da  Ashrawi come “il mito dell’Altro”.

Già nel 1200 a.C. un modello distinto di ricami, motivi e moda può essere collegato alla regione palestinese, conosciuta allora come Canaan. Antiche opere d’arte, dalle incisioni in avorio alle piastrelle dipinte, raffigurano cananei che indossano abiti che differiscono da quelli delle culture vicine, come quelli siriani e nubiani.

Infatti, spiega Munayyer, i cananei erano rinomati per i loro tessuti originali ed unici : “Canaan” significa “terra di porpora” per via della preziosa e ricercata tintura viola ottenuta dalle lumache di mare murex e utilizzata per colorare i loro tessuti.

Il copricapo di Betlemme, noto come “Shatweh”, divenne popolare tra le nobildonne europee (riprodotto per concessione di Interlink Publishing)

Il taglio stesso degli abiti palestinesi ha un significato, in quanto “il taglio di un costume tradizionale è un’indicazione importante delle sue origini storiche”. L’abito palestinese, invariato nella sua forma per secoli, è costituito da diversi pezzi – pannelli frontali e posteriori, fasce per il bordo, un “copricapo quadrato o rettangolare” e maniche – che possono essere fatti risalire a capi simili prodotti nella regione durante il II secolo a.C.

Nel periodo dopo le Crociate, stili tipici palestinesi  si diffusero nella moda europea. Diverse opere d’arte raffigurano modelli europei che indossano abiti bordati con il punto pieno imbottito o con motivi di calligrafia araba.

In una sezione particolarmente affascinante, Munayyer parla dell’influenza dello stile palestinese sui copricapi indossati dalle donne medievali europee.

L’Hennin, noto anche come il “copricapo campanile”, sarà sicuramente familiare a molte persone: era un berretto conico con attaccati veli sgargianti ed era il copricapo preferito delle donne benestanti.

Quella moda fu adottata dal tantour levantino dopo le Crociate. In effetti, Munayyer documenta una fonte che si riferisce all’Hennin come il “bonnet a la syrienne” (cappellino alla siriana).

Un altro stile di copricapo europeo, un berrettino indossato dalle donne, è in realtà modellato su uno stile tradizionale di Betlemme: “Il copricapo di Betlemme, chiamato Shatweh, ​​risale all’antichità”, spiega Munayyer. A forma di tarbous o fez, lo Shatweh era spesso decorato con monete o pietre preziose.

Punti simbolici

Risalire agli stili ripercorrendo l’antichità e l’epoca medievale è certamente affascinante, ma  l’esplorazione di Munayyer dei ricami e dei simboli palestinesi è particolarmente avvincente perché contribuisce alla ricerca attuale.

 Il commercio tra il mondo arabo e l’Europa di solito passava attraverso l’Italia e modelli trovati su capi europei possono essere rintracciati direttamente in Palestina

La storia del tatreez è un argomento di studio fiorente a causa degli sforzi fatti negli ultimi anni per preservare la cultura palestinese a fronte dei tentativi coloniali di cancellarla.

In effetti, due dei libri più interessanti su questo argomento sono “The Art of Palestinian Embroidery” (L’arte del ricamo palestinese) (1999) di Leila al-Khalidi, un testo simile a un’enciclopedia dei motivi che appaiono nel  tatreez palestinese, e “Palestinian Embroidery” (Ricamo palestinese) (2007)  di Shelagh Weir e Serene Shahid. Entrambi documentano la storia dell’arte del ricamo e offrono colorati esempi di tessuti ricamati.

Un altro libro eccellente è “Tatreez & Tea” (2018), un libro ibrido, composto da memorie , storia e cartelle di lavoro di Wafa Ghnaim, artista e studiosa del tatreez che ha imparato  quest’arte da sua madre. Ghnaim offre lezioni e seminari popolari negli Stati Uniti, soprattutto nel corridoio New York – Washington DC, esplorando il linguaggio del tatreez.

Il tradizionale costume palestinese si aggiunge significativamente al campo di ricerca, documentando non solo alcuni dei motivi di ricamo più familiari, ma anche rintracciando la loro esistenza attraverso i secoli e attraverso i continenti. Il commercio tra il mondo arabo e l’Europa di solito passava attraverso l’Italia, in particolare da Venezia, afferma Munayyer, e modelli trovati su capi europei possono essere fatti risalire direttamente alla Palestina.

La  composizione della scena in stile arabo può essere vista sull’abbigliamento di alcune figure dell’ “Adorazione dei Magi”, un dipinto del 1423 di Gentile da Fabriano (riprodotto per concessione di Interlink Publishing)

La stella a otto punte, per esempio, è stata cucita per secoli su indumenti e tessuti palestinesi: “L’onnipresente e antico motivo della stella a otto punte”, scrive, “è stato trovata in Medio Oriente fin dall’antichità su pietra, metallo e nella lavorazione del legno” (La stella, un altro un simbolo popolare, appariva prominentemente sul thobe indossato dalla deputata Tlaib, ricamato con filo rosso.)

La stella è un motivo che è stato copiato e riprodotto su tessuti in tutta Europa, dove veniva indicato come la “stella santa di Betlemme”, fornendo ulteriori prove delle sue origini culturali palestinesi.

Un vecchio tessuto che mostra la stella di Betlemme, uno dei più antichi modelli di tatreez palestinese (riprodotto per concessione di Interlink Publishing)

Altri motivi che hanno viaggiato ampiamente includono vari modelli di uccelli, in particolare quello di due uccelli posti uno di fronte all’altro, e il motivo a S, indicato come “alaqa”, la parola araba per sanguisuga. Dato il suo uso per curare i malati nella medicina antica, la sanguisuga era un simbolo importante e questa forma è ancora popolare sui tessuti palestinesi.

La sezione finale offre uno sguardo ai modi in cui le donne moderne continuano la tradizione del tatreez e alle modalità con cui gran parte di essa è ora portata avanti dalle donne nei laboratori, nel tentativo di provvedere finanziariamente alle loro famiglie.

Molte organizzazioni hanno approfittato dell’interesse popolare per il tatreez per  impiegare donne palestinesi nella produzione di questi tessuti destinati poi alla vendita.

Un’arte che simboleggia i legami familiari, poiché il tatreez era un’abilità tramandata, proprio come i thobes stessi, dalle madri alle figlie, ora serve come mezzo per la sopravvivenza familiare delle donne nella Palestina occupata, nei campi profughi e nella più ampia diaspora.

Dopo la Nakba del 1948, molti palestinesi diventarono rifugiati e le donne vendettero i loro preziosi abiti per sopravvivere; questo è il modo in cui molti thobes sono stati acquistati da collezionisti.

Munayyer spiega come lei e suo marito hanno accumulato la loro vasta collezione e riporta i contributi avuti  da altri sostenitori di queste  opere d’arte palestinesi.

Lavoro d’amore

I libri  con riproduzioni di foto a colori sono piuttosto costosi e 100 dollari per copia non sono pochi. Ma nel caso del libro  di Munayyer (che contiene centinaia di fotografie a colori), gli editori affermano di non essere stati motivati ​​dal profitto, ma dal desiderio di consolidare i documenti storici disponibili sulla cultura e sulla storia palestinese.

Copertina del libro con motivo di un costume tradizionale palestinese

“Questo libro è un lavoro d’amore (non ci aspettiamo di coprire i costi di produzione, anche se esauriremo la nostra intera tiratura)”, scrive il fondatore ed editore di Interlink, Michel Moushabeck.

In questo modo, afferma Moushabeck, “vogliamo rappresentare al meglio la resistenza non violenta”. In effetti, fino alla fine del giugno 2020,  per ogni libro ordinato Interlink pagherà  la messa a dimora di un ulivo in Palestina aderendo al programma “Trees for Life” attuato da Zaytoun, un’organizzazione che fornisce reddito sostenibile agli agricoltori palestinesi.

Questo gesto di solidarietà è profondamente legato alla missione stessa del libro: la conservazione dello stile di vita e della cultura del popolo palestinese.

Più che una documentazione storica e ancor più dell’importanza di rintracciare la cultura palestinese attraverso i secoli, “Traditional Palestinian Costume” è di per sé un progetto di resistenza e, semplicemente, una festa per gli occhi.

La qualità delle fotografie e i colori vivaci rendono difficile smettere di sfogliarlo. È un libro da tenere a portata di mano, prova della bellezza e della maestria delle donne palestinesi, da Ramallah alla Galilea, da al-Khalil  a Gaza.

“Traditional Palestinian Costume: Origins and Evolution” di Hanan Karaman Munayyer, è disponibile su Interlink Publishing.

 

Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù) –Invictapalestina.org

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