L’enorme aumento della violenza contro le donne in Israele incontra una scarsa risposta da parte del governo

I commenti del primo ministro e il Covid-19 hanno suscitato ulteriori richieste per frenare gli attacchi contro le donne.

Fonte: English Version

Eetta Prince-Gibson  – Gerusalemme -28 novembre 2020

Immagine di copertina: Donne israeliane prendono parte a una manifestazione contro la violenza domestica nella città costiera di Tel Aviv il 12 dicembre 2018 (AFP)

Con il  lockdown dovuto al coronavirus che ha esacerbato le profonde divisioni di genere e il sessismo istituzionale che esistono in tutto il Paese, Israele sta vivendo un’ondata di violenza contro le donne.

Da marzo, le hotline per la violenza domestica hanno registrato in tutto il Paese un aumento di chiamate da tre e quattro volte  in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. I rifugi di emergenza per le donne maltrattate sono pieni.

Gran parte di questo aumento può essere attribuito, dicono gli esperti, ai lockdown dovuti alla pandemia Covid-19, che costringe le famiglie a vivere a stretto contatto per lunghi periodi di tempo in un contesto di crescente stress finanziario e sociale.

Mercoledì, le tensioni per l’aumento della violenza contro le donne sono state ulteriormente infiammate da un discorso del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Parlando al parlamento israeliano, la Knesset, Netanyahu ha osservato che, se la società ha capito che gli animali devono essere protetti dalla violenza, dovrebbe capire che  lo stesso vale anche per  le donne.

“Le donne non sono animali che puoi picchiare, e peraltro oggi diciamo che non  si picchiano neppure gli animali”, ha detto Netanyahu.

” Sappiamo  che anche gli animali hanno comprensione, intelligenza, cognizione e sentimenti. Abbiamo giustamente compassione per gli animali. Bene, le donne sono animali, i bambini sono animali – animali con diritti …” Le parole del Primo Ministro hanno  suscitato una marea di commenti  sia  sulla stampa tradizionale che sui social media. Il parlamentare Ofer Shelah del partito Yesh Atid ha scherzato: “Anche il primo ministro è un animale. Ha intelligenza, cognizione e diritti – come il diritto di pronunciare queste sciocchezze”.

Ad oggi, 20 donne sono state uccise dai loro coniugi o familiari nel 2020, rispetto alle 13 nel 2019, secondo Ynet news.

L’organizzazione femminile israeliana Na’amat stima che in Israele circa 200.000 donne  subiscano la violenza dei loro coniugi o partner, una crisi che attraversa il Paese e colpisce tutti i segmenti della società.

Impatto della pandemia

Gli attivisti per i diritti delle donne sostengono che il discorso di Netanyahu, arrivato sulla scia dell’aumento della violenza sessista, mostra fino a che punto Israele  debba ancora lavorare per porre fine alla violenza di genere e creare una società sicura ed egualitaria.

“Per la prima volta abbiamo  visto famiglie standard che denunciavano la violenza, nonché un peggioramento della situazione nelle famiglie che sono state a lungo nel ciclo di violenza”, ha detto Rivka Neuman, capo della divisione per il progresso delle donne presso la Women’s International Zionist Organisation (Wizo), che gestisce due rifugi e una linea di  assistenza telefonica in Israele.

Come risultato di questo aumento della violenza,  prima della fine del primo lockdown all’inizio dell’estate, diversi gruppi di donne hanno fornito al governo piani dettagliati per combattere la violenza domestica, comprese raccomandazioni specifiche come  l’assegnazione di assistenti sociali nelle stazioni di polizia, la fornitura di beepers di emergenza e di contatti che consentano alle donne di chiedere aiuto e programmi per nuovi modi di valutare la minaccia rappresentata dagli uomini sospettati di essere violenti.

Tuttavia, tra il primo e il secondo lockdown dovuto al virus, il governo non ha compiuto passi concreti per migliorare la situazione.

A ottobre, all’inizio della seconda chiusura, due donne non imparentate, una ebrea e una palestinese, sono state uccise a due ore l’una dall’altra. Un’altra è stato assassinata diversi giorni dopo. Tutte e tre avevano subito abusi prima di essere  uccise e avevano denunciato gli abusi alle autorità.

Oded Forer, capo del comitato statutario della Knesset per il progresso delle donne e l’uguaglianza di genere, ha osservato che “purtroppo, il governo non   pone sufficiente enfasi all’impatto sociale del lockdown e delle limitazioni”.

In una riunione speciale del comitato della Knesset in ottobre, una revisione delle azioni del governo negli ultimi due decenni ha rivelato che è da oltre 18 anni  che il supervisore nazionale non ha pubblicato alcun rapporto sulla violenza contro le donne nella società israeliana.

Nel suo ultimo rapporto, pubblicato nel 2002, il supervisore era stato aspramente critico nei confronti dell’inazione del governo e aveva definito la violenza contro le donne una questione sociale che richiedeva un intervento sistematico ed efficace.

Dodici anni dopo, nel 2014, il governo  istituì un comitato interministeriale per proporre un piano per la prevenzione e il trattamento della violenza domestica di genere. Nel 2016, il comitato  presentò il suo piano al governo, che lo ha approvò  nel 2017  impegnandosi a spendere 250 milioni di shekel (75,25 milioni di dollari) per la sua attuazione.

Tuttavia, nessuno di questi finanziamenti è mai stato fornito ai ministeri e alle autorità competenti.

“L’unica conclusione che possiamo trarre dai continui atti di violenza contro le donne è che al governo semplicemente non importa abbastanza”, ha osservato l’editorialista Batel Kolman, che scrive sul quotidiano di destra Mekor Rishon. “Il sangue delle donne non è abbastanza rosso”.

Ostacoli di lunga data

La lotta contro la violenza di genere in Israele deve affrontare barriere istituzionali e sociali.

Nonostante la formazione fornita da gruppi femministi, la polizia continua a essere uno di quegli ostacoli Secondo il servizio di informazione pubblica Meida, tra il 2016 e il 2019 il 77% dei casi di violenza domestica denunciati è stato chiuso senza alcuna incriminazione o processo.

Inoltre, una donna su tre  tra quelle uccise aveva presentato almeno una denuncia alla polizia negli anni precedenti la morte, con la polizia che non ha intrapreso alcuna azione appropriata.

Quando un uomo violento viene arrestato o portato in giudizio, i tribunali spesso attribuiscono grande importanza ai diritti del sospettato e, in caso di condanna, tendono a emettere sentenze leggere.

In un caso molto pubblicizzato che ha avuto luogo poco a settembre prima della festa ebraica di Rosh Hashanah, un uomo  pugnalò e picchiò la moglie mentre il loro bambino le gattonava vicino.

La donna venne gravemente ferita ma sopravvisse. Secondo la legge israeliana, avrebbe potuto rimanere anonima, ma  accettò  che il suo nome fosse reso noto “in modo che l’intero paese” sapesse cosa le aveva fatto suo marito.

Anche la polizia  affermò che il pubblico aveva il diritto di conoscere la sua identità e che la pubblicazione del suo nome avrebbe potuto incoraggiare altre vittime a farsi avanti.

Tuttavia, quando  il marito venne portato in tribunale per l’accusa, il giudice acconsentì alla richiesta del marito di impedire che il suo nome fosse reso pubblico, sostenendo che “la pubblicazione del nome del sospettato non avrebbe contribuito a consolidare e promuovere l’interesse pubblico”, sostenendo inoltre che una tale mossa avrebbe potuto danneggiare la reputazione dell’accusato e forse rovinare il suo rapporto con il figlio.

Israeliane prendono parte a un finto funerale per lanciare l’allarme sul crescente numero di donne uccise in episodi di violenza domestica in Israele il 25 novembre 2010 a Tel Aviv (AFP)

Nello stesso mese, un uomo sospettato di aver picchiato la moglie così gravemente che questa morì dopo diversi giorni in ospedale, ottenne gli arresti domiciliari. Infrangendo le condizioni di arresto, il marito   si recò all’ospedale nel tentativo, secondo la polizia, di “finire il lavoro”.

Un rapporto pubblicato dall’Israel Women’s Network ha rilevato che, contrariamente a molti altri Paesi, in Israele  il problema della violenza si concentra sulla protezione delle donne e dei loro bambini.

 ‘Non solo i rifugi sono pieni dal 90 al 95% nel migliore dei casi, ma ora …con il lockdown, nessuno sta lasciando i rifugi e non c’è davvero spazio’ – Orit Sulitzeanu, Association of Rape Crisis Centers

“L’emanazione nel 1991 della legge sulla prevenzione della violenza domestica (5751-1991) è stato il primo tentativo di creare una normativa  per i programmi di trattamento clinico per gli autori della stessa “, si legge nel rapporto. “Tuttavia, la riabilitazione dei colpevoli deve ancora diventare obbligatoria.

“Un’ulteriore significativa difficoltà emerge dall’assenza di comunicazione e coordinamento tra i vari programmi di trattamento esistenti”, continua il rapporto.

“La scoperta più sconcertante è che tra gli autori di violenza incarcerati – compresi quelli definiti “pericolosi”,   la maggioranza viene rilasciata senza essere inserita in un programma di riabilitazione e / o senza aver espresso l’impegno a iscriversi a tale programma”.

A illustrare questa preoccupazione è il caso di un uomo che  ad aprile uccise la sua ex moglie solo un mese dopo essere stato rilasciato dalla prigione dove aveva scontato una pena per aver commesso reati violenti contro di lei.

Il ministero della Sicurezza interna aveva annunciato che entro settembre avrebbe istituito un’unità per monitorare e curare tali uomini dopo il loro rilascio dalla prigione, ma l’unità è ancora solo nella fase preliminare e la polizia e il ministero della Pubblica sicurezza  si sono rifiutati  di dire quando inizierà ad operare.

Intervengono le ONG

In assenza di un programma pubblico completo, da più di tre decenni in Israele le ONG femministe forniscono servizi alle donne che affrontano la violenza di genere.

Diverse organizzazioni femministe israeliane, sia nella comunità di lingua araba che in quella di lingua ebraica, mantengono rifugi in cui le donne  vittime di violenza estrema possono essere accolte; alcuni accolgono anche i bambini. Ma come osserva Orit Sulitzeanu dell’Association of Rape Crisis Centers, in questo momento questi rifugi da soli non possono fornire una soluzione  completa al problema.

“Non solo i rifugi sono pieni dal 90 al 95 per cento nel migliore dei casi”, dice, “ma ora … chiusi, nessuno sta lasciando i rifugi e non c’è davvero spazio”.

Durante l’ultimo blocco, Gun-Free Kitchen Tables, una coalizione femminista ad hoc, è riuscita a convincere il ministro della sicurezza interna a incaricare tutte le società di sicurezza private di ritirare le armi da fuoco ai lavoratori licenziati.

In risposta alle richieste delle organizzazioni femministe, gli assistenti sociali specializzati in violenza domestica continuano a lavorare regolarmente dopo essere stati esentati  dal lockdown

Le organizzazioni hanno lavorato con le comunità ebraiche e palestinesi all’interno di Israele nel tentativo di fornire risposte culturalmente sensibili alla violenza domestica.

“I bisogni delle donne arabe sono stati a lungo trascurati dalle autorità statali”, ha detto Maya Shehade-Switat, avvocato di Itach-Ma’aki, usando il termine comune in Israele per riferirsi ai cittadini palestinesi di Israele.

“La maggior parte di questi problemi non sono nuovi, ma la crisi del coronavirus ha creato nuovi problemi e posto una lente di ingrandimento sulla situazione esistente.

“I livelli di femminicidio sono più alti nel settore arabo per molte ragioni”, ha osservato Shehade-Switat. “Ci sono anche un numero enorme di armi nella società araba, ma quasi tutte sono illegali, quindi sforzi come quelli di Gun-Free Kitchen Tables non forniscono soluzioni.

“Inoltre, le famiglie arabe tendono ad essere più grandi, e poiché la popolazione araba è, in media, molto più povera della popolazione ebraica, le loro condizioni abitative sono più povere e molto più affollate”.

Faziosità dei tribunali religiosi

Lo status legale della religione gioca anche un ruolo sistemico nel perpetuare la violenza di genere. Poiché in Israele non esiste il matrimonio civile o il divorzio, per gli ebrei è possibile ottenere un divorzio legale solo attraverso tribunali rabbinici statali, mentre per i musulmani  attraverso  tribunali della sharia gestiti dallo stato.

Questi tribunali conducono i procedimenti di divorzio secondo le loro interpretazioni del diritto religioso, che tendono a favorire gli uomini.

 ‘A meno che non  riusciamo cambiare il modo in cui  viene  visto questo problema e a prendercene cura nel modo più opportuno, non  ci saranno cambiamenti- Anita Friedman, presidente di Wizo

Le donne sono quindi spesso legate a uomini violenti senza alcun modo legale per sottrarsi al matrimonio.

Le attiviste femministe credono che la violenza di genere contro le donne continui perché è in gran parte vista come un problema delle donne. “Questa è una questione sociale”, ha detto Anita Friedman, presidente di Wizo. “‘A meno che non  riusciamo cambiare il modo in cui  viene  visto questo problema e a prendercene cura nel modo più opportuno, non  ci saranno cambiamenti .

L’avvocatessa  e ricercatrice senior presso l’Istituto nazionale per gli studi sulla sicurezza Pnina Sharvit Baruch scrive in un nuovo rapporto che “è giunto il momento che il governo si riferisca ai familiari violenti come a una minaccia alla sicurezza esistenziale”.

“Come in materia di sicurezza, dovrebbe esserci un’autorità per coordinare tutti gli aspetti e i programmi che affrontano il problema”, afferma. “Questa autorità dovrebbe avere un quadro completo e basato sull’intelligence della situazione”.

Soprattutto, conclude Baruch-Sharvit, “dobbiamo cambiare le nostre percezioni”.

“Dobbiamo definire la violenza di genere come una minaccia nazionale che richiede l’attenzione dei responsabili delle decisioni ai massimi livelli”.

 

Trad. Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” Invctapalestina.org

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