La gente ha paura di ciò che non capisce”… La sistematica repressione delle persone queer in Libano

È importante riflettere sul valore che l’autorità attribuisce alla sessualità – ciò che considera normale e tollera, e ciò che considera non normativo e criminalizza – e attraverso questo produce cittadinanza e senso di appartenenza. È essenziale analizzarlo anche nella sua relazione con le nazionalità, tracciando confini e controllando i corpi delle donne, degli individui della comunità LGBTQ, delle persone trans, dei migranti, dei rifugiati, delle prostitute, dei beduini e degli apolidi.

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Roula Seghaier – 20 giugno 2021

“Cosa significa esistere nello spazio pubblico e privato con i nostri pensieri, inclinazioni ed espressioni senza che la società e le sue leggi ci costringano a seguire modelli normativi nell’esistenza di genere?” Zahraa, la mia amica, se l’è domandato ad alta voce durante una conversazione privata tra noi due, aggiungendo: “Se la società non ci avesse costrette a tutto questo, avremmo forse conosciuto il vero significato dell’amore – e cosa significa amare liberamente? Saremmo state in grado di esistere in modo completo all’interno di noi stesse?” Da allora, la sua domanda mi ha perseguitato e ha occupato gran parte della mia mente.

Molte persone si trovano ai margini della società, perché le loro prestazioni di genere (performatività di genere) e l’orientamento sessuale non rientrano nello standard o non sono normativi. Le loro storie ci spingono a riflettere sugli aspetti dell’oppressione a cui sono soggette e su come si relazionano all’interno di varie istituzioni, come l’istituzione del matrimonio, della famiglia e dell’istituzione medica.

Gli effetti di questa repressione non si limitano solo alla vita individuale, ma la superano, estendendosi alla formazione dell’identità nazionale di un determinato paese In questo rapporto, esamineremo l’oppressione sistematica a cui sono sottoposti gli individui con orientamento sessuale e genere non normativo in Libano.

Il Libano è sempre apparso progressista. La scena che mostra persone LGBTQ+ che organizzano eventi pubblici e feste  a Beirut, può facilmente ingannare e produrre l’illusione che una persona non normativa possa vivere una vita spensierata. Ma in realtà, questo Paese è come qualsiasi altro, e nonostante la presenza di persone queer nei media, il Libano non è un rifugio sicuro per loro finché la disciplina di genere[1] e l’inevitabilità dell’eterosessualità sono ciò che governa il gioco, con il pieno appoggio della legge.

Il Libano ha ereditato il suo sistema legale dal mandato francese e fino ad oggi molti degli articoli di legge “ereditati” sono usati per punire e perseguire legalmente i membri della comunità LGBTQ+. Il più famoso di questi articoli è l’articolo 534 del codice penale, che prevede la reclusione fino a un anno per chi intraprende rapporti sessuali “contraddittori delle leggi di natura”, ovvero sostiene l’idea dell’esistenza del sesso omosessuale ed eterosessuale.

Diversi commi aggiunti all’articolo 534 parlano di “violazione della morale e della pubblica decenza”, oltre a sezioni relative all'”incitamento alla dissolutezza e violazione della morale pubblica”. La cosa comune tra tutti questi articoli è che sono elastici e usano un criterio che è relativo per natura. E se diamo un’occhiata al modo in cui la criminalizzazione serve gli interessi dell’autorità, solo allora l’ambiguità può chiarire gli standard su cui si basano la criminalizzazione e la regolamentazione.

L’emarginazione sistematica degli individui queer in Libano non viene praticata solo attraverso la criminalizzazione dell’omosessualità e dell’indisciplina di genere. Viene fatta anche attraverso il discredito, la criminalizzazione e la punizione dei modi di vivere degli individui che sono al di fuori dei confini tracciati dalla società e dallo stato, cioè al di fuori dell’immagine e dello stereotipo che ci si aspetta da loro. Inoltre, incontrano costantemente difficoltà nell’accedere ai servizi ordinari, che dovrebbero essere alla portata di tutti.

Identità complesse e battaglie diverse

Non è facile riassumere gli abusi e le violazioni a cui sono sottoposti gli individui queer. Non è giusto legarli solo alle loro pratiche sessuali o alle loro forme di espressione non stereotipate, perché le forme di oppressione sono complesse: possono verificarsi attraverso leggi e istituzioni, nella società e nelle relazioni e in vari spazi. Le loro esperienze differiscono in relazione alle prestazioni di genere, all’orientamento sessuale o alla loro mancanza.

Si dice che l’uomo è un essere sessuale per natura. Tuttavia, questa affermazione non riflette l’esperienza di tutti.

Anna* ha poco più di trent’anni e vive nel distretto di Matn, a nord-est della capitale. Nonostante abbia studiato teatro, risponde alla domanda se intenda trovare un lavoro nel campo della recitazione, dicendo che non sogna  un posto di lavoro in un mondo capitalista, ma piuttosto in un mondo basato sulla cura e sul benessere della comunità.

Anna spiega che la quantità di sesso nella sua vita è minima o addirittura inesistente, a causa dell’orientamento sessuale “grigio”. Dopo una lunga ricerca, Anna ha scoperto la parola giusta per descrivere la sua sessualità. La società l’ha riempita di aspettative, non solo sull’inevitabilità del desiderio, ma sull’inevitabilità dell’eterosessualità. La sua esperienza non ha soddisfatto queste aspettative: non è eterosessuale e il suo orientamento è asessuale.

Dice a Raseef22: “Pensavo di essere asessuale, ma sono in una situazione fluida, sentendo a volte attrazione sessuale e altre volte stando completamente lontana dal sesso. Lo stesso vale per il genere delle persone da cui sono attratta. All’inizio pensavo di essere eterosessuale, poi bisessuale, poi pensavo di essere omosessuale. Ma poi ho pensato di essere di nuovo bisessuale. Ci sono momenti in cui mi sento attratta da un solo genere, e momenti in cui non so nemmeno quale sia il significato dell’attrazione stessa”.

Inizialmente Anna era terrorizzata da ciò che questo avrebbe potuto significare per il suo futuro. “Mi sono sempre considerata una sostenitrice e un’alleata della comunità LGBTQ+. Poi ho scoperto che anch’io facevo parte di quella comunità, e non ero solo una sua sostenitrice”.

Anna cambiava periodicamente il vocabolario che usava in relazione al suo orientamento sessuale, non perché fosse ancora “nascosta” come persona queer, ma perché la ricerca del termine  che la potesse rappresentare ha richiesto molto tempo.

 Il Libano è sempre apparso progressista. La scena che mostra persone LGBTQ+ che organizzano eventi pubblici a Beirut inganna facilmente e produce l’illusione che le persone non normative possano vivere una vita spensierata. Ma in realtà questo paese è come tutti gli altri…

Anche Ram non aveva intenzione di nascondere il suo orientamento sessuale, ma si considerava una donna eterosessuale, perché l’ambiente a cui apparteneva non comprendeva donne queer, anche se la sua identità non le era ancora chiara. “Non voglio dire che non fossi a conoscenza della presenza di omosessuali. Avevo amici gay maschi  ed amici queer che in seguito si sono rivelati donne trans. Ma la presenza omosessuale e queer delle donne non era così chiara”, dice a Raseef22.

Ram ha 26 anni. Sembra un’attrice di Hollywood. Si è trasferita dalla sua città a Beirut e ha fatto volontariato con l’Associazione Helem, che lavora per ottenere giustizia e uguaglianza per le persone con orientamenti sessuali non normativi (“LGBTQ+ e individui queer”). Così, è stata in grado di acquisire maggiore familiarità con le questioni della sessualità e si è sentita più libera. Oggi lavora nel campo della salute mentale e assiste molte persone durante i loro giorni più bui.

Per quanto riguarda Nagham, 37 anni, la limitazione della sua libertà è legata a molte cose: è sempre impegnata. Lavora  e insegna a tempo pieno e si prende cura anche della sua famiglia. È molto istruita, ma la sua infinita curiosità l’ha condotta in un interminabile viaggio di ricerca e scoperta. Nonostante lavori nel suo campo di specializzazione, sta ancora studiando in modo che il suo mondo possa  espandersi ancora di più.

Nagham ha sempre saputo di essere queer. Dice a Raseef22: “La sessualità non faceva parte della mia vita da adolescente e non ho avuto esperienze fino a quando non sono diventata una giovane donna. Quando la sessualità è diventata parte della mia vita, sapevo che non era normativa. Non ho nascosto la mia attrazione per donne e uomini anche quando ero con il primo ragazzo che ho amato e frequentato durante i miei giorni all’università. Questa faccenda non era di grande importanza».

Al contrario, la queerness ha avuto un ruolo importante nella vita di Zuzu. Zuzu ha 23 anni, non è conforme al genere assegnatogli alla nascita, e preferisce il pronome maschile al femminile. Zuzu è ancora uno studente e odia questa situazione ,  così come odia lavorare a tempo pieno. Scherza con Raseef22: “Potrei finire per aprire un negozio dove creare delle cose in legno davvero brutte, ma i miei amici mi sosterrebbero e ne comprerebbero alcune”.

Sebbene oggi sia una persona amata dai suoi amici, trovare questi amici è stato un compito difficile. Fino all’età di 13 anni, Zuzu ha studiato in una scuola di suore libanesi, dove l’atmosfera generale era conservatrice e alle suore non piacevano gli abbracci o le pacche sulle spalle tra studenti. Si è poi trasferito in una scuola laica dove gli studenti interagivano tra loro in maniera molto più rilassata. Non sapeva cosa aveva perso durante la sua prima esperienza di apprendimento, ma una nuova sensazione lo travolgeva quando abbracciava un compagno di scuola.

“Ha suscitato in me un sentimento così nuovo che l’ho persino detto a due amiche. Ho chiesto loro se  provavano una strana sensazione allo stomaco quando abbracciavano una ragazza. Penso sia stata la prima volta in cui ho provato vergogna, quando uno di loro mi ha risposto dicendo: “È strano, non parlarne più”. Ho provato tristezza e paura. Da quel momento ho adottato un atteggiamento anti-omosessuale,  pensando che gli omosessuali facessero schifo. Anche quando guardavo contenuti pornografici, spegnevo il computer ogni volta che mi appariva davanti un video che mostrava due lesbiche”, racconta.

Zuzu si è posto anche altre domande, non sulla sua sessualità, ma sulla sua performance di genere, poiché è più a suo agio nell’area della performatività maschile. Anna invece si è posta domande su quanto fosse “disciplinato” il suo genere. Alla fine ha concluso che il suo genere, proprio come la sua sessualità, è fluido: “A volte mi sento non binaria, e a volte non mi sento legata a nessun genere in particolare, mi sento a disagio nel mio stesso corpo se qualcuno si rivolge a me come donna. ”

Nell’esperienza di Anna e Zuzu, l’espressione di genere e la performance sono fluide e flessibili, e i pronomi femminili e maschili usati possono cambiare con essa. Tuttavia, l’identità di genere può essere profondamente radicata per molti individui trans, il che rende il rivolgersi a loro o parlarne usando il pronome sbagliato un atto violento, perché riconoscere un’identità di genere diversa da quella assegnata loro alla nascita è una questione essenziale della loro esistenza.

Nai, 31 anni, è una donna trans. Dice che durante la sua infanzia ha odiato le melanzane e tutti i suoi sottoprodotti. Crescendo, i suoi gusti sono cambiati e il Maqlooba (un piatto a base di melanzane) è diventato il suo cibo preferito. È così che Nai e la sua personalità sono cambiate nel tempo, ma una cosa di lei è rimasta fissa e immutabile: il suo genere. Nai ha sempre saputo di essere una ragazza fin da quando ha memoria.

Dice a Raseef22: “Ho sempre saputo di essere diversa dal genere stereotipato che ci si aspettava da me. Mi sentivo sola, finché non ho letto su una rivista le diverse definizioni di identità di genere, al di là di quelle che erano solo binarie (maschile e femminile). Ho trovato definizioni diverse come omosessualità, pansessualità e transessualità, oltre alle donne trans. Ho letto l’ultima e ho pensato: quella sono io”.

Nye aveva 18 anni quando finalmente riuscì a trovare una parola con cui poter definire se stessa: una “donna trans”. Ha  cercato in Internet un luogo dove potesse essere pienamente sè stessa. Ha trovato uno spazio queer per  donne a Beirut, al di fuori delle ONG che all’epoca erano dominate da uomini gay. Questo gruppo è diventato per lei uno spazio sicuro e una piccola comunità che l’ha allontanata dall’isolamento che le era stato imposto dalla società.

Ma la società non accetta nessuna deviazione dal modello predefinito

Le circostanze sociali che hanno spinto molte persone ai margini della società hanno definito un’unica forma  che le società considerano autentica per l’orientamento sessuale e le prestazioni di genere. Le società mettono tutto il loro peso nel riprodurre questo modello: l’inevitabilità dell’eterosessualità e la definizione di genere.

Fin dalla nascita, e anche prima di nascere, pratichiamo l’essere uomini e donne eterosessuali. Ogni bambino ha una palla, ogni bambina ha una bambola e ogni sposo ha una sposa. Se non ti sposi, sei zitella, e non ci sono molte altre possibilità, se non quelle che rendono la vita, già difficile, ancora più difficile.

“Non capivo perché tutti parlassero della loro “cotta” Tutti sembravano avere una “cotta” tranne me, e mi  chiamavano bugiarda. Qui ho cercato di convincermi che c’è qualcuno che mi piace, solo per farmi  percepire come tutti gli altri”

Nagham si rese conto che, nel corso degli anni, lo spazio che la sua sessualità occupava era diventato molto più grande di quello che poteva realizzare e molto più difficile per lei come donna queer, quando iniziò a notare le cose che la società le aveva imposto, incluso da chi avrebbe dovuto essere attratta, come avrebbe dovuto essere e quale avrebbe dovuto  essere il suo stile di vita.

“Lo spazio che la sessualità occupa nella mia vita è cresciuto, ma questo non mi ha fatto provare ansia o paura, non perché questo sia facile o perché non generi paura e ansia. Al contrario, questa società non considera legittima tutta la mia esistenza, sia che resti single o mi impegni in una relazione eterosessuale o non normativa”.

Sebbene Nagham si sia sposata per amore, il suo matrimonio è stato anche una via d’uscita dalle difficoltà impostele dai suoi genitori. “Non c’erano molte soluzioni: o li uccidevo, o mi uccidevo, o mi sposavo. Così mi sono sposata”, dice.

L’opzione di entrare nell’istituto del matrimonio è controversa per molti, indipendentemente dal sesso, ma lo stato e la famiglia spesso ne fanno una necessità, un obbligo. Nagham ha risposto a questo invito al dovere e ha sposato il suo ragazzo, che è libanese come lei ed è eterosessuale. Tuttavia, come donna sperimenta l’oppressione a diversi livelli. La sua conformità ai requisiti della società non l’ha salvata. “Pertanto, non ho alcun desiderio di annunciare pubblicamente  la mia queerness e diventare uno spettacolo agli occhi della gente”, dice.

Come lei, anche  Anna non vuole uscire allo scoperto. Una volta stava baciando una ragazza per strada , inm un angolo poco visibile, e aveva paura – non solo della violenza fisica, nel caso qualcuno se ne fosse accorto , ma anche della curiosità degli estranei, “Molte persone  trovano l’omosessualità tra donne sessualmente eccitante, quindi non mi sento al sicuro negli spazi pubblici”.

La realtà è che le donne queer sono trattate come strumenti di eccitazione per lo sguardo maschile. Per Anna è ancora più complicato, non solo per quanto riguarda le reazioni delle persone riguardo ai suoi rapporti con le donne, ma anche per quanto riguarda il suo aspetto, che non è normativo rispetto al genere assegnatole alla nascita, “Più i miei capelli sono corti, peggio è, soprattutto fuori Beirut. A volte, le persone mi guardano con odio terribile , come se avessi ucciso la loro amata nonna, e ciò mi confonde. Mi fissano apertamente e rudemente senza distogliere lo sguardo, e alcuni si avvicinano a me e mi chiedono qual è il mio problema e perché ho  scelto questo taglio di capelli. Ho il cancro o sto solo cercando disperatamente di attirare l’attenzione in qualche strano modo? Questo è quando non mi sento al sicuro”.

Fin dalla nascita, e ancora prima, pratichiamo l’essere uomini e donne eterosessuali. Ogni ragazzo ha una palla, ogni ragazza ha una bambola e ogni sposo ha una sposa. Se non ti sposi sei una zitella. Non ci sono altre possibilità, se non quelle che rendono la vita ancora più difficile

Alcuni individui queer sono oggetto di molestie e di bullismo da parte della società. Zuzu ricorda un giorno in cui stava aspettando il suo turno al General Security Center e una donna continuava a fissare il tatuaggio sulla sua gamba. Dopo che lui la fissò sorpreso, lei espresse la sua ammirazione per il tatuaggio. Zuzu si sentì sollevato e le disse che aveva una seconda rosa tatuata. Da dietro la mascherina, la sua voce suonava ancora più profonda. La sconosciuta gli disse che la rosa era bella, ma che avrebbe dovuto togliersi l’orecchino in modo che la gente non pensasse che fosse una ragazza.

“Ho pensato che forse credeva che volessi essere visto come un ragazzo e che quindi mi aveva dato un consiglio. Ma probabilmente pensava che fossi un ragazzo che si vestiva come una donna. Penso che parte del sentirsi al sicuro dipenda da come la società mi interpreta: mi vedono come un uomo gay? O un femmina maschiaccio? Con questa donna in particolare, non era pericoloso, ma se la polizia, ad esempio,  scopre che i miei documenti di identità sono di una donna, potrebbero sentirsi ingannati  e diventare violenti”, dice Zuzu.

Tra l’essere un paria e il feticismo, e tra la sistematica cancellazione della presenza queer negli spazi pubblici, si perdono molte possibilità rivoluzionarie. Queste possibilità sono legate a chi saremo e quali saranno le nostre società, se cessassimo di punire l’esistenza non normativa.

L’amore familiare incondizionato, è condizionante?

La preoccupazione e l’ansia per le reazioni dei genitori e della famiglia occupano una parte importante nelle paure di coloro che hanno orientamenti sessuali e prestazioni di genere non normativi: sia in termini di perdita dei genitori e del legame emotivo con loro, sia di perdite materiali nel caso di persone a cui viene negata l’eredità o che vengono ripudiate dalla famiglia.

A volte, gli individui affrontano la minaccia di danni fisici, per non parlare poi dei danni psicologici come vergogna, umiliazione, il sentirsi responsabili per aver deluso i propri genitori o per gravarli di un nuovo fardello per il solo fatto di esistere. La madre di Zuzu è una donna sulla cinquantina di una delle città prevalentemente cristiane del Libano meridionale. Possiede un impressionante background educativo, un passato rivoluzionario e un sacco di talento artistico. In gioventù si esibiva in una compagnia di ballo. È stata un modello per Zuzu, essendo una donna che conosce bene tutto, dall’istruzione, all’arte e all’attivismo.

Anche la madre di Zuzu ha timori per suo figlio e per il suo destino, e sebbene non parlino direttamente del suo orientamento e genere, Zuzu sa che vede la sua identità come una calamita per i guai. Le poche volte che gli parla delle sue paure, gli racconta la storia di un gay europeo suo vicino di casa. Aveva molti partner e un giorno fu pugnalato da uno di loro. A quanto pare, la madre aveva visto l’assassino uscire dall’edificio. Zuzu pensa che parte di questa storia sia fittizia, “ma ciò che sta cercando di dirmi è che ha paura che qualcuno mi faccia del male”.

Anche Anna ha cercato di dire ai suoi genitori della sua sessualità. Ha valutato prima la situazione ponendo a suo padre domande teoriche come: “Se ti dicessi che non sono eterosessuale, come reagiresti?” Suo padre rispose: “Certo che ti amerò sempre, ma non sei lesbica, vero?” Anna si era sentita  in colpa  e aveva risposto: “Certo che no, certo che no”.

Quando il padre di Anna  morì, lei entrò in un periodo di profonda depressione. Aveva il cuore spezzato due volte, per la separazione da suo padre e per la separazione da qualcuno che amava. Sentiva che per lei gli spazi si erano ristretti e che non sarebbe mai riuscita a trovare persone che la amassero così com’era. Alla fine,  rivelò il suo orientamento sessuale a sua madre, ma ciò fu dovuto alla depressione e ai pensieri suicidi con cui aveva lottato. Pensava che alla fine a sua madre non  sarebbe importato se si fosse suicidata. Fortunatamente, e con sorpresa di Anna, la risposta di sua madre fu semplice: “Non importa. Le tue questioni personali sono personali.” Non riaprì più la discussione.

Anna pensa che sua madre non volesse aumentare la sua sofferenza, per questo non aveva più riaperto  la conversazione. A quel tempo, Anna non riusciva ad ottenere un’adeguata assistenza psicologica: aveva sempre paura di come il terapeuta avrebbe accettato la sua queerness, in quanto parte di lei e quindi parte delle difficoltà che stava attraversando e che  influenzavano la sua salute mentale, senza essere però  la causa dei problemi stessi.

Dato l’alto costo dei terapeuti, le risorse limitate e le storie orribili che circolano tra le persone queer su terribili esperienze di psicanalisi, Anna non si può permettere il lusso del lungo ed estenuante processo di ricerca,  considerando che i problemi psicologici sono questioni urgenti che richiedono un professionista di fiducia. Non c’è modo di trovare qualcosa di simile senza un sistema di riferimento  che garantisca che il terapeuta non tenti di trattare o “guarire” la sua identità e le sue tendenze. Questa è un’ulteriore preoccupazione che deve affrontare quando cerca sbocchi di libertà e comfort.

Molte persone, specialmente quelle con orientamenti sessuali non normativi, riportano esperienze negative con i terapeuti: alcuni sminuiscono ciò che definiscono preoccupazioni superficiali riguardo alle apparenze esteriori o affermano  che la loro identità sia una risposta a genitori severi o a un’esperienza violenta o molesta.

Il problema non è l’impossibilità che la nostra sessualità sia una decisione risultante dalle nostre esperienze. Piuttosto, il problema è la tendenza a “trattarla” contro la volontà di chi ha richiesto in primo luogo la consulenza. Questa esperienza può essere in qualche modo simile alle esperienze delle donne  in sovrappeso: se vanno dall’oculista, o dall’otorino , o da qualsiasi medico, questi non esiterà a dire loro che dovrebbero perdere peso. Lo stesso vale se le persone queer  vanno da un terapeuta a causa di uno shock,  di una depressione o di un attacco di panico: è impossibile per lui mettere da parte la queerness senza provare a “curarla”.

Il mondo non è su misura per le dimensioni delle relazioni romantiche

Anche nelle piccole comunità LGBT molte persone non sono accettate. Ci sono tante diverse difficoltà quante sono le diverse identità e inclinazioni che complicano le esperienze emotive. Zuzu, ad esempio, temeva che identificarsi attraverso un genere diverso sarebbe stato un ostacolo nelle sue relazioni romantiche. “Perderò le persone che amo o che mi piacciono, perché non saranno attratte da me?” Si chiedeva. Questo si aggiungeva alla paura di perdere il posto nella società di cui si considerava parte: si era  presentata socialmente come una donna, e sperimentava l’oppressione delle donne in Libano attraverso il sistema legale. Di conseguenza, le paure di Zuzu non si limitano alla perdita dei suoi partner, ma alla perdita di un’intera comunità con cui condivide alcune forme di oppressione.

Quanto ad Anna, è stata accusata di aver mentito per tutta la sua infanzia e adolescenza quando diceva di non provare alcuna attrazione: “Non capivo perché tutti parlassero della loro “cotta”. Tutti sembravano avere una ‘cotta’ tranne me, e non mi credevano e mi chiamavano bugiarda al punto che cercavo di convincermi che c’era qualcuno che mi piaceva solo per  sentirmi come tutti gli altri. ”

Sebbene oggi sia un’adulta e i coetanei non siano più in grado di cancellare la sua identità, rivelare la sua sessualità a coloro con cui esce non è facile. Come può andare ad un appuntamento romantico con qualcuno e dirgli che potrebbe non esserne mai attratta?”

Individuare la fonte dell’oppressione sistematica contro le persone LGBTQ+ rivela come l’atteggiamento dello “stato” e del “popolo” sia una delle principali cause della soppressione sistematica delle pratiche al di fuori di ciò che il governo vuole rappresentare come sua identità.

Anna esce perchè è curiosa o perché vuole conoscere qualcuno e divertirsi a parlare e stare con lui. Vuole un “partner” nel campo di battaglia della vita prima di volere un “amante”. Per lei l’amicizia precede ogni tipo di attrazione, sia essa affettiva che sessuale, e questo complica le sue amicizie.

Il cliché del colpo di fulmine è per lei un mito, perché ha bisogno di conoscere una persona, affezionarsi  e poi innamorarsi. Questo lungo viaggio è un dilemma: se si innamora di un suo amico, potrebbe perderne l’amicizia, e se incontra qualcuno di nuovo con l’obiettivo di farlo diventare un futuro interesse amoroso, questo potrebbe anche non succedere mai.

“Oggi non si trovano persone interessate a investire il tempo necessario per la costruzione di relazioni di cui non conoscono il futuro, ed è difficile accettare l’idea che il partner non sia attratto da loro”, afferma. Anna ha scoperto che il processo legato agli appuntamenti non la includono, anche all’interno delle comunità queer. Potremmo vederla parlare e ridere con i suoi amici, ma non condivide le sue esperienze emotive, sessuali e queer con loro.

Nagham, che ha sposato il suo compagno nel rispetto delle regole della società, ha saputo sfidare un po’ queste regole attraverso la sua relazione con il marito. Prima del matrimonio La loro relazione era aperta secondo le regole che avevano concordato, ed è rimasta aperta dopo il matrimonio. Questo matrimonio atipico ha lo scopo di dare a Nagham opportunità di appuntamenti, soprattutto perché le sue esperienze sono state limitate, dato che fino a un’età relativamente avanzata non le importava molto di avere una vita sociale.

Ma questo non l’ha arricchita di esperienze, “Ho provato a frequentarci un po’ di gente, donne comprese. Non è stato un tentativo riuscito, forse perché sono sfortunata, essendo una donna sposata, una madre e una donna velata. O forse non era quello che passava per la mente delle donne con cui uscivo, ma solo quello che passava per la mia”.

Ciò che accade nella mente di Nagham non è raro o strano, ed è probabile che  abbia attraversato anche la mente delle persone con cui ha cercato di uscire. Nagham non è solo una madre, ma è madre di due bambini e il mondo è subito pronto a giudicare le madri. Si presume che non dovrebbero avere compiti o preoccupazioni diverse dalla maternità e che non dovrebbero avere vite sessuali. Se la loro vita sessuale esiste, deve essere limitata solo ai loro cosiddetti “doveri coniugali”; cioè, devono rimanere all’interno dell’istituzione del matrimonio ed essere esercitati con riluttanza, per dovere e non per desiderio.

Il suo velo può anche essere un elemento di sorpresa, dato anche il rapido giudizio su di esso. Nagham non ha bisogno di tutti questi giudizi e del peso che portano. Inoltre, è impegnata ad espandere il suo mondo e si rifiuta di lasciare che questo venga disturbato dal pensiero gretto degli altri.

L’istituzione del matrimonio… e della procreazione

Può sembrare strano parlare di matrimonio e di gravidanza all’interno di un quadro queer, dato che le leggi e le legislazioni consuetudinarie quasi escludono tali possibilità per le persone con sessi e sessualità non normative. Lo stato decide chi ha il diritto di amare, sposarsi e avere figli. A tal fine, lo Stato non solo emana leggi che criminalizzano l’omosessualità, ma anche altre leggi che servono a riprodurre una composizione della stessa demografia nazionale-settaria per il paese, vietando il matrimonio civile, impedendo alle donne di concedere la cittadinanza ai propri figli, criminalizzando l’aborto e attuando altri tipi di oppressione.

Joy, 30 anni, è una ragazza molto simpatica. La sua famiglia è armoniosa e gradevole, persino felice. E se non fosse per la “stranezza” di Joy, il mondo intero sarebbe a sua disposizione e  con tutto questo amore e sostegno familiare potrebbe fare ciò che vuole.. Circa tre anni fa, la giovane donna con un orientamento sessuale fluido aveva una relazione con una donna. Dopo aver affrontato alcuni problemi, si sono prese una pausa dalla loro relazione. Nel frattempo, Joy ha incontrato un ragazzo e hanno trascorso una notte insieme, rimanendone incinta.

Se fosse stata in un altro paese, Joy avrebbe considerato la maternità o l’interruzione della gravidanza. Ma era in Libano e non aveva intenzione di lasciare il suo Paese, perché lo ama troppo. Tuttavia, le leggi del Libano non ricambiano questo amore, perché la gravidanza e il parto fuori dal matrimonio causano grandi difficoltà quando si tratta di registrare legalmente il bambino, soprattutto in assenza di una figura paterna. Per quanto riguarda l’aborto, anche questo è fuorilegge.

Il codice penale libanese istituito nel 1943 criminalizza l’aborto. Invece di modificarlo completamente, nel 1969 fu emanato un decreto presidenziale che consentiva quello che veniva chiamato “aborto terapeutico” solo se era l’unico modo per salvare la vita alla donna, o in caso di anomalie gravi  del  feto. Diversamente, la legge prevede che chi abortisce sia punito con la reclusione da sei mesi a tre anni, oltre alla reclusione per chi effettua l’aborto.

È così che lo stato non consentiva a Joy di avere figli come donna single o come donna in una relazione con un’altra donna. Joy   fu infine in grado di ottenere l’aborto, il che le diede una sensazione di felicità, ma anche di tristezza. Riuscì a superare quei tempi difficili e una gravidanza inaspettata, ma le è stato ricordato che lo stato non le consente di esistere e riprodursi se non all’interno di un’unica istituzione, che non le appartiene.

Joy condanna il modo in cui la società e le sue leggi la costringono ad abbandonare la sua famiglia, se vuole fondarne una, Si chiede: “Dobbiamo perdere la nostra famiglia, per poter costruire la nostra?”

Per Anna il pensiero di avere un bambino di solito si mescolano al senso di colpa, specialmente dopo aver perso suo padre. Non vuole bambini nel modo in cui la società lo impone. Immagina la sua vita ideale in un modo  che non implichi la sua esistenza legale come persona all’interno del matrimonio. Una relazione ideale per lei potrebbe includere più partner o crescere un figlio con un caro amico. Ma questi “format” sarebbero tutti illegali e non può immaginare di poterli mettere in atto in Libano, semplicemente perché non sarebbe sicuro. Ma il pensiero che non potrà mai avere figli la rattrista profondamente, poiché è l’unica figlia della sua famiglia, e persino l’unica nipote di suo nonno per parte paterna, una questione di cui suo padre aveva già discusso con lei. “La nostra linea di sangue finisce con me”, dice.

Sebbene Nagham si sia sposata e abbia avuto due figli, non è stata risparmiata dalle difficoltà e non ha soddisfatto tutte le aspettative riposte su di lei: “Abbiamo deciso di separarci, mio ​​marito ed io”.

Come molte coppie, Nagham e suo marito sono arrivati ​​a un bivio, ed è stato meglio per loro e la loro famiglia separarsi. Come ogni cosa nella loro vita, la lseparazione è stata amichevole. “Fortunatamente, il padre di mio figlio è una brava persona”, afferma Nagham. “Non riesco a immaginare le difficoltà che attraversano altre donne, con mariti che con ogni mezzo  tentano di impedire loro di ottenere l’affidamento dei figli. Non c’è niente di più facile che sentirsi dire in tribunale che una donna è lesbica o bisessuale, per non vedere mai più i propri  figli”.

Un paese in cui l’affidamento è tolto con la forza alle donne, è duro per le madri, per gli eterosessuali e per gli omosessuali. È dura per le donne, per le madri, per le donne queer e per i transgender in particolare. È un paese in cui avere figli è un dovere e un obbligo per alcuni, proibito per altri e un lusso distribuito secondo lo schema stabilito dall’autorità. Per quanto riguarda i transgender, se hanno figli lo stato non riconosce il loro genere o l’identità non normativa al genere assegnata loro alla nascita. e se cambiano genere, non possono più avere figli.

Questo significa, ad esempio, che se uno di loro ha dei figli e poi decide di affermare il proprio genere, lo Stato non lo permetterà e non lo riconoscerà, perché poi i figli avrebbero due madri o due padri. Anche il sistema amministrativo politico e settario cadrebbe in un dilemma: chi darà ai bambini la nazionalità, quali restrizioni seguiranno, dove voteranno, ecc.

Questo significa anche che se un uomo transgender che non ha figli vuole ottenere documenti di identità che riconoscano il suo genere, lo stato lo costringerà a sottoporsi a un interventi, come l’isterectomia, che gli impediranno di avere un figlio biologico.

Con tutta questa violenza imposta al corpo, all’essere e al futuro delle persone trans, la gravidanza potrebbe essere l’ultima delle loro preoccupazioni in una vita estremamente difficile. “È un vortice con ogni via d’uscita sbarrata”, lo descrive Nye.

Anche se tutte le storie sulle paure delle persone ruotano attorno al coming out con i loro genitori, non è più facile farlo con i bambini. Parlando della possibilità di dire ai suoi due figli della sua sessualità, Nagham dice: “Attualmente, ricopro il ruolo di tutore, tata e protettore per loro, il che significa che la nostra relazione è obbligatoria perché dipendono da me per le necessità della vita. Quando cresceranno, dipenderà dal rapporto che costruiremo tra di noi. Penso che il nostro rapporto sarà così stretto che potrei dirlo, dato che loro mi conoscono bene e io conosco bene loro e che passiamo la maggior parte del nostro tempo insieme. Ma mi chiedo anche se presentarmi in pubblico come una donna queer, li costringerebbe a  dare delle spiegazioni alla società. Forse a me queste cose non interessano e non mi interessa cosa pensa la gente, ma potrebbe essere diverso per loro e non voglio che portino questo fardello”. La madre teme che il peso venga tramandato da una generazione all’altra, perché la società non è favorevole  verso chi è diverso.

L’interconnessione degli aspetti dell’oppressione

È importante riflettere sul valore che l’autorità attribuisce alla sessualità – ciò che considera normale e tollera, e ciò che considera non normativo e criminalizza – e attraverso questo produce cittadinanza e senso di appartenenza. È essenziale analizzarlo anche nella sua relazione con le nazionalità, tracciando confini e controllando i corpi delle donne, degli individui della comunità LGBTQ, delle persone trans, dei migranti, dei rifugiati, delle prostitute, dei beduini e degli apolidi.

I molti diversi aspetti dell’oppressione sono interconnessi nel modo in cui gli stati cercano di controllare chi ha il diritto di amare, sposarsi, avere figli, fornire supporto e apparire normale. Se dovessimo indicare la fonte dell’oppressione sistematica delle persone LGBTQ, vedremmo che la produzione dello “stato” e la produzione del “popolo” sono una delle principali cause della soppressione sistematica delle pratiche che sfidano il sistema – le pratiche che vanno al di fuori di ciò che il governo vuole al fine di controllare la sua identità nazionale.

Di conseguenza, il quadro basato esclusivamente sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere come strumento di liberazione, trascura il fatto che la nostra liberazione è inevitabilmente legata alla liberazione di tutti dalle catene dell’oppressione sistematica che modella le persone in una forma al servizio dei regimi, come l’Accordo di Taif, il Sistema Kafala e il razzismo sistematico.

*Tutti i nomi in questo rapporto sono alias destinati a proteggere la privacy degli oratori.

[1] La disciplina di genere è quando l’identità di genere di una persona è conforme agli standard e alle aspettative della società e del genere assegnatole alla nascita. Ad esempio, designare qualcuno come “maschio” e sentirsi a proprio agio in quell’identità, nel sentire e nell’agire. Quelli che non sono disciplinati dal genere rientrano sotto l’ombrello del  termine trans che include la fluidità o flessibilità di genere, nonché il genere non binario, tra gli altri.

Trad: Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moral mente uguali” -Invictapalestina.org