L’ultimo borgo agricolo di Gerusalemme lotta per la sopravvivenza

Il 30 Marzo, la corte suprema israeliana ha rimandato un’udienza decisiva per il futuro di Al-Walaja, un villaggio palestinese situato a sud di Gerusalemme.

Fonte: english version

di Jessica Bauxbaum, 1 Aprile 2022

Immagine di copertina: Il villaggio di Al-Walaja tagliato in due dal muro dell’apartheid (credit Jessica Bauxbaum)

Il 30 Marzo, la corte suprema israeliana ha rimandato un’udienza decisiva per il futuro di Al-Walaja, un villaggio palestinese situato a sud di Gerusalemme. Accolta come una vittoria da parte dei residenti, l’udienza è stata rinviata almeno al 1° novembre, di fatto prolungando la sospensione dell’ordine di demolizione delle 38 abitazioni a rischio.

“Siamo riusciti a guadagnare più tempo per elaborare un piano generale da sottoporre alla Corte Suprema,” ha detto Hassan Nas Abu Altin, la cui casa è tra quelle a rischio di demolizione.

Israele aveva annesso la parte nord di Al-Walaja nel 1967 incorporandola al territorio del comune di Gerusalemme. Questa zona è costituita da circa 150 abitazioni, in gran parte costruite dopo il 1967 e sottoposte a demolizione per mancanza di permessi di costruzione.

Tuttavia, i principali organi di pianificazione territoriale non si sono occupati di elaborare una bozza di programma per la comunità, senza il quale i residenti non possono far richiesta per i permessi a costruire. Di tutta risposta, i residenti hanno avviato un loro piano di zonizzazione per condonare le loro abitazioni; piano che  le autorità municipali hanno rifiutato di visionare per anni.

Nel 2017 i residenti hanno intentato una class action in seguito alla mancata revisione del loro piano da parte delle autorità comunali. Ma, nel momento in cui gli stessi non sono riusciti ad ottenere un congelamento dell’ordine di demolizione, si sono appellati alla corte suprema nel 2018 ottenendo un’ordinanza restrittiva che garantiva protezione temporanea per le 38 abitazioni e  le circa 360-400 persone che vi abitano.

La corte suprema israeliana aveva in programma di discutere il ricorso questo mercoledì. Nel 2020, la corte suprema aveva ordinato alla commissione urbanistica di distretto del comune di esaminare il piano di zonizzazione presentato dai residenti e, nel 2021 la commissione si era riunita per discuterne per poi respingerlo in ultima istanza.

Mentre le 38 abitazioni incluse nel ricorso sono ancora tutelate dal blocco dell’ordine di demolizione, ci sono circa altre 20 case a rischio di demolizione ad Al-walaja che, all’epoca della class action  non sono riuscite ad unirsi oppure hanno ricevuto gli ordini di demolizione in seguito all’archiviazione del caso. Queste case non sono tutelate e potrebbero essere sottoposte a demolizione in qualsiasi momento, con 4 di esse già distrutte negli ultimi sei mesi.

Con il rinvio dell’udienza, i residenti possono continuare a lavorare sul loro piano generale, in seguito al recente completamento di una mappatura ambientale. Resta però la frustrazione per la mancanza di un supporto statale nello sviluppo del territorio.

“E’ ora che lo stato stesso  e le autorità comunali  ci aiutino a redigere il piano generale allo stesso modo in cui aiutano altri quartieri,” ha detto Abu Altin, riferendosi al vicino insediamento illegale israeliano di Har Gilo; “perché continueremo a vivere ancora nel terrore e sotto pressione. Sei mesi sono un periodo di tempo molto limitato per portare avanti tutto il progetto”.

Alla richiesta di commenti sul rinvio dell’udienza, il municipio, intervistato  da Mondoweiss, ha detto di rispettare la decisione della corte e che “ attualmente sta valutando le conseguenze della stessa”.

un uomo palestinese ispeziona le macerie di una casa demolita dai buldozer israeliani nel villaggio di Al-Walaja l’11 febbraio 2019. Foto di Wisam Hashlamoun (c) APA Images.

Un antico villaggio rurale sotto minaccia

A differenza delle versioni cinematografiche del Medio Oriente, con i suoi deserti sabbiosi e le sue dune sferzati dai venti, al-Walaja è un pittoresco villaggio rurale incastonato nelle colline di Gerusalemme. Gli abitanti hanno coltivato questo paesaggio lussureggiante e rigoglioso per secoli, affidandosi a tecniche agricole tradizionali come l’utilizzo di acqua di sorgente e falciatura senza l’uso di macchinari pesanti. Nel passato , il villaggio ha subito due spopolamenti: nel 1948, durante la campagna sionista  di pulizia etnica conosciuta come Nakba, gli abitanti di Al-Walaja vennero espulsi dalla loro terra e fuggirono verso altri paesi o campi profughi a Betlemme, in Cisgiordania, o ad Amman in Giordania. Poi, nuovamente nel 1967 a seguito dell’annessione Israeliana, gli abitanti furono costretti a scappare.

Oggi, Al-Walaja è divisa in due parti – una zona è sotto la giurisdizione del governatorato di Betlemme, e l’altra fa parte di Gerusalemme- e il suo territorio si è ridotto sensibilmente a causa della costruzione di insediamenti israeliani.

A gennaio 2021, la commissione urbanistica distrettuale del comune di Gerusalemme si è riunito in seguito all’ordine della Corte Suprema di esaminare il piano di zonizzazione  dei residenti. La commissione ha respinto il progetto , dichiarando invece che Al-Walaja costituisce un’antica zona agricola da tutelare che dovrebbe essere trasformata in un parco nazionale.

Da molto tempo Israele si impadronisce delle terre palestinesi designandole  come siti di interesse ambientale, limitando, di conseguenza lo sviluppo e la pianificazione urbanistica dei palestinesi. Di fatto, molti dei parchi nazionali in Israele sono stati costruiti sulle rovine di villaggi palestinesi distrutti durante la Nakba.

Ibrahim A’Raj, la cui casa è tra quelle a rischio di demolizione, ha spiegato come il rifiuto  per ragioni ambientali da parte della commissione comunale sia di fatto contraddittoria rispetto alle loro azioni. “Le autorità municipali hanno risposto che concedere permessi per nuove costruzioni distruggerà l’ambiente” ha riferito A’raj, “ma tutto ciò è assurdo dato che il villaggio è circondato da insediamenti e dal muro (che separa la Cisgiordania da Israele) che ha letteralmente distrutto natura e paesaggio.”

La costruzione del muro lungo tre lati di Al-Walaja ha tagliato fuori circa 300 acri di terreno agricolo che si trovano attualmente dalla parte israeliana. Lo stato ha successivamente dichiarato il territorio come parte del parco nazionale di Nahal Refaim.

“Il muro e gli insediamenti ci hanno privato della possibilità di accedere alle nostre terre che abbiamo coltivato con estremo sacrificio e dedizione,” ha detto A’raj . Oggi i residenti di Al-Walaja con documento di identità della Cisgiordania non hanno la possibilità di raccogliere  dai loro frutteti che sono lì da prima della costruzione del muro.

Amy Cohen, direttrice delle relazioni internazionali ed advocacy dell’organizzazione israeliana non-profit Ir Amim, ha spiegato come le antiche tecniche di coltivazione degli abitanti contribuiscano in realtà a preservare l’integrità ambientale della zona.

Uno sviluppo urbanistico limitato non è l’unica problematica ecologica che interessa Al-Walaja.  Guidando lungo le tortuose strade del paesino, si incontrano mucchi di macerie di case demolite. Sari Kronish, un architetto presso l’organizzazione per i diritti di pianificazione urbanistica israeliana Bimkom, ha studiato l’impatto ambientale delle demolizioni messe in atto nella zona.. “Come può essere ecosostenibile?è semplicemente paradossale pretendere  che questo luogo diventi un tranquillo parco e, nello stesso tempo, andare in giro e causare tutto questo caos,” ha riferito Kronish.

Sostenuto dalla pressione politica

Prima dell’udienza del 30 marzo, 50 esponenti dei democratici hanno mandato  una lettera al Segretario di Stato americano Antony Blinken, invitandolo ad impegnarsi con Israele per impedire l’evacuazione forzata dei residenti di Al-Walaja. La pressione politica da parte degli Stati Uniti avrebbe potuto ritardare l’udienza , come ipotizzato da A’raj.

“gran parte delle sedute riguardanti demolizioni abitative sono state posticipate in seguito alla pressione politica proveniente dall’estero,” ha riferito A’raj. “In genere, quando si tratta di questo, Israele posticipa le udienze. Ma non le annulla mai finchè la pressione internazionale non si affievolisce, cosicché possa reiterare la pratica nel futuro.”

Ignorando il muro che incombe su Al-Walaja, A’raj si è chiesto perché Israele continua a portare avanti la sua politica di evacuazione invece di lasciare che il borgo continui ad esistere.

“(Israele) prova piacere  nel vederci soffrire, ritrovarci sfollati senza una casa,” ha commentato A’raj ,  “è per questo che continua.”

Traduzione di Nicole Santini -Invictapalestina.org