La dirigenza palestinese deve rimediare ai suoi gravi errori

Invece di mettere in discussione l’intero apparato del “processo di pace” e scusarsi per gli errori strategici di perseguire i miraggi americani a spese dei diritti dei palestinesi, l’Autorità Palestinese si sta ancora aggrappando disperatamente alla stessa vecchia illusione, anche quando gli Stati Uniti, insieme a Israele, hanno abbandonato la propria finzione politica.

Fonte: english version

Di Ramzy Baroud – 25 luglio 2022

Immagine di copertina: l’Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas ha più volte annunciato la propria disponibilità a riprendere i negoziati. (AFP)

Giudicare la recente visita del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden in Israele e Palestina come un “fallimento” in termini di attivazione del “processo di pace” dormiente è semplicemente un termine improprio. Perché questa affermazione fosse accurata, Washington avrebbe dovuto indicare anche un effettivo desiderio di spingere per i negoziati tra il governo israeliano e la dirigenza palestinese.

A parte le banalità politiche e diplomatiche, l’attuale amministrazione americana ha fatto l’esatto contrario, come indicato dalle parole e dalle azioni di Biden. Affermando che l’impegno degli Stati Uniti per una soluzione a due Stati “non è cambiato”, Biden ha respinto l’interesse della sua amministrazione nel cercare di raggiungere un tale obiettivo dichiarando che “i tempi non sono maturi” per i negoziati.

Considerando che l’Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas ha più volte annunciato la propria disponibilità a tornare ai negoziati, si può solo presumere che il processo sia bloccato dall’intransigenza di Israele. Infatti, nessuno dei massimi leader israeliani o dei principali partiti sostiene i negoziati, o il cosiddetto processo di pace, come obiettivo strategico.

Tuttavia, Israele non è l’unica parte da incolpare. Anche gli americani hanno chiarito di essere passati del tutto da quella farsa politica, quella che avevano inventato e poi sostenuto per decenni. Di fatto, l’ultimo chiodo sulla bara della “soluzione negoziale” è stato posto dall’amministrazione di Donald Trump, che ha semplicemente appoggiato ogni affermazione israeliana, rifuggendo così tutte le legittime richieste palestinesi.

L’amministrazione Biden è stata abitualmente accusata da palestinesi, arabi e voci progressiste all’interno del Partito Democratico di non aver revocato le decisioni prevenute di Trump a favore di Israele: ad esempio, lo spostamento dell’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme, la chiusura del Consolato degli Stati Uniti a Gerusalemme Est, accettando le affermazioni israeliane infondate riguardo alla sua giurisdizione sugli insediamenti ebraici illegali costruiti sulla terra palestinese occupata, e così via.

Anche supponendo che l’amministrazione Biden sia in grado di annullare alcune o tutte le azioni illegali di Trump, a che cosa servirebbe nel più ampio schema delle cose? Washington era, e rimane, il più grande benefattore di Israele, finanziando la sua occupazione militare della Palestina con una donazione annuale di 4 miliardi di dollari/euro, oltre a molti altri progetti, incluso un enorme e crescente bilancio stanziato solo per il sistema di difesa Iron Dome di Israele.

Per quanto orribili siano stati gli anni di Trump in termini di minare una giusta risoluzione all’occupazione israeliana della Palestina, le politiche di Biden non sono che la continuazione di un’eredità americana filo-israeliana esistente che è stata perpetuata dalle precedenti amministrazioni statunitensi per diversi decenni.

Per quanto riguarda Israele, il ‘processo di pace’ ha servito il suo scopo, il che spiega la famigerata dichiarazione resa dell’amministratore delegato del consiglio degli insediamenti ebraici nella Cisgiordania occupata, noto come Yesha, nel 2018. “Non voglio vantarmi che abbiamo vinto”, ha detto. “Altri direbbero che sembra che stiamo vincendo”.

Tuttavia, la presunta “vittoria” di Israele dopo tre decenni di un “processo di pace” fraudolento non può essere attribuita solo a Trump. Anche Biden e altri alti funzionari statunitensi sono stati molto utili. Sebbene sia ampiamente compreso che i politici statunitensi sostengono Israele per puro interesse, ad esempio la necessità di placare l’influente lobby filo-israeliana a Washington DC, il sostegno di Biden a Israele deriva da un fondamento ideologico. Il Presidente degli Stati Uniti non è stato affatto timido quando ha ripetuto, al suo arrivo all’aeroporto israeliano Ben Gurion il 13 luglio, la sua famosa affermazione: “Non è necessario essere ebreo per essere sionista”.

Di conseguenza, può sembrare sconcertante sentire i funzionari palestinesi invitare gli Stati Uniti, e Biden in particolare, a fare pressione su Tel Aviv affinché metta fine ai suoi 55 anni di occupazione di Gerusalemme Est, Cisgiordania e Gaza.

Mohannad Al-Aklouk, il rappresentante palestinese alla Lega Araba, per esempio, ha usato lo stesso linguaggio stereotipato e irrealistico di aspettarsi che gli Stati Uniti “esercitino pressioni concrete su Israele”, “preparino il terreno per un processo politico equo basato sul diritto internazionale”, e “rispettino il suo ruolo di equo promotore del processo di pace”. Stranamente, il signor Al-Aklouk crede veramente che Washington, con la sua triste storia di pregiudizi filo-israeliani, possa forse essere il salvatore dei palestinesi.

Un altro funzionario palestinese ha dichiarato che il Presidente dell’Autorità Palestinese Abbas era “deluso dai risultati della visita di Biden”, poiché, a quanto pare, il leader palestinese “si aspettava che il Presidente degli Stati Uniti avrebbe compiuto progressi nel processo di pace”. La stessa fonte ha proseguito affermando che l’Autorità Palestinese di Abbas sta tenendo incontri con rappresentanti di “Paesi potenti” per sostituire gli Stati Uniti come attuali promotori dei negoziati.

La posizione politica di Abbas è confusa. Il “processo di pace” è, dopo tutto, un’invenzione americana. Era uno stile diplomatico unico ed opportunista, formulato per garantire che le priorità di Israele rimanessero al centro della politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente. Nel caso palestinese, il “processo di pace” è servito solo a consolidare la colonizzazione israeliana della Palestina, mentre degradava, o escludeva completamente, le legittime richieste palestinesi. Questo “processo” è stato pensato anche con l’obiettivo di escludere il diritto internazionale come quadro politico e giuridico di riferimento all’occupazione israeliana della Palestina.

Invece di mettere in discussione l’intero apparato del “processo di pace” e scusarsi per gli errori strategici di perseguire i miraggi americani a spese dei diritti dei palestinesi, l’Autorità Palestinese si sta ancora aggrappando disperatamente alla stessa vecchia illusione, anche quando gli Stati Uniti, insieme a Israele, hanno abbandonato la propria finzione politica.

Anche se, presumibilmente, Cina, Russia o India accetterebbero di essere i nuovi promotori del “processo di pace”, non c’è motivo per Tel Aviv di impegnarsi in negoziati futuri, quando sarà in grado di raggiungere i suoi obiettivi coloniali con il pieno sostegno americano. Inoltre, nessuno di questi Paesi ha, per ora, molta influenza su Israele, e quindi non è in grado di sostenere alcun tipo di pressione significativa su Tel Aviv affinché rispetti il ​​diritto internazionale.

Eppure, l’Autorità Palestinese sta ancora resistendo, semplicemente perché il “processo di pace” si è rivelato molto vantaggioso in termini di fondi, potere e prestigio di cui gode una piccola ma potente classe di palestinesi che è emersa in gran parte dopo gli Accordi di Oslo nel 1993.

È tempo che i palestinesi smettano di investire il loro capitale politico nell’amministrazione Biden o in qualsiasi altra amministrazione. Ciò di cui hanno bisogno non è un nuovo “potente” sponsor del “processo di pace”, ma una lotta popolare per la libertà e la liberazione che inizi dall’interno, che stimoli le energie dello stesso popolo palestinese. Purtroppo, questo nuovo obiettivo non può essere raggiunto quando le priorità della dirigenza palestinese rimangono fissate sulle elemosine e sull’approvazione politica di Washington e dei suoi alleati occidentali.

Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri. Il suo ultimo libro, curato insieme a Ilan Pappé, è “La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano”. Il Dr. Baroud è un ricercatore senior non residente presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), Università Zaim di Istanbul (IZU).

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org