Perché Hamas non si arrenderà

L’entità della sofferenza che Israele ha inflitto a tutti i palestinesi alla sua portata ha fatto sì che il destino di Hamas sia anche quello della Palestina

Fonte: English version

Di David Hearst – 22 aprile 2025

Immagine di copertina: Palestinesi e combattenti di Hamas si riuniscono poco prima del rilascio di tre ostaggi israeliani a Nuseirat, nella Striscia di Gaza centrale, il 22 febbraio 2025 (AFP)

Chiamate Gaza come volete: Campo di Sterminio, un ciclo infinito di Sangue, Dolore e Morte, il più grande Campo di Concentramento del mondo. Oppure, come sembra intenzionata a fare la popolazione di Israele, si può ignorare del tutto.

Gli ebrei Ashkenaziti di Tel Aviv vivono in una bolla occidentale, sorseggiando i loro cappuccini mattutini e preparandosi per i loro corsi di yoga a solo un’ora di macchina dalle scene più spaventose che il mondo abbia visto dai tempi di Srebrenica o del Ruanda.

Ma c’è una cosa che nessuno di loro sembra capire: Hamas non si arrenderà.

Pensare che i suoi capi a Gaza prenderanno i soldi e scapperanno, come fece una volta Fatah, significa rivelare, dopo 18 mesi di Guerra Totale e due mesi di carestia, quanto poco il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu capisca il suo nemico.

Non ci siano dubbi, l’ultima “offerta” israeliana sarebbe stata un atto di resa. Si trattava di consegnare tutti gli ostaggi in cambio di 45 giorni di cibo e acqua e di chiedere il disarmo di Hamas.

Hamas ha risposto di essere pronta a rilasciare tutti gli ostaggi in cambio di alcuni prigionieri palestinesi e di offrire una tregua a lungo termine, in cui non avrebbe ricostruito i suoi tunnel né sviluppato le sue armi, e ceduto il governo di Gaza ad altre fazioni palestinesi.

Ma non si è scostata dalle due condizioni che aveva posto all’inizio di questa guerra: non disarmerà e vuole il ritiro totale delle forze israeliane dalla Striscia e la fine completa e definitiva della guerra.

Netanyahu, il sabotatore

È diventato abbondantemente e ripetutamente chiaro che lo stallo nel garantire una soluzione negoziata ricade sullo stesso Netanyahu. In due occasioni, ha firmato accordi con Hamas solo per poi romperli unilateralmente.

L’ultima volta, a gennaio, ha accettato un cessate il fuoco graduale, che ha garantito il rilascio di 33 ostaggi, in base al quale Israele avrebbe dovuto avviare i negoziati per una seconda fase e un cessate il fuoco permanente.

Netanyahu ha semplicemente stracciato quell’accordo. Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump glielo ha permesso, nonostante si trattasse del pezzo di carta di cui il nuovo Presidente stesso si era attribuito il merito.

Di comune accordo, Netanyahu è tornato in guerra solo per salvare la sua coalizione da un’imminente sconfitta in un voto sul bilancio. Qualsiasi obiettivo militare è stato da tempo esaurito.

Gaza non solo è sotto assedio totale da due mesi, ma Israele ha bombardato i magazzini in cui è conservato il cibo rimanente. La fame è chiaramente e indubbiamente diventata un’arma di negoziazione, tuttavia, anche questa non sta funzionando.

L’ex inviato di Trump per la questione degli ostaggi, Adam Boehler, stava vivendo con Netanyahu la stessa esperienza degli inviati di Biden. Hamas era vicina a un accordo indipendente con gli Stati Uniti sullo scambio di ostaggi durante negoziati diretti, finché Netanyahu non ne venne a conoscenza e lo rivelò ai media.

Lo stesso Boehler dichiarò che la guerra di Israele a Gaza sarebbe “terminata immediatamente” se tutti i prigionieri fossero stati rilasciati. Hamas avrebbe accettato. Ma si trattava della capitolazione di Netanyahu.

La situazione non è cambiata da quando il direttore della CIA di Biden, Bill Burns, ha supervisionato un negoziato per la fine della guerra un anno fa, che Hamas ha firmato, solo per poi veder ritirarsi Netanyahu.

Nessuna resa

Ci sono molte ragioni per cui Hamas non si arrenderà alla punizione che sta subendo, insieme alla popolazione di Gaza. Oltre 1.500 palestinesi sono stati uccisi dalla rottura del cessate il fuoco a marzo.

Hamas ha visto il suo primo livello dirigenziale, il suo governo civile, la sua polizia e quasi tutti gli ospedali distrutti. Rafah viene demolita. Eppure, Hamas continua a resistere a consistenti offerte di denaro per l’esilio.

Il defunto leader palestinese Yasser Arafat sarebbe andato in esilio molto tempo fa, come fece dopo che le forze dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina furono circondate a Beirut Ovest nel 1982. Fatah sarebbe già fuggita all’estero.

Ma nessuno di questi precedenti si applica ad Hamas. Perché?

Innanzitutto, se il fallimento dell’esercito israeliano e le atrocità perpetrate nel Sud di Israele il 7 ottobre hanno cambiato Israele per sempre, anche la decimazione di Gaza ha cambiato per sempre la Causa Palestinese.

Gaza è diventata Territorio Sacro per i palestinesi di tutto il mondo.

Non c’è famiglia a Gaza che non abbia perso parenti o la propria casa in questa guerra.

Né Hamas né alcun altro gruppo di Resistenza può essere separato dalle persone per cui combatte. Con l’aumentare della sofferenza collettiva, aumenta anche la volontà collettiva di rimanere sulla propria terra, come hanno dimostrato i contadini disarmati del Sud di Hebron.

Inoltre, non c’è sostenitore più convincente dell’imperativo di Resistere all’Occupazione del comportamento dello stesso Stato israeliano. Questo è un invasore amorfo, persistente e tossico dello spazio altrui.

“Finire il lavoro”

Israele non avrà mai abbastanza terra, né abbastanza controllo. Ne vuole sempre di più. Non potrà mai smettere di far dominare la propria religione su tutte le altre in questo spazio. A Pasqua, i Cristiani sono vittime di questi atti di Supremazia tanto quanto i Musulmani.

Il Movimento dei Coloni è ancora più attivo in tempo di pace che in tempo di guerra, come dimostra la storia degli insediamenti nella Cisgiordania Occupata dopo gli Accordi di Oslo.

Israele non può accettare la Soluzione a Due Stati perché nella mente dei suoi creatori e dei loro discendenti c’era sempre stato un solo Stato. Itamar Ben Gvir, Bezalel Smotrich e Netanyahu stanno collettivamente solo “terminando l’opera” di sradicare i palestinesi dalla “Terra d’Israele” che David Ben Gurion ha iniziato e poi interrotto.

È un mito ricorrente e conveniente, alimentato dai Sionisti liberali, quello di separare le varie tribù di Israele sulla questione palestinese, perché non esistono differenze significative. Questo è più vero oggi di quanto non lo fosse al tempo dell’assassinio di Yitzhak Rabin.

Non è un caso che proprio mentre si registra un’ondata di ebrei in preghiera nella Moschea di Al-Aqsa, più di 6.000 ebrei sono entrati nei cortili per pregare dall’inizio delle festività di Pasqua sabato, più di tutti i fedeli ebrei che vi si sono recati durante le festività dell’anno scorso, la Corte Suprema israeliana abbia votato all’unanimità per respingere un ricorso presentata da diverse organizzazioni per i diritti umani che chiedevano la ripresa della distribuzione di aiuti umanitari a Gaza.

Lo Stato di Israele in tutte le sue forme, religiose e laiche, persegue lo stesso obiettivo, anche se queste tribù sono in guerra tra loro su molte altre questioni.

La resa di Hamas, e con essa di Gaza, equivarrebbe oggi alla resa della Causa Palestinese stessa. Non perché tutti i palestinesi siano religiosi o perché Fatah sia così impopolare, ma perché la Resistenza rappresenta l’unica via rimasta per porre fine all’Occupazione.

L’entità delle sofferenze che Israele ha inflitto a tutti i palestinesi nel suo raggio d’azione, a Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme e in Israele, ha fatto sì che il destino di Hamas sia anche quello della Palestina.

Ma Hamas si differenzia da Fatah in quanto è un’organizzazione religiosa. Ha iniziato questa guerra in seguito alle incursioni dei coloni ebrei nella Moschea di Al-Aqsa. E i palestinesi di Gaza si sono rivolti alla loro religione per dare un senso al Massacro a cui sono stati sottoposti.

Obiettivo strategico

È la disciplina collettiva e la fede di Hamas che le hanno impedito di corrompersi. Questo riguarda tutti.

Rifaat Radwan, il paramedico ventitreenne le cui ultime parole sono state registrate sul suo telefono, ha implorato Allah di perdonarlo per non aver pregato regolarmente cinque volte al giorno. Non era così osservante e evidentemente non era un membro di Hamas, ma era abbastanza religioso da implorare perdono negli ultimi momenti.

Se mai ci fosse stato un simbolo del coraggio e del sacrificio che i palestinesi di Gaza stanno compiendo di fronte a probabilità incredibili e schiaccianti, quello era Radwan. Sul suo letto di morte, la sua fede in una guida divina non sarebbe stata distrutta. Né quella di Gaza.

Ci sono altre ragioni meno esistenziali per cui Hamas non si arrenderà.

Qualunque sia il destino che la attende come organizzazione, e diciamocelo, insurrezioni come quella delle Tigri Tamil o dei ribelli ceceni sono state represse da una forza schiacciante, mentre altre come l’ETA sono scomparse senza raggiungere i loro obiettivi principali, Hamas crede già di aver raggiunto il suo obiettivo strategico.

Si trattava di riportare la ricerca palestinese dell’autodeterminazione in uno Stato indipendente al primo posto nell’agenda mondiale dei diritti umani.

Negli ultimi tre anni, l’opinione pubblica statunitense su Israele è diventata negativa, secondo il Centro di Ricerca Pew. Più della metà degli adulti negli Stati Uniti, il 53%, esprime un’opinione negativa su Israele, con un aumento di nove punti percentuali rispetto a prima del 7 ottobre.

Hamas sta vincendo la guerra dell’opinione pubblica e Israele la sta perdendo, soprattutto nei Paesi in cui il gruppo è un’organizzazione proscritta. La legge impone alle persone di considerare Hamas terrorista, ma sono sempre più restie a farlo, anche se ritengono che il 7 ottobre sia stato un atto malvagio.

Se Israele vuole porre fine a questo conflitto con la forza, può essere certo che lo stesso obiettivo è impresso a fuoco nella coscienza di ogni palestinese. Più a lungo Netanyahu continuerà la sua campagna fallimentare a Gaza, più importanti Paesi europei come la Francia si avvicineranno al riconoscimento di uno Stato Palestinese.

Negoziati complessi

Gli inviati di Trump stanno attualmente portando avanti contemporaneamente tre serie di negoziati complessi e stanno imparando a proprie spese quanto ciascuno di essi sia arduo.

Gaza è solo una delle tre e Trump vuole un ritorno rapido. Non ha la pazienza di perseguirne uno a lungo termine. Inoltre, due dei conflitti sono profondamente interconnessi.

Gli stessi Paesi che stanno vietando agli Stati Uniti il ​​loro spazio aereo in caso di attacco all’Iran si stanno anche opponendo a un Trasferimento di Massa della popolazione da Gaza, e Israele ed Egitto sono in uno stato di aperta ostilità riguardo al Sinai, accusandosi a vicenda di violare i termini dell’Accordo di Camp David. Se i negoziati di Trump con l’Iran dovessero vacillare, Netanyahu rinnoverà la sua pressione per bombardare i suoi siti nucleari, senza che si trovi una soluzione per Gaza. Il momento della decisione per Netanyahu, il pragmatico, si avvicina e non avrà tutte le carte che attualmente pensa di avere da giocare.

Per potenze militari grandi come l’America e la NATO, i Talebani si sono dimostrati troppo forti. Lo stesso vale per la Resistenza in Iraq.

Per un Paese piccolo e dipendente dagli Stati Uniti come Israele, una guerra infinita a Gaza è ancora meno sostenibile. Sarebbe saggio per Israele limitare le perdite ora e ritirarsi da Gaza prima di subire ulteriori perdite sulla scena mondiale.

Una volta che l’aura di invincibilità sarà stata infranta, come è accaduto il 7 ottobre, sarà per sempre.

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla Regione e analista sull’Arabia Saudita. È stato editorialista del Guardian per gli affari esteri e corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian dopo aver lavorato per The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org