Il crollo di Mahmoud Abbas

Mentre le brigate della Resistenza a Gaza affrontano la macchina di morte israeliana, i servizi di sicurezza dell’ANP continuano a perseguire gli attivisti a Jenin, Nablus e Tulkarem, arrestando chiunque alzi la voce a sostegno della Resistenza o critichi l’operato dell’ANP.

di Thaher Saleh, 25 aprile 2025

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Foto: Il presidente palestinese Mahmoud Abbas partecipa alla cerimonia di giuramento del nuovo governo a Ramallah, in Cisgiordania, il 31 marzo 2024 [Issam Rimawi/Agenzia Anadolu]

Non si è trattato di un passo falso, ma piuttosto di una caduta nazionale e morale da parte di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) nelle sue recenti dichiarazioni. Ha lanciato un duro attacco alla Resistenza palestinese a Gaza, guidata dal Movimento di Resistenza Islamico, Hamas, scatenando un’ondata di rabbia e diffuse polemiche tra l’opinione pubblica e gli utenti dei social media.

Questo è avvenuto durante l’apertura della 32a sessione del Consiglio Centrale Palestinese (PCC), in cui ha chiesto la consegna dei prigionieri israeliani detenuti dalla Resistenza. Ha usato un linguaggio denigratorio e inappropriato contro la Resistenza nel farlo, invece di rivolgere le sue accuse all’entità sionista e chiederle di cessare di commettere massacri e ripetuti attacchi contro il popolo palestinese.

In una dichiarazione che ha suscitato ampie polemiche, il Comitato Centrale di Fatah ha invitato il Movimento di Resistenza Islamico, Hamas, a “smettere di guidare il destino del popolo palestinese secondo agende straniere”. Il Comitato centrale ha ritenuto Hamas responsabile di aver ostacolato il processo nazionale palestinese, chiedendogli di conformarsi a quelli che ha definito gli sforzi di Mahmoud Abbas e di aderire alle politiche perseguite dall’Organizzazione per la liberazione della Palestina.

Secondo osservatori e analisti, queste dichiarazioni, che coincidono con l’escalation dei brutali attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza e con l’aggravarsi della crisi nazionale, riflettono un cambiamento nelle priorità politiche dell’Autorità Nazionale Palestinese e rappresentano un pericoloso tentativo di scaricare la responsabilità della crisi sulla Resistenza, anziché affrontare l’Occupazione.

Le dichiarazioni del Comitato Centrale di Fatah non possono essere separate dal percorso intrapreso dall’Autorità Nazionale Palestinese da anni, che si concretizza nel coordinamento della sicurezza con l’Occupazione israeliana, nella persecuzione dei combattenti della Resistenza in Cisgiordania e nella distorsione dell’immagine della resistenza armata in tutte le sue forme, con il pretesto degli “interessi nazionali” e della “legittimità internazionale”. In un momento in cui palestinesi vengono uccisi quotidianamente nella Striscia di Gaza e le loro case vengono demolite in Cisgiordania, l’Autorità Nazionale Palestinese sceglie di rivolgere le sue critiche ad Hamas, anziché ritenere l’Occupazione responsabile degli eventi attuali.

Dopo l’assenza di Mahmoud Abbas dal campo e dalla scena politica in questa fase critica e difficile che la causa palestinese sta attraversando dalla Nakba del 1948, Abbas emerge ora, dopo oltre 18 mesi di silenzio e complicità, per insultare il suo popolo, giustificare i crimini dell’Occupazione e difendere Netanyahu dalle sue vittime, che sono principalmente bambini e donne.

Persino negli ultimi momenti della sua carriera politica, Abbas ha insistito nel suo atteggiamento di opposizione ai martiri e alle loro famiglie, sospendendo gli stipendi alle famiglie dei martiri, ai feriti e ai prigionieri, rafforzando il coordinamento per la sicurezza con l’Occupazione nonostante i suoi massacri, rifiutando di aderire a una posizione nazionale unitaria e ostacolando ogni forma di resistenza. Il suo team politico continua a promuovere una retorica che attribuisce alla Resistenza la responsabilità dell’attuale deterioramento. Gli osservatori vedono in questo un tentativo di giustificare la completa inefficacia e paralisi dell’Autorità Nazionale Palestinese, e il suo timore di perdere la sua residua rilevanza, dato il crescente ruolo delle fazioni della Resistenza a Gaza e nella Cisgiordania occupata.

Mentre le brigate della Resistenza a Gaza affrontano la macchina di morte israeliana, i servizi di sicurezza dell’ANP continuano a perseguire gli attivisti a Jenin, Nablus e Tulkarem, arrestando chiunque alzi la voce a sostegno della Resistenza o critichi l’operato dell’ANP.

Numerosi rapporti hanno rivelato la complicità delle agenzie dell’ANP nel fornire informazioni sugli attivisti ricercati alle forze di occupazione e nell’ostruire le operazioni condotte dalle fazioni della Resistenza prima che abbiano luogo.

Questo coordinamento è stato descritto da alcuni analisti come una forma di “tradimento funzionale”, poiché l’ANP è diventata un servizio di sicurezza al servizio dell’occupazione in cambio della salvaguardia dell’esistenza dell’ANP e degli interessi della sua élite al potere.

Considerando queste pratiche, le dichiarazioni del Comitato Centrale di Fatah sembrano fornire una copertura politica a questa funzione di sicurezza e stabilire un’equazione pericolosa: la priorità non è affrontare l’occupazione, ma piuttosto controllare la piazza palestinese e smantellarne il fronte interno, anche a costo di spargimenti di sangue palestinesi.

Mentre la Resistenza a Gaza propone un piano per la liberazione e affrontare l’occupazione in circostanze umanitarie e politiche estremamente complesse, l’Autorità Nazionale Palestinese insiste nel mantenere il progetto di uno Stato sotto occupazione, un progetto che ha dimostrato il suo fallimento per oltre due decenni.

Nonostante siano trascorsi oltre trent’anni dalla fondazione dell’ANP, i negoziati di Oslo non hanno portato alla creazione di uno Stato palestinese. Al contrario, hanno portato a ulteriori insediamenti, sfollamenti, divisioni e al consolidamento dell’occupazione. Il paradosso è chiaro: mentre il sangue palestinese viene versato quotidianamente a Gaza, terre vengono spianate dai bulldozer in Cisgiordania e luoghi santi vengono profanati, l’Autorità Nazionale Palestinese insiste sulla sua posizione inflessibile nei confronti della Resistenza, accusandola di attuare programmi stranieri. In realtà, sta attuando l’agenda del coordinamento della sicurezza e una falsa legittimità che ora serve più gli interessi dell’Occupazione che le aspirazioni del popolo palestinese.

Tra le gravi sfide che il popolo palestinese si trova ad affrontare, tra cui la guerra genocida e gli sfollamenti forzati a Gaza e la repressione in Cisgiordania, il discorso del Comitato Centrale di Fatah su agende straniere e legittimità palestinese non convince più una nazione che assiste in prima persona a chi combatte, a chi rimane in silenzio, a chi cospira, a chi viene martirizzato e a chi firma accordi di coordinamento per la sicurezza. In questo contesto, emerge un fatto importante: la Resistenza, con tutte le sue fazioni, è diventata la voce della piazza palestinese, mentre l’Autorità Nazionale Palestinese continua il suo cammino verso l’emarginazione, il declino e il collasso, finché la storia non volta pagina come altre esperienze fallimentari.

Traduzione: Simonetta Lambertini – invictapalestina.org