Nel 77° anniversario della Nakba, è chiaro che Israele sta crollando sotto il suo peso, rivelando ancora una volta i suoi istinti Genocidi.
Fonte: English version
Di Nikolaos van Dam – 15 maggio 2025
Immagine di copertina: Israele ha tragicamente e costantemente dimostrato di essere una potenza allo stesso tempo spietatamente efficiente e, moralmente parlando, affidabilmente inaffidabile, scrive Nikolaos van Dam [credito fotografico: Getty Images]
Le innumerevoli atrocità commesse da Israele, tra cui le Uccisioni di Massa nei Territori Palestinesi Occupati e in Libano, mi ricordano spesso il toccante titolo del libro di Jonathan Randal: “Dopo Tale Consapevolezza, Quale Perdono” (After Such Knowledge, What Forgiveness).
La sua domanda risuona ancora più potente se vista attraverso la lente dei Crimini commessi dalle forze Sioniste contro la Palestina e il mondo arabo, non solo negli ultimi decenni, ma nell’arco di un intero secolo. Se tali atti sono, per loro stessa natura, imperdonabili, e come potrebbero non esserlo?, come possiamo allora parlare ancora di pace in modo significativo?
Supponendo che una reale possibilità di pace sia mai esistita, quella fragile speranza è stata costantemente erosa, giorno dopo giorno, anno dopo anno, dalle continue politiche di aggressione e di ingiustizia sistemica di Israele. Ciò che un tempo poteva sembrare possibile è ora reso sempre più remoto.
E per pace, non mi riferisco alle formalità dei trattati scritti sulla carta, ma a una pace più profonda, nata da sincera convinzione e fondata sul rispetto reciproco e sulla buona volontà. A questo proposito, i trattati di pace firmati tra Israele ed Egitto e tra Israele e Giordania rappresentano più strumenti di necessità politica che espressioni di riconciliazione.
Furono conclusi per evitare esiti peggiori, non per segnare l’alba di una vera armonia. Decenni dopo, rimangono freddi e distanti, privi del calore di una pace autentica, soprattutto se confrontati con tutto ciò che Israele ha fatto, sia prima che dopo la firma di quegli accordi.
Gli Accordi di Abramo, che hanno portato alla “normalizzazione” delle relazioni tra Israele ed Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan, hanno aggirato l’Iniziativa di Pace Araba del 2002, che aveva proposto la piena normalizzazione solo dopo la risoluzione della Questione Palestinese.
Dal punto di vista palestinese, gli Accordi di Abramo furono visti come un tradimento, che legittimava l’Occupazione israeliana e indeboliva gli sforzi per raggiungere una Soluzione a Due Stati. Per Israele, gli Accordi di Abramo furono visti, irrealisticamente, come un’opportunità per stabilire relazioni con i Paesi arabi senza dover mai risolvere la questione fondamentale della Palestina.
La politica di Israele sembra seguire una perenne “fuga in avanti”, una spinta incessante a eliminare qualsiasi potenziale minaccia, per quanto minore, rappresentata dai palestinesi o dagli Stati del Medio Oriente più ampio.
Eppure sarebbe del tutto ingenuo credere che un approccio così militarista e aggressivo possa mai produrre una pace duratura. Al contrario, le conseguenze non sono solo inevitabili, ma del tutto prevedibili: questa strada non porta alla sicurezza, ma a conflitti e instabilità continui.
È inoltre necessario sottolineare che le cosiddette “minacce” palestinesi a Israele non rappresentano un serio pericolo per l’esistenza stessa dello Stato israeliano. Affermare il contrario significa distorcere la realtà dello squilibrio di potere.
L’ora del giudizio è su Israele
Israele potrebbe, per un certo periodo, riuscire a costringere alla sottomissione i Paesi vicini. Ma è inconcepibile che un tale stato di cose possa durare indefinitamente.
La storia ha dimostrato, più e più volte, che nessuna nazione può mantenere per sempre il proprio dominio solo con la forza. Israele farebbe quindi bene a considerare seriamente le conseguenze a lungo termine del suo attuale corso e a intraprendere una strada meno distruttiva, che serva non solo i propri interessi, ma anche quelli dell’intera Regione.
La Germania Nazista un tempo aspirava a sottomettere tutta l’Europa in nome di un cosiddetto “Reich millenario”. Eppure sarebbe stato impensabile per le nazioni sotto Occupazione Nazista accettare per sempre la perdita della propria sovranità o lo Sterminio dei propri popoli. Dopo tale consapevolezza, diventa quasi certo che anche Israele dovrà affrontare una resa dei conti simile, indipendentemente dal fatto che continui o meno i suoi attacchi contro gli altri. Perché nessun Regime, per quanto potente, può sfuggire per sempre al giudizio della storia.
Mentre la Stella di David gialla evoca dolorosi ricordi dell’antisemitismo Nazista in Germania, la moderna bandiera israeliana, che riporta lo stesso simbolo in blu e bianco, è diventata, per molte vittime arabe, un simbolo profondamente diverso. Per loro, evoca il ricordo di innumerevoli Crimini di Guerra israeliani, atti di Terrore Sionista, Pulizia Etnica, Uccisioni di Massa e altre esperienze profondamente traumatiche.
Di conseguenza, la Stella di David, un tempo considerata principalmente un emblema religioso e culturale, è diventata, agli occhi di molti arabi, inseparabile dalle azioni violente dello Stato israeliano. Questo cambiamento di percezione è ulteriormente rafforzato dalla frequente presenza della bandiera nei filmati che ritraggono le forze militari israeliane impegnate in tali operazioni. Non sorprende quindi che la Stella di David, ovunque nel mondo, anche quando è semplicemente un simbolo religioso, sia sempre più associata alle azioni di Israele in Medio Oriente.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, gli ebrei che vivevano sotto l’Occupazione Nazista erano spesso ammirati per la loro intraprendenza: documenti falsi, reti clandestine e sforzi per aiutare gli altri a sfuggire all’arresto e sopravvivere ad atrocità indicibili.
In netto contrasto, il moderno Israele Sionista è sempre più ricordato non per la resistenza, ma per l’impiego di tecnologie avanzate al servizio della Violenza di Massa: armi a guida di precisione, Intelligenza Artificiale utilizzata per il puntamento ed esplosioni telecomandate, comprese quelle, ad esempio, che hanno fatto detonare i cercapersone uccidendo numerose persone e passanti in Libano.
In questi casi, Israele si è tragicamente e costantemente dimostrato una potenza allo stesso tempo spietatamente efficiente e, moralmente parlando, inaffidabile.
Sebbene l’argomento sia generalmente considerato un tabù, non si può fare a meno di notare alcune inquietanti somiglianze tra il Nazismo e il Sionismo praticati da Israele in Palestina e nel Medio Oriente arabo.
Questi parallelismi non si limitano a politiche e azioni, ma si riflettono anche nel linguaggio utilizzato. Diverse espressioni Naziste tedesche trovano echi inquietanti nelle pratiche Sioniste israeliane in Palestina.
Paralleli terminologici tra nazismo e sionismo
• Ausradieren (“Cancellare” o “Ripulire” etnicamente): riferito alla rimozione sistematica della presenza palestinese in Palestina.
• Ausrotten (“Sterminare”): come negli appelli a distruggere gli “Amaleciti”, un termine che alcune voci estremiste israeliane usano per descrivere il loro desiderio di Sterminare i palestinesi.
• Endlösung (“Soluzione Finale”): nel contesto palestinese, si riferisce all’espulsione o allo Sterminio sistematico del popolo palestinese, eufemisticamente etichettato da alcuni in Israele come “trasferimento”.
• Jüdische Vorherrschaft (“Supremazia Ebraica”): affine alla fede Nazista nella Supremazia Razziale. Proprio come i Nazisti sostenevano la superiorità della cosiddetta razza ariana e cercavano il dominio su ebrei, slavi e altri popoli etichettati come “inferiori”, le politiche israeliane nei confronti di palestinesi e arabi spesso riflettono la percezione di loro come Untermenschen (“Subumani”) o “animali”.
• In entrambi i casi, Vorherrschaft (“Supremazia”) implica non una mera influenza, ma un controllo assoluto, spesso imposto attraverso la violenza, l’imperialismo e, a volte, l’Intento Genocida.
• Nicht für Araber (“Non per gli arabi”): riecheggiando la frase Nazista escludente “Nicht für Juden” (“Non per gli ebrei”), nei Territori Palestinesi Occupati a volte espressa con gli slogan “Fuori gli arabi!” e “Morte agli arabi!”.
• Kristallnacht (“Notte dei Cristalli”): rispecchiata dalla frequente distruzione di case, proprietà e infrastrutture palestinesi da parte delle forze israeliane.
• Groß-Israel (“Grande Israele”): a volte invocata per descrivere un Israele che si estende “dal Nilo all’Eufrate”.
• Heim ins Reich (“Casa nel Reich”): parallelo all’annessione di terre arabe da parte di Israele e all’insediamento di ebrei da tutto il mondo attraverso l’Aliyah. Israele prima di tutto, che ricorda lo slogan Nazista Deutschland über Alles (La Germania Sopra Ogni Cosa).
• Lebensraum (“Spazio Vitale”): il termine Nazista per l’espansione territoriale. Proprio come i Nazisti miravano a proteggere il territorio sfrattando e Sterminando altri, i Sionisti israeliani hanno perseguito conquiste territoriali attraverso insediamenti nei Territori Palestinesi Occupati e oltre.
• Volksgemeinschaft (“Comunità Popolare”): l’ideale Nazista di un corpo nazionale omogeneo, che esclude ebrei e altri “estranei”. Israele, allo stesso modo, considera i non ebrei, in particolare palestinesi e arabi, come estranei in quella che storicamente è la loro terra.
Potrebbero esserci diverse possibili “soluzioni finali” per Israele. Uno scenario è che Israele, dopo lunghi periodi di guerra e conflitto, alla fine cesserà di esistere. La fine di uno Stato così Razzista e violento potrebbe, ad esempio, derivare da una “implosione morale”.
Dopotutto, per quanto tempo può persistere un sistema di “Supremazia Ebraica” (“Vorherrschaft”) senza crollare definitivamente sotto il peso di una bancarotta etica e di conflitti interni (come una guerra civile)?
Un’altra strada, più costruttiva, è che Israele possa ancora scegliere di accettare le proposte di pace arabe precedentemente avanzate, proposte che all’epoca aveva completamente ignorato. Quest’ultima strada sarebbe senza dubbio la più saggia per Israele. Tuttavia, se continua a rifiutare questa opzione, la sua incessante violenza e aggressione, la sua costante, aggressiva fuga in avanti, rischia di portare alla fine di Israele.
Nikolaos van Dam è l’ex ambasciatore olandese in Indonesia, Germania, Turchia, Egitto e Iraq, nonché inviato speciale per la Siria. Come diplomatico minore, ha prestato servizio in Libano, Giordania, Territori Palestinesi Occupati e Libia. È autore di “The Struggle for Power in Syria” (La Lotta per il Potere in Siria), “Destroying a Nation: The Civil War in Syria” (Distruggere Una Nazione: La Guerra Civile in Siria) e “My Diplomatic Journeys in the Arab and Islamic Worlds” (I Miei Viaggi Diplomatici nel Mondo Arabo e Islamico).
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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