Il ritiro israeliano da Gaza nel 2005 non è stato una concessione. È stata una mossa strategica per ostacolare la creazione di uno Stato Palestinese.
Fonte: English version
Di Belén Fernández – 17 maggio 2025
immagine di copertina: Un colono con il figlio in braccio cerca di convincere un poliziotto israeliano a lasciarli rimanere nell’insediamento ebraico di Ganei Tal, nella Striscia di Gaza meridionale, il 17 agosto 2005 (Archivio: Jerry Lampen/Reuters)
Nell’agosto 2005, il governo israeliano si ritirò ufficialmente dalla Striscia di Gaza, l’enclave costiera palestinese che aveva Occupato ininterrottamente dal 1967. Oltre a ritirare le sue forze armate, dovette intraprendere lo smantellamento di 21 insediamenti illegali che ospitavano 8.000 coloni ebrei.
Le truppe israeliane furono schierate per avviare il processo, che toccò la sensibilità dei media internazionali come il New York Times. Il giornale riportò lo strazio dei coloni colpiti dallo “storico ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza”, alcuni dei quali dovettero essere portati “urlanti fuori dalle loro case in scene che commossero fino alle lacrime diversi soldati”.
Certo, non c’è nulla di più tragico di coloni illegali sradicati da una porzione di terra che non appartiene loro e trasferiti in un’altra porzione di terra che non appartiene loro. Vale la pena ricordare che la maggior parte della popolazione palestinese della Striscia di Gaza è composta a sua volta da rifugiati della sanguinosa Conquista israeliana della Palestina nel 1948, che uccise 15.000 palestinesi, ne espulse altri 750.000 e distrusse oltre 500 villaggi palestinesi.
Dal 2005, il mito di un “ritiro” unilaterale israeliano da Gaza persiste ostinatamente, ed è stato ripetutamente invocato come presunta prova della nobile volontà di Israele di rispettare occasionalmente le regole.
Eppure, oggettivamente, ciò che accadde nell’agosto di quell’anno non fu affatto un “ritiro”, dato che l’esercito israeliano continuò a controllare i confini di Gaza, sottoponendo il territorio a un blocco punitivo e a periodici bombardamenti indiscriminati.
Gli stessi funzionari israeliani non fecero alcuno sforzo per nascondere le loro reali intenzioni. Nel 2004, mentre il piano era ancora in discussione alla Knesset (Parlamento), Dov Weisglass, Consigliere dell’allora Primo Ministro israeliano Ariel Sharon, dichiarò d’impeto: “Il disimpegno è in realtà formaldeide. Fornisce la stasi necessaria affinché non ci sia un processo politico con i palestinesi”.
“Congelando” il processo politico, ha continuato Weisglass, “si impedisce la creazione di uno Stato Palestinese e si impedisce una discussione sui rifugiati, sui confini e su Gerusalemme”. Grazie al “disimpegno”, quindi, l’intera questione dello Stato Palestinese è stata “rimossa a tempo indeterminato dalla nostra agenda”, e tutto con la “benedizione” del Presidente degli Stati Uniti d’America “e la ratifica di entrambe le Camere del Congresso”.
Poiché il cosiddetto “ritiro” da Gaza non ha comportato la cessazione del rendere la vita un inferno agli abitanti palestinesi del territorio, Israele è rimasto costantemente impegnato su quel fronte. Il 28 settembre 2005, il mese successivo al dramma dei coloni e dei soldati in lacrime, il defunto Dottor Eyad El-Sarraj, fondatore del Programma Comunitario di Salute Mentale di Gaza, scrisse sul sito Web Electronic Intifada: “Negli ultimi giorni, Gaza è stata risvegliata dai suoi sogni di liberazione da orribili esplosioni che hanno infranto i nostri cieli, scosso i nostri edifici, mandato in frantumi le nostre finestre e gettato Gaza nel panico”.
Questi erano gli effetti dei boati sonici emessi dagli aerei israeliani nei cieli di Gaza, un metodo che, come ha osservato El-Sarraj, “non era mai stato utilizzato prima del disimpegno, per non allarmare o condizionare i coloni israeliani e i loro figli”. E quello fu solo l’inizio del “disimpegno”.
Nel 2006, Israele lanciò l’Operazione “Piogge Estive” nella Striscia di Gaza, che gli studiosi Noam Chomsky e Ilan Pappè avrebbero successivamente definito come “l’attacco più brutale a Gaza dal 1967”. Questo, ovviamente, è avvenuto prima che Gaza venisse risvegliata dai suoi sogni di liberazione con un Genocidio israeliano totale, che ha ucciso oltre 53.000 palestinesi dall’ottobre 2023.
Ma nel frattempo ci sono state molte brutalità, dall’Operazione Piombo Fuso israeliana, iniziata nel dicembre 2008 e che ha Ucciso 1.400 palestinesi in 22 giorni, all’Operazione Margine Protettivo, che ha Massacrato 2.251 persone in 50 giorni nel 2014.
Oltre a periodiche ondate di Uccisioni di Massa, il blocco israeliano della Striscia di Gaza, che ha subito fluttuazioni, ha posto ulteriori sfide esistenziali. Nel 2010, ad esempio, la BBC ha elencato alcuni degli articoli per la casa il cui ingresso a Gaza era stato bloccato in momenti diversi, tra cui: “lampadine, candele, fiammiferi, libri, strumenti musicali, pastelli, vestiti, scarpe, materassi, lenzuola, coperte, pasta, tè, caffè, cioccolato, noci, shampoo e balsamo”.
Nel 2006, il Consigliere del governo israeliano Weisglass, lo stesso personaggio che rivelò l’approccio “formaldeide” al disimpegno, si assunse la responsabilità di chiarire con eleganza la logica alla base delle restrizioni israeliane alle importazioni di cibo nella Striscia di Gaza: “L’idea è di mettere i palestinesi a dieta, ma senza farli morire di fame”.
Ora che Israele sta letteralmente facendo morire di fame i palestinesi a Gaza con la piena Complicità degli Stati Uniti, sembra che l'”idea” abbia subito alcune revisioni. Nel frattempo, recenti notizie che citano funzionari israeliani anonimi indicano che Israele sta attualmente pianificando la “Conquista” e la piena Occupazione Militare della Striscia di Gaza.
A due decenni dal ritiro israeliano da Gaza, che non c’è stato, è lecito supporre che il “disimpegno” abbia aperto la strada alla Conquista. E questa volta, non esiste alcun piano di disimpegno.
Belén Fernández è autrice di; Dentro Siglo XXI: Rinchiuso nel Più Grande Centro di Detenzione per Immigrati del Messico (Siglo XXI: Locked Up in Mexico’s Largest Immigration Detention Center – OR Books, 2022), Posto di Blocco Zipolite: Quarantena in Un Piccolo Posto (Checkpoint Zipolite: Quarantine in a Small Place – OR Books, 2021), Esilio: Rifiutare l’America e Trovare il Mondo (Exile: Rejecting America and Finding the World – OR Books, 2019), Martiri Che Non Muoiono Mai: Viaggi Nel Sud Del Libano (Martyrs Never Die: Travels through South Lebanon – Warscapes, 2016) e Il Messaggero dell’Impero: Thomas Friedman al Lavoro (The Imperial Messenger: Thomas Friedman at Work – Verso, 2011). È collaboratrice editoriale di Jacobin Magazine e ha scritto per il New York Times, il blog della Rassegna del Libro di Londra , Current Affairs e Middle East Eye, tra le altre numerose pubblicazioni.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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