Mentre gli attivisti queer hanno fatto notevoli progressi in Libano, questi progressi restano bloccati da una radicata omofobia e dalla sua strumentalizzazione per servire gli interessi dei gruppi settari.
Fonte. English version
Arab Reform Initiative – Venerdì 9 maggio 2025
Nel suo articolo intitolato “Perché gli attivisti queer non possono alzare la bandiera in Libano? “, pubblicato dall’Arab Reform Initiative (ARI), la ricercatrice libanese Kristin Azar esplora la crescente repressione a cui sono sottoposti gli attivisti LGBTQIA+ in Libano.
Sebbene il Paese abbia registrato progressi in passato – come le sentenze che hanno indebolito l’articolo 534 del Codice Penale, che criminalizza il sesso “contro natura”, gli ultimi anni hanno segnato una forte reazione.
Nel 2023, una proposta di legge per abrogare l’articolo 534 suscitò reazioni aggressive da parte di politici conservatori e leader religiosi. A ciò seguì una contro-legislazione che mirava a criminalizzare non solo le relazioni omosessuali, ma anche la promozione dei diritti LGBTQ+. Contemporaneamente, le autorità governative, in particolare il Ministero dell’Interno, emisero divieti di raduno LGBTQ+, citando la “moralità pubblica” e le norme religiose, nonostante l’opposizione dei tribunali.
Azar sostiene che questi sviluppi abbiano costretto le comunità LGBTQIA+ al silenzio e all’invisibilità. L’uso da parte dello Stato di strumenti legali e sociali per reprimere l’espressione queer ha creato un ambiente ostile in cui la visibilità è pericolosa per questi individui.
In un Paese in cui tutti i partiti politici issano orgogliosamente le loro bandiere sui propri territori, perché i membri della comunità queer non dovrebbero avere il diritto di fare lo stesso? Kristin Azar pone questa domanda nel suo nuovo articolo pubblicato dall’Arab Reform Initiative (ARI).
L’articolo di Azar sottolinea la resilienza degli attivisti queer, ma evidenzia anche l’urgente necessità di riforme strutturali e sociali che consentano loro di far sentire la propria voce (e sventolare la propria bandiera) in tutta sicurezza.
In conclusione del suo articolo, Azar osserva che, sebbene il Libano, e in particolare Beirut, sia considerato un rifugio per le persone queer nel mondo arabo, l’omofobia rimane profondamente radicata nel paese e attraversa tutte le comunità. Ciononostante, si possono osservare tendenze che contribuiscono a contrastare la strumentalizzazione di questa omofobia per favorire interessi acquisiti.
Sebbene i membri – soprattutto gli attivisti – siano sempre stati presi di mira, fino al 2019 gli attacchi tendevano a concentrarsi su specifici spazi queer aperti al pubblico, che quindi attraevano membri di altri gruppi vulnerabili. Questo si è potuto osservare negli spazi aperti saccheggiati dalle Forze di Sicurezza Interna (ISF) prima della rivoluzione e negli spazi esclusivi e aperti saccheggiati o minacciati di saccheggiarli dopo la rivoluzione.
Inoltre, la ricercatrice osserva che si potrebbero osservare forti fluttuazioni nei livelli di tolleranza degli attori statali e non statali, a seconda dei benefici politici percepiti, come dimostrato dalle azioni intraprese dai Soldati di Dio, dal Kataeb, da Hezbollah, da Amal e altri. Mentre gli attivisti queer hanno fatto notevoli progressi in Libano, questi progressi restano bloccati da una radicata omofobia e dalla sua strumentalizzazione per servire gli interessi dei gruppi settari.
Azar sottolinea inoltre che la recente guerra con Israele e la riorganizzazione del governo lasciano aperta e incerta la questione queer. Conclude il suo articolo con una domanda che rimane essenziale affrontare: in un Paese in cui tutti i partiti politici issano orgogliosamente le loro bandiere sui propri territori, perché i membri della comunità queer non dovrebbero avere il diritto di fare lo stesso?
* La ricerca di Kristin Azar è disponibile nella sua versione integrale sul sito web dell’Arab Reform Initiative ( ARI ).
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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