Resta incerto per quanto tempo Netanyahu rimarrà al potere, ma la sua posizione politica è notevolmente peggiorata.
Fonte: Engilsh version
Di Ramzy Baroud – 19 maggio 2025
C’è stato un tempo in cui Benjamin Netanyahu sembrava avere tutte le carte in regola. L’Autorità Nazionale Palestinese era in gran parte passiva, la Cisgiordania era relativamente calma, la portata diplomatica di Israele si stava espandendo e gli Stati Uniti sembravano pronti a piegare il Diritto Internazionale per assecondare il desiderio di Tel Aviv di ottenere il controllo completo sulla Palestina.
Il Primo Ministro israeliano era anche riuscito, almeno a suo giudizio, a sottomettere Gaza, l’enclave ostinatamente ribelle che per anni aveva lottato senza successo per rompere il soffocante blocco israeliano.
In Israele, Netanyahu era stato celebrato come il Primo Ministro più longevo del Paese, una figura che prometteva non solo longevità, ma anche una prosperità senza precedenti. Per celebrare questo traguardo, Netanyahu ha utilizzato un elemento visivo: una mappa del Medio Oriente o, per usare le sue parole, “il Nuovo Medio Oriente”.
Questo nuovo Medio Oriente immaginato, secondo Netanyahu, era un blocco verde unificato, che rappresentava un futuro di “grandi benedizioni” sotto la guida israeliana.
Evidentemente assente da questa mappa era la Palestina, sia la Palestina storica, ora Israele, sia i Territori Occupati.
La presentazione di Netanyahu è avvenuta all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 22 settembre 2023. Il suo discorso, presumibilmente trionfale, ha visto una scarsa partecipazione e, tra i presenti, l’entusiasmo è stato notevolmente assente. Questo, tuttavia, è sembrato di scarsa importanza per Netanyahu, la sua coalizione di estremisti o il più ampio pubblico israeliano.
Storicamente, Israele ha fatto affidamento sul sostegno di poche nazioni selezionate, considerate, secondo i suoi calcoli, di primaria importanza: Washington e una manciata di capitali europee.
Poi arrivò l’attacco del 7 ottobre. Inizialmente, Israele sfruttò l’attacco palestinese per ottenere il sostegno occidentale e internazionale, convalidando le sue politiche esistenti e giustificando la risposta prevista. Tuttavia, questa simpatia si dissipò rapidamente quando divenne evidente che la risposta israeliana comportava una Campagna di Genocidio, lo Sterminio del popolo palestinese a Gaza e la Pulizia Etnica della popolazione di Gaza e delle comunità della Cisgiordania.
Con la diffusione di immagini e filmati della devastante Carneficina a Gaza, il sentimento anti-israeliano emerse. Persino gli alleati di Israele faticarono a giustificare l’Uccisione deliberata di decine di migliaia di civili innocenti, prevalentemente donne e bambini.
Nazioni come il Regno Unito imposero embarghi parziali sulle armi a Israele, mentre la Francia tentò un gioco di equilibri, chiedendo un cessate il fuoco e reprimendo al contempo gli attivisti nazionali che lo sostenevano. La narrativa occidentale filo-israeliana è diventata sempre più incoerente e rimane profondamente problematica.
Gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Joe Biden, inizialmente mantennero un sostegno incrollabile. Tuttavia, poiché Israele non riusciva a raggiungere i suoi obiettivi percepiti, la posizione pubblica di Biden iniziò a cambiare. Chiese un cessate il fuoco, pur senza dimostrare alcuna tangibile volontà di fare pressione su Israele. Il fermo sostegno di Biden a Israele è stato citato da molti come un fattore che ha contribuito alle sconfitte del Partito Democratico alle elezioni del 2024.
Poi arrivò Donald Trump. Netanyahu e i suoi sostenitori, sia in Israele che a Washington, prevedevano che le azioni di Israele in Palestina e nella Regione più ampia: Libano, Siria, ecc., si sarebbero allineate a un piano strategico più ampio.
Credevano che l’amministrazione Trump sarebbe stata disposta a un’ulteriore slancio. Questo slancio, prevedevano, avrebbe incluso un’azione militare contro l’Iran, l’espulsione dei palestinesi da Gaza, la frammentazione della Siria, l’indebolimento degli Houthi in Yemen e altro ancora, senza concessioni significative.
Inizialmente, Trump aveva manifestato la volontà di perseguire questo programma: inviare bombe più pesanti, lanciare minacce dirette contro l’Iran, intensificare le operazioni contro gli Houthi ed esprimere interesse nel controllo di Gaza e nello sfollamento della sua popolazione.
Tuttavia, le aspettative di Netanyahu si sono tradotte solo in promesse non mantenute. Questo ha sollevato la domanda: Trump stava deliberatamente ingannando Netanyahu o l’evolversi delle circostanze ha reso necessaria una rivalutazione dei suoi piani iniziali?
Quest’ultima spiegazione appare più plausibile. I tentativi di intimidire l’Iran si sono rivelati inefficaci, portando a una serie di impegni diplomatici tra Teheran e Washington, prima in Oman, poi a Roma.
Gli Houthi hanno dimostrato Resilienza, spingendo gli Stati Uniti a ridurre questo mese le loro campagne militari in Yemen, in particolare la cosiddetta Operazione Rough Rider (Rudi Incursori). Venerdì, un funzionario statunitense ha annunciato che la USS Harry S. Truman si sarebbe ritirata dalla Regione.
In particolare, la scorsa settimana Hamas e Washington hanno annunciato un accordo, indipendente da Israele, per il rilascio del prigioniero statunitense-israeliano Edan Alexander.
Il culmine si è raggiunto quando Trump, la scorsa settimana, ha pronunciato un discorso a una conferenza sugli investimenti tra Stati Uniti e Arabia Saudita a Riyadh, in cui ha sostenuto la pace e la prosperità nella Regione, ha revocato le sanzioni alla Siria e ha sottolineato una risoluzione diplomatica con l’Iran.
Evidentemente assente da questi cambiamenti regionali è stato Netanyahu e la sua “visione” strategica.
Netanyahu ha risposto a questi sviluppi intensificando le operazioni militari contro gli ospedali palestinesi a Gaza, prendendo di mira i pazienti dell’Ospedale Nasser e dell’Ospedale Europeo. Questa azione, rivolta ai più vulnerabili, è stata interpretata come un messaggio a Washington e agli Stati arabi che i suoi obiettivi rimanevano invariati, indipendentemente dalle conseguenze.
L’intensificazione delle operazioni militari israeliane a Gaza è un tentativo di Netanyahu di mostrare forza in un contesto di percepita vulnerabilità politica. Questa recrudescenza ha provocato un forte aumento delle vittime palestinesi e ha aggravato la carenza di cibo, se non addirittura la Carestia, per oltre 2 milioni di persone.
Non è ancora chiaro per quanto tempo Netanyahu rimarrà al potere, ma la sua posizione politica è notevolmente peggiorata. Si trova ad affrontare una diffusa opposizione interna e la condanna internazionale. Persino il suo principale alleato, gli Stati Uniti, ha segnalato un cambiamento di approccio. Questo periodo potrebbe segnare l’inizio della fine della carriera politica di Netanyahu e, potenzialmente, delle politiche associate al suo governo orribilmente violento.
Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri. Il suo ultimo libro, curato insieme a Ilan Pappé, è “La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano”. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non di ruolo presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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