Mentre Israele si muove per rioccupare Gaza, i media stranieri devono esigere libero accesso e la fine delle uccisioni di giornalisti.
Fonte: English version
Immagine di copertina: La gente piange la perdita del giornalista palestinese Hassan Eslaih, ucciso in un attacco israeliano al complesso medico Nasser a Khan Yunis, Gaza, il 13 maggio 2025 [Alaa YM Abumohsen/Anadolu]
Quando Israele ha annunciato il 5 maggio la sua intenzione di rioccupare Gaza in modo permanente, non si è limitato a dichiarare una nuova fase di Dominio militare. Lo Stato espansionista ha anche inteso un’intensificazione della sua Campagna di Cancellazione e silenziamento sistematico.
Questa mossa dovrebbe suonare come un allarme per ogni redazione e giornalista in tutto il mondo. Non si tratta solo di un’Occupazione territoriale, ma di una Guerra alla Verità. E in questa guerra, i giornalisti palestinesi sono tra i primi a essere presi di mira.
Il bilancio impressionante degli operatori dei media uccisi a Gaza parla da solo. Un recente rapporto afferma che a Gaza sono stati uccisi più giornalisti che nelle due guerre mondiali, quelle in Afghanistan, nell’ex Jugoslavia e in Vietnam messe insieme. Si tratta del conflitto più mortale per i professionisti dei media mai registrato.
Secondo l’Ufficio Stampa del Governo di Gaza, almeno 222 giornalisti sono stati uccisi. L’Istituto per la Comprensione in Medio Oriente (IMEU) ha riassunto questo deplorevole stato di cose affermando che “Israele è il più grande Assassino di Giornalisti nella storia moderna”.
Questa non è solo la conseguenza della guerra. Questa è una strategia. Questo è un oscuramento mediatico imposto attraverso spargimenti di sangue e confini sigillati.
Proprio domenica, uno dei giorni più sanguinosi degli ultimi mesi, le Forze di Occupazione Israeliane hanno ucciso i coniugi giornalisti Khaled Abu Seif e Nour Qandil insieme alla loro figlia piccola a Deir el-Balah. Hanno anche assassinato il fotografo Aziz al-Hajjar, sua moglie e i suoi figli nel Nord di Gaza e il giornalista Abdul Rahman al-Abadlah nel Sud di Gaza. Un attacco israeliano su una tenda nella “zona sicura” di al-Mawasi ha ucciso Ahmed al-Zinati, sua moglie e i suoi due bambini piccoli.
Giovedì, due giornalisti, Hassan Sammour e Ahmed al-Halou, sono stati uccisi in due attacchi israeliani. Due giorni prima, un drone israeliano aveva preso di mira il giornalista Hassan Eslaih nel Complesso Medico Nassar di Khan Younis, ormai inutilizzabile. Eslaih si stava riprendendo dalle ferite riportate quando le Forze di Occupazione Israeliane hanno bombardato una tenda per i media il 7 aprile. Nell’attacco, il collega di Eslaih, Hilmi al-Faqaawi, è morto carbonizzato.
Il 17 aprile, Fatima Hassouna, un’importante fotogiornalista la cui vita durante il Genocidio è diventata oggetto di un documentario, è stata presa di mira e uccisa nella sua casa insieme a 10 membri della sua famiglia. Il giorno prima, aveva saputo che il film sarebbe stato proiettato al Festival di Cannes.
Il 7 maggio, quando più di 100 persone furono uccise in un solo giorno, anche i giornalisti Yehya Subeih e Noor al-Din Abdu furono presi di mira.
La prima figlia di Yehya, una neonata, era nata quella stessa mattina. Era uscito di casa per andare a prendere delle provviste per la moglie e non era mai tornato. Sua figlia crescerà festeggiando il suo compleanno lo stesso giorno in cui suo padre fu ucciso.
Abdu stava documentando un Massacro israeliano in una scuola di Gaza quando è stato ucciso. Oltre al suo lavoro giornalistico, stava anche documentando la devastante perdita della sua famiglia allargata. Il 6 maggio, ha inviato il nome e la foto di un’altra vittima da aggiungere alla lista che lui e suo zio Rami Abdo, fondatore dell’Osservatorio Euro-Mediterraneo per i Diritti Umani, tenevano. Il giorno dopo, è stato aggiunto anche lui.
Questi sono solo alcuni dei tanti omicidi perpetrati da Israele nel tentativo di imporre l’oscuramento mediatico a Gaza. Ci sono anche molti altri casi di giornalisti sopravvissuti, ma che il trauma li ha ridotti al silenzio.
Tra questi c’è il mio parente Rami Abu Shammala. La casa di famiglia di Rami si trovava a pochi isolati dalle rovine della casa dei miei suoceri a Hay al-Amal, a Khan Younis, ovvero ciò che resta di quello che un tempo era un quartiere movimentato e pieno di vita.
Il 4 maggio, un giorno dopo aver celebrato la Giornata Mondiale della Libertà di Stampa, un attacco israeliano ha distrutto la casa di Rami, uccidendo sua cognata Nisreen e mandando sei bambini al pronto soccorso del Complesso Medico Nasser. Rami non era a casa ed è sopravvissuto, ma è caduto in un dolore così profondo da non poter più testimoniare.
Solo due giorni prima, la giornalista Norhan al-Madhoun ha perso suo fratello, Rizq, un fotografo, in un attacco aereo israeliano che ha colpito una mensa comunitaria in cui faceva volontariato. Lui e cinque dei lavoratori della mensa sono stati uccisi in un istante. A ottobre, la famiglia ha perso il padre Ahmed Khalil al-Madhoun, ucciso mentre distribuiva l’acqua, e poi un altro fratello, Haitham, ucciso il giorno successivo.
In seguito all’uccisione di Rizq, Norhan ha pubblicato sui social media quanto segue: “Con il cuore spezzato da tanta perdita, oggi ti piango, mio amato fratello e mia costola insostituibile. Chi lo conosceva sa che era una Patria di generosità, un rifugio di compassione e una voce costante in nome del coraggio e della verità. Ma io, che ho sempre trovato rifugio nella parola, nella scrittura come professione, mi trovo impotente di fronte all’enormità della perdita”.
Questo è ciò che significa mettere a tacere un giornalista: non solo la distruzione di telecamere e giubbotti da giornalista, ma la distruzione di famiglie, case e futuro. Il dolore e lo shock possono mettere a tacere ancor più dell’intimidazione.
Tutto questo spargimento di sangue contro i giornalisti di Gaza si sta verificando in un momento in cui Israele sta presumibilmente conducendo “operazioni limitate”. Possiamo solo immaginare cosa accadrà quando il suo Esercito Genocida avanzerà per rioccupare la Striscia.
Il mondo non deve più far finta di non vedere. La sopravvivenza dei giornalisti palestinesi e la libertà di raccontare richiedono un’azione globale urgente.
I giornalisti stranieri non possono continuare a tacere sul rifiuto di Israele di permettere loro di fare liberamente servizi da Gaza. L’integrazione con le Forze di Occupazione Israeliane e la visione di ciò che Israele vuole che i media vedano devono essere pubblicamente respinti.
Senza accesso ai media internazionali, Gaza continuerà a essere un Teatro di Guerra chiuso, un luogo dove i Crimini possono continuare senza essere visti. A Gaza, l’assenza di telecamere sarà letale quanto le bombe esportate dagli Stati Uniti.
È giunto il momento che giornalisti, redattori e organizzazioni giornalistiche rivendichino l’accesso, non solo come diritto professionale, ma anche come imperativo morale. Finché questo accesso non sarà concesso, giornali e reti televisive via cavo dovrebbero ricordare sistematicamente a lettori e telespettatori che Israele nega l’ingresso ai loro giornalisti.
Non si tratta solo di solidarietà con i giornalisti palestinesi. Si tratta di difendere l’essenza stessa del giornalismo: il diritto di testimoniare, di documentare le storie che chi detiene il potere preferisce tenere nascoste.
È fondamentale prendere posizione ora che stiamo assistendo a una tendenza globale alla regressione della libertà di stampa, accelerata dal silenzio imposto a Gaza. Il numero di Paesi che sostengono realmente un’informazione libera e dinamica si sta riducendo costantemente. Allo stesso tempo, la promessa tecnologica dei social media di essere una forza di cambiamento democratico, un tempo vista durante la Primavera araba, è praticamente svanita.
Ora è il momento di entrare a Gaza. I media internazionali devono agire, non più tardi, non quando le uccisioni cesseranno, non quando Israele concederà il permesso, ma ora. Ciò che serve è una richiesta globale di accesso, di responsabilità e di protezione per coloro che osano parlare.
Questo è il momento. Non dobbiamo perderlo.
Ghada Ageel è una rifugiata palestinese di terza generazione ed è attualmente professoressa ospite presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Alberta, situato ad Amiskwaciwâskahikan (Edmonton), territorio del Trattato 6 in Canada.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
Tutti gli articoli del BLOG: Invictapalestina.org
Eventi a noi segnalati: Eventi
Disclaimer: non sempre Invictapalestina condivide le opinioni espresse negli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire e approfondire gli argomenti da noi proposti. I contenuti offerti dal BLOG sono redatti/tradotti gratuitamente con la massima cura/diligenza, Invictapalestina tuttavia, declina ogni responsabilità, diretta e indiretta, nei confronti degli utenti e in generale di qualsiasi terzo, per eventuali imprecisioni, errori, omissioni.

