Una Seconda Nakba, trasmessa in diretta
Fonte: English version
Di Soumaya Ghannoushi – 21 maggio 2025
Immagine di copertina: Il Genocidio israeliano a Gaza è trasmesso in diretta, sottotitolato, digitalizzato e si sta svolgendo in alta definizione e in tempo reale (Illustrazione di Anas Alkarmi/AFP)
Una Seconda Nakba si sta svolgendo, non in segreto, non sussurrata a labbra tremanti, non fatta passare per voci tra sopravvissuti in fuga, ma nella piena, spietata luce del giorno.
È trasmessa in diretta video. Sottotitolata. Digitalizzata. Un Genocidio che si svolge in alta definizione e in tempo reale.
Non è un’eco del 1948. È la sua evoluzione. La sua mutazione. Lo stesso Meccanismo di Cancellazione, ora potenziato, modernizzato, militarizzato e trasmesso a livello globale.
Più spietato.
Più sfrontato.
Più spettacolarmente Crudele.
A Gaza, il Genocidio non viene negato. Viene Perpetrato.
Donne, bambini e anziani non sono Danni Collaterali, sono il Bersaglio. Le case non vengono prese di mira, ma destinate all’Annientamento. Scuole, moschee, ospedali, panetterie, ogni angolo della vita viene mappato, bombardato, seppellito. Ridotto in cenere con la semplice pressione di un pulsante, nel silenzio della Complicità diplomatica.
Gaza non è un campo di battaglia. È un ecatombe, costruita al rallentatore, trasmessa in diretta con precisione chirurgica e narrata con menzogne.
Ma la violenza non si limita a Gaza. Anche nella Cisgiordania Occupata, uccisioni, incursioni e terrore dei coloni aumentano di giorno in giorno. Eppure, il mondo si aggrappa all’illusione che tutto questo sia iniziato il 7 ottobre, come se la vita palestinese prima di quella data fosse definita da dignità e pace. Come se posti di blocco, demolizioni di case, arresti notturni, esecuzioni extragiudiziali e assedi non avessero già Brutalizzato ogni respiro dell’esistenza palestinese.
No. Questa non è reazione.
Non è sicurezza.
È la continuazione di una lunga Guerra alla Presenza.
Un Progetto di Pulizia Etnica in corso da quasi ottant’anni, ora eseguito con bombe anti-bunker, missili guidati dall’Intelligenza Artificiale e una determinazione Genocida. Ciò che una volta si faceva con fucili e sussurri, ora si fa con algoritmi e megafoni.
E questa volta, niente eufemismi. Solo dichiarazioni.
Il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha detto ciò che altri cercano di oscurare: “Stiamo occupando, ripulendo e rimanendo. stiamo distruggendo tutto ciò che rimane a Gaza, perché lì tutto è una grande città terroristica. I residenti andranno a Sud, e da lì, in Paesi terzi, come parte del Piano di Trump”.
L’ex parlamentare israeliano Moshe Feiglin è andato ancora oltre, dichiarando su Canale 14: “Ogni bambino, ogni neonato a Gaza è un nemico. Il nemico non è Hamas. Dobbiamo Conquistare Gaza e Colonizzarla e non lasciarci un solo bambino di Gaza. Non c’è altra vittoria”.
Questa non è un errore. È il Progetto. Una Seconda Nakba, dichiarata chiaramente ed eseguita in tempo reale.
Non si tratta di Hamas. Non si tratta di sicurezza. Si tratta di Annientamento. Il Crimine non è nascosto. È confessato.
Anche il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha chiarito l’obiettivo: “Prenderemo il controllo di tutto il territorio della Striscia”. Lo ha detto non in un discorso di ricostruzione, non in un gesto di moderazione, ma giustificando l’ingresso di un piccolo flusso di aiuti umanitari, non per dovere, non per legge, ma, per usare le sue stesse parole, per “mettere a tacere coloro che non vogliono vedere la Carestia”.

Ha permesso a cinque camion, cinque, di entrare in un territorio dove ne servono almeno 600 al giorno solo per mantenere in vita le persone. Il responsabile umanitario delle Nazioni Unite, Tom Fletcher, l’ha definita “una goccia nell’oceano”.
Non si trattava di pietà. Era spettacolo. Non di sollievo, ma di fame controllata. Non per salvare vite umane, ma per offuscare l’immagine. Una logica non di diritto, ma di assedio. Un Regime che tratta la fame non come una preoccupazione umanitaria, ma come un dilemma di pubbliche relazioni.
Israele è diventato più estremista, più messianico, più libero da leggi o convenzioni. L’Omicidio di Massa viene ora ribattezzato “autodifesa”. La distruzione dei campi profughi viene presentata come “precisione chirurgica”. La fame è una tattica. Lo sfollamento è una strategia. La Cancellazione è l’Obiettivo.
Persino alcuni all’interno delle istituzioni israeliane si stanno ritraendo. Yair Golan, capo dei Democratici all’opposizione ed ex Generale, ha avvertito senza mezzi termini: “Israele sta diventando uno Stato reietto, come lo è stato il Sudafrica. Un Paese sano di mente non combatte i civili, non Uccide Bambini per divertimento e non si pone l’obiettivo di espellere popolazioni”.
Le sue parole squarciano la nebbia della propaganda con rara chiarezza. Ma cadono nel vuoto all’interno di un governo che ha scelto la via dell’Annientamento.
Stiamo assistendo, in tempo reale, a famiglie ammassate nelle tende, bombardate mentre fuggono, affamate mentre chiedono acqua. Bambini intervistati un giorno, sepolti il giorno dopo. Medici che operano senza anestesia. Bambini prematuri che muoiono in incubatrici fredde. Madri che stringono tra le braccia arti che un tempo erano figli.
Questa non è guerra.
È spettacolo.
È teatro.
E il pubblico è globale.
E tuttavia, non basta.
Netanyahu e la sua cricca proseguono con il “Piano dei Carri di Gedeone”, un Progetto non per la vittoria militare, ma per lo Sterminio. Gaza deve essere trasformata in una landa desolata e scheletrica, purificata e riqualificata. Palestinesi rimossi, esiliati, dimenticati.
E a Washington, il Presidente sogna di ricostruire Gaza come una “Riviera del Medio Oriente”, un parco giochi di lusso sulle macerie di un popolo, dove i sopravvissuti al Genocidio vengono reinventati come i “Pellerossa” dell’impero moderno: Conquistati, sfollati, storicizzati.
Questa Seconda Nakba ha i suoi facilitatori, proprio come la Prima. Nel 1948, fu la Gran Bretagna ad aprire la strada, emanando la Dichiarazione Balfour, donando una terra che non possedeva e ignorando le grida dei suoi nativi. Gli Stati Uniti, allora un impero in ascesa, seguirono l’esempio.
Oggi, l’America è in testa, con le armi, con i veti, con le menzogne scolpite nella diplomazia. L’Europa segue da vicino, offrendo nebbia morale e codardia etica. Le bandiere hanno cambiato posizione, ma l’impero no.
Tuttavia, non tutti sono complici. Ci sono sprazzi di chiarezza, nazioni come Spagna, Irlanda, Slovenia, Danimarca, che hanno osato chiamare per nome il Crimine, parlare di Genocidio, rompere con il consenso della codardia. Il loro coraggio conta. Le loro voci arrivano.

Ma la differenza più grande oggi non è l’Orrore.
È la visibilità.
La Prima Nakba è vissuta nella memoria, nelle fragili pagine dei libri, nelle storie tormentate degli sfollati. Questa Nakba è trasmessa in diretta video. Arriva in ogni casa, in ogni canale, in ogni lingua. Non può essere invisibile. Non può essere ignorata.
La narrazione Sionista di purezza morale e vittimismo ora giace nuda, un copione stanco recitato da cattivi attori a un pubblico che ha smesso di applaudire.
Il mondo ha visto i tetti Crollare.
Ha visto i campi Bruciare.
Ha visto i cecchini, i bulldozer, le fosse comuni.
Ha visto ospedali rasi al suolo, ambulanze bombardate, bambini smembrati.
E qualcosa, finalmente, si sta muovendo.
Da New York a Londra, da Parigi a Santiago, dalle strade ai cancelli dei plessi universitari, la gente si ribella. Non ancora abbastanza per fermare le uccisioni, ma abbastanza per fare breccia nel silenzio. Abbastanza per rompere la menzogna.
Gli studenti occupano.
I lavoratori sono in sciopero.
Gli artisti boicottano.
Il terreno sotto l’ordine politico inizia a muoversi.
Aggrappiamoci a questo cambiamento. Proteggiamo quella scintilla di speranza in mezzo alla cenere. Gli artefici di questa Seconda Nakba vogliono farci credere che sia troppo tardi, che il futuro sia segnato, che la Cancellazione sia completa.
Ma la storia non è finita.
E la vergogna è un’arma potente.
La Palestina non è caduta.
Viene Uccisa.
Eppure Resiste.
Sanguina, ma parla.
Dalle macerie, dall’esilio, dalla fame e dal fuoco, la Palestina grida ancora.
E il mondo, lentamente, con fierezza, con aria di sfida, sta iniziando ad ascoltare.
Soumaya Ghannoushi è una scrittrice anglo-tunisina ed esperta di politica mediorientale. I suoi articoli giornalistici sono apparsi su The Guardian, The Independent, Corriere della Sera, aljazeera.net e Al Quds. Una selezione dei suoi scritti è disponibile su: soumayaghannoushi.com e twitta @SMGhannoushi.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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