Anche se nessuna azione potrà invertire completamente le conseguenze del Genocidio, ci sono ancora 2 milioni di vite che possono essere salvate
Fonte: English version
Di Ramzy Baroud – 26 maggio 2025
Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, la cui intera strategia di guerra si basa sull’affamare i palestinesi a Gaza, ha deciso unilateralmente la scorsa settimana di consentire l’ingresso “immediato” di cibo nella Striscia colpita dalla Carestia. La decisione è stata accolta con sgomento da tutte le parti.
Naturalmente, Netanyahu ha comunque manovrato. Invece di consentire ad almeno 1.000 camion di aiuti di entrare nella Striscia di Gaza completamente distrutta e devastata, inizialmente ne ha autorizzati solo nove, un numero che è aumentato nominalmente nei giorni successivi.
Persino i più convinti sostenitori di Netanyahu, che avevano aspramente criticato la decisione, ne sono rimasti sconcertati. L’intesa pregressa tra gli alleati della coalizione di Netanyahu riguardo al loro piano definitivo a Gaza era stata inequivocabilmente chiara: l’Occupazione Totale della Striscia e lo sfollamento forzato della sua popolazione.
Quest’ultima è stata formulata come una questione politica esplicita dal Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich. “Gaza sarà completamente distrutta, i civili saranno inviati in Paesi terzi”, ha dichiarato il 6 maggio.
L’ingresso di cibo a Gaza, per quanto minuscolo, viola direttamente l’intesa consolidata tra il governo e l’esercito, sotto la guida dell’alleato di Netanyahu, il Ministro della Difesa Israel Katz, e del Capo di Stato Maggiore Eyal Zamir. Queste due significative aggiunte al Gabinetto di Guerra di Netanyahu hanno sostituito rispettivamente Yoav Gallant e Herzi Halevi. Con queste nomine, Netanyahu era pronto a completare il suo Piano generale.
Quando la guerra è iniziata il 7 ottobre 2023, il Premier israeliano ha promesso che avrebbe preso il controllo della Striscia di Gaza. Questa posizione si è evoluta, o meglio, è stata chiarita, fino a significare un’Occupazione Permanente, sebbene senza i palestinesi stessi.
Per raggiungere un obiettivo così ambizioso, ambizioso considerando il costante fallimento di Israele nel sottomettere i palestinesi nel corso di quasi 600 giorni, Netanyahu e i suoi uomini hanno meticolosamente elaborato il Piano “Carri di Gedeone”. La propaganda che ha accompagnato questa nuova strategia ha superato ogni Hasbara che aveva accompagnato i piani precedenti, incluso il fallito “Piano dei Generali” dell’ottobre 2024.
La logica alla base di questa guerra psicologica è quella di imprimere nei palestinesi di Gaza l’indelebile impressione che il loro destino sia segnato e che il futuro della Striscia possa essere determinato solo da Israele stesso.
Tuttavia, il Piano, che è una rivisitazione di quello che è storicamente noto come “Le 5 Dita di Sharon”, si basa fondamentalmente sulla suddivisione di Gaza in diverse zone distinte e sullo sfruttamento del cibo come strumento per lo sfollamento in campi all’interno e, in ultima analisi, all’esterno di Gaza.
Allora, perché Netanyahu avrebbe dovuto accettare di consentire l’accesso al cibo al di fuori del suo sinistro Piano? La ragione di ciò è profondamente legata all’esplosione di rabbia globale rivolta contro Israele, in particolare da parte dei suoi più fedeli alleati: Regno Unito, Francia, Canada e Australia, tra gli altri.
A differenza di Spagna, Norvegia, Irlanda e altri Paesi che hanno duramente criticato il Genocidio israeliano, alcune capitali occidentali sono rimaste fedeli a Israele per tutta la durata della guerra. Il loro impegno si è manifestato in un discorso politico di sostegno, nel dare la colpa ai palestinesi e nell’assolvere Israele, in un sostegno militare senza ostacoli e nella risoluta protezione di Israele da responsabilità legali e ricadute politiche sulla scena globale.
Le cose hanno cominciato a cambiare quando il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha compreso che la guerra di Netanyahu a Gaza era destinata a diventare una guerra e un’Occupazione permanenti, che si sarebbero inevitabilmente tradotte in una destabilizzazione perpetua del Medio Oriente, una priorità americana tutt’altro che impellente al momento.
Le notizie trapelate dai principali media statunitensi, unite alla notevole mancanza di comunicazione tra Trump e Netanyahu, tra gli altri indicatori, suggeriscono fortemente che la frattura tra Washington e Tel Aviv non sia stata un semplice stratagemma, ma un vero e proprio cambiamento di rotta.
Sebbene Washington abbia indicato che gli Stati Uniti non hanno “abbandonato” Israele, il futuro è segnato: la strategia a lungo termine di Netanyahu e l’attuale strategia statunitense sono tutt’altro che convergenti.
Nonostante il formidabile potere politico della Lobby filo-israeliana negli Stati Uniti e il suo solido sostegno da entrambe le parti del Congresso, la posizione di Trump è stata rafforzata dal fatto che alcuni circoli filo-israeliani, anche di entrambi i partiti politici, sono pienamente consapevoli che Netanyahu rappresenta un pericolo non solo per gli Stati Uniti, ma anche per Israele stesso.
Una serie di azioni decisive intraprese da Trump hanno ulteriormente accentuato questo cambiamento: il proseguimento dei colloqui con l’Iran, la tregua con gli Houthi in Yemen, i colloqui con Hamas, ecc. Queste azioni hanno ricevuto sorprendentemente poca opposizione da parte dell’elemento filo-israeliano nei circoli di potere statunitensi.
Pur astenendosi dal criticare apertamente Trump, Netanyahu ha risposto intensificando le Uccisioni di palestinesi, che sono caduti in un numero tragicamente elevato. Molte delle vittime erano già sull’orlo della fame prima di essere fatte saltare in aria senza pietà dalle bombe israeliane.
Regno Unito, Canada e Francia la scorsa settimana hanno rilasciato congiuntamente una forte dichiarazione in cui minacciavano Israele di sanzioni. Questo linguaggio insolito è stato rapidamente seguito da un’azione solo il giorno dopo, quando Londra ha sospeso i colloqui commerciali con Israele.
Netanyahu ha reagito con un linguaggio furioso, scatenando la sua rabbia contro le capitali occidentali, accusandole di “offrire un premio enorme per l’attacco genocida contro Israele del 7 ottobre, mentre invitano a commettere altre atrocità simili”.
La decisione di consentire l’ingresso di cibo a Gaza, sebbene palesemente non sufficiente a scongiurare la crescente Carestia, è stata intesa come una distrazione, mentre la macchina da guerra israeliana continua incessantemente a mietere vittime palestinesi quotidianamente.
Sebbene si accolgano con favore i significativi cambiamenti nella posizione dell’Occidente contro Israele, rimane ampiamente chiaro che Netanyahu non ha alcun reale interesse ad abbandonare il suo Piano di affamare e pulire etnicamente Gaza.
Anche se nessuna azione potrà invertire completamente le conseguenze del Genocidio, ci sono ancora 2 milioni di vite che possono essere salvate.
Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri. Il suo ultimo libro, curato insieme a Ilan Pappé, è “La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano”. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non di ruolo presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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