Quando uno Stato genocida sfida il popolo che ha inventato la lotta anticoloniale.
Fonte: English Version
Deaglan O’Mulrooney – 31 maggio 2025
Un anno fa, Israele aveva ancora un ambasciatore a Dublino. Oggi quel posto è vuoto, abbandonato in un impeto di rabbia e in un capriccio diplomatico dopo che l’Irlanda ha avuto l’audacia di chiamare le cose col loro nome. Il governo israeliano, inferocito e schiumante di rabbia, ha dichiarato l’Irlanda “la nazione più antisemita d’Europa”, un’accusa che sarebbe ridicola se non fosse così disperatamente trasparente.
Ovviamente, l’Irlanda non ha battuto ciglio. Anzi, ha rilanciato.
Mentre altri leader europei tergiversavano parlando di “proporzionalità”, il governo irlandese ha fatto il passo di riconoscere formalmente lo Stato di Palestina, non come un’aspirazione lontana, ma come una realtà immediata e non negoziabile. È stata una sfida diretta alla narrazione israeliana e un rifiuto di partecipare alla finzione secondo cui la Palestina sarebbe solo una pedina in un interminabile “processo di pace”.
Anche il fatto che il Taoiseach irlandese sia stato il primo leader europeo a definire il genocidio con il suo nome è stato un passo importante.
E la risposta di Israele? Esattamente quella che ci si poteva aspettare: urlare più forte. Diffamare con più foga. E scavarsi ancor di più la fossa dell’emarginazione.
L’ironia.
A dire il vero, pensare che una nazione che ha subito 800 anni di colonialismo britannico, che conosce intimamente la fame, lo sfollamento e la cancellazione culturale, possa anche solo considerare di schierarsi con un oppressore è assurdo. Ma Israele non ragiona in modo logico. Opera soltanto per proiezioni.
Quando l’Irlanda condanna le fosse comuni a Gaza, Israele grida “antisemitismo!” come se preoccuparsi per i palestinesi morti significasse odiare gli ebrei. Quando artisti irlandesi come Kneecap sventolano bandiere, Israele pretende che vengano perseguiti per “terrorismo”, come se la solidarietà fosse un crimine.
Ma Israele non capisce una cosa fondamentale: il mondo intero sta guardando. E sta con l’Irlanda.
La diaspora.
In Irlanda vivono cinque milioni di persone, ma ci sono circa 100 milioni di irlandesi sparsi nel mondo. Lasciate che questo numero si sedimenti.

Da Boston a Buenos Aires, da Sydney a San Paolo, la diaspora irlandese è un gigante addormentato. Ed è un gigante che, per secoli, ha trasformato la sofferenza coloniale in una forza di unificazione. Gli irlandesi non si sono solo salvati dalla Grande Carestia: hanno attraversato i mari, il mondo, portando con sé una storia di resistenza continua che risuona ovunque. Gli oppressi, gli anti-imperialisti, i giusti: tutti amici dell’Irlanda.
L’Irlanda non è semplicemente un altro piccolo paese. Siamo l’underdog per eccellenza. Siamo il popolo che ha preso a schiaffi l’Impero britannico e ha trasformato la sua oppressione in una forza culturale. E mentre altre nazioni si vantano del loro potere militare o economico, noi brandiamo qualcosa di molto più pericoloso: siamo amati.
Ogni volta che Israele attacca l’Irlanda. Ogni volta che cerca di infangare i nostri politici o colpire i nostri artisti, non allontana solo un governo. Allontana milioni e milioni di irlandesi-americani, irlandesi-australiani, irlandesi-argentini e tutti i nostri amici.
E quei milioni? Votano. Si organizzano. Ricordano.
Il test Kneecap.
In nessun altro caso l’errore di Israele è più evidente che nella persecuzione dei Kneecap da parte dei suoi alleati:
Il Regno Unito accusa i Kneecap di “terrorismo” lo stesso giorno in cui rifiuta di smettere di armare il genocidio israeliano.
“Invece di difendere persone innocenti o i principi del diritto internazionale che affermano di sostenere, i potenti in Gran Bretagna hanno appoggiato il massacro e la carestia a Gaza proprio come fecero in Irlanda per secoli. Allora, come oggi, si giustificano.” — Kneecap
Liam Óg Ó hAnnaidh, uno dei membri del trio, è attualmente accusato di terrorismo nel Regno Unito per aver tenuto in mano una bandiera di Hezbollah durante un concerto. La bandiera non era nemmeno sua, era stata lanciata sul palco. Ma questo dettaglio conta poco: ciò che conta è il messaggio. E quel messaggio è chiaro: se osi usare la tua piattaforma per criticare apertamente Israele, lo Stato scenderà su di te con tutto il suo peso.
Ma la reazione è stata immediata. E bellissima.

Perché Kneecap non è una band qualsiasi. Sono artisti candidati agli Oscar, vincitori di BAFTA, riconosciuti a livello globale, che hanno trasformato la lingua irlandese in un’arma contro l’Impero. E ora, grazie a questa ridicola accusa, sono diventati simboli ancora più forti della resistenza.
Gli alleati di Israele nel governo britannico pensavano di mettere a tacere il dissenso. Invece lo hanno amplificato.
Un avvertimento.
Non è la prima volta che una forza oppressiva sottovaluta l’Irlanda, ma sarà uno degli errori più spettacolari di questo decennio.
La Gran Bretagna ha già commesso questo errore. Per secoli ha creduto di poter schiacciare l’Irlanda, di poter bandire la nostra lingua, impiccare i nostri leader, affamare i nostri bambini fino alla sottomissione. Quanto si sbagliavano. Più ci opprimevano, più ardevamo. Più ci rubavano, più pianificavamo. E quando è arrivato il momento della resa dei conti, non è stato nei corridoi di Westminster, ma nelle strade di Dublino e nelle sale del General Post Office, negli scioperi della fame nel carcere di Maze e nel rifiuto silenzioso di un popolo che non sarebbe scomparso.
Ora Israele, sei libera di ripetere lo stesso errore.
Credono che tutto questo sia solo diplomazia e giochi politici. Che sia solo un fastidio momentaneo di cattiva stampa. Ma si sbagliano.
Questa è questione di eredità. Di storia che osserva senza battere ciglio. Di quella verità immutabile secondo cui tutte le entità oppressive – per quanto feroci, per quanto armate, per quanto convinte della propria rettitudine – prima o poi cadono.
E quando cadranno, saranno le voci che hanno cercato di mettere a tacere a scrivere il loro epitaffio.

Quando la storia di questo genocidio sarà scolpita nella memoria del mondo, la posizione dell’Irlanda sarà ricordata. Non come una nota a piè di pagina, ma come prova che una coscienza nazionale può ancora esistere.
Israele è disperata. Diffama, minaccia, tenta pateticamente di criminalizzare la solidarietà — ma tutto questo sarà ricordato.
Non come una strategia, ma come una confessione.
Ogni attacco, ogni sfuriata rabbiosa, non fa che confermare ciò che già sappiamo: loro sono i bulli. Noi siamo la resistenza.
E la resistenza? Beh, è ciò che sappiamo fare meglio.
Quindi lasciate pure che l’Inghilterra venga con i suoi tribunali.
Il 18 giugno Liam, alias “Mo Chara”, comparirà davanti a loro… ma non sarà solo.
Saremo lì a Londra, alle sue spalle. Le strade risponderanno. La diaspora risponderà. I nostri amici e compagni risponderanno. La storia stessa risponderà.

Venite se potete! Organizzatevi se siete lontani.
Non si tratta più di una persona, di una bandiera, di un processo. Si tratta di tracciare una linea così luminosa che ogni governo complice la vedrà bruciare nel buio.
Portate strumenti, bandiere, cartelli e venite a dire pacificamente che non accetteremo di essere messi a tacere.
Il popolo irlandese non ha paura di voi.
E la marea?
Quella cambia, sempre.
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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