“Mi hanno fatto indossare una divisa militare e mi hanno ordinato di perlustrare le case in cerca di esplosivi.”
Fonte: Drop Site mailing list
Drop Site News – 5 giugno 2025
Immagine di copertina:Jameel Al-Masri tenuto prigioniero come scudo umano per una brigata israeliana. Foto ottenuta da Younis Tirawi.
L’uso sistematico di civili palestinesi come scudi umani da parte di Israele, sia a Gaza sia in Cisgiordania, è ben documentato. Conosciuta come “procedura zanzara”, questa pratica consiste nel costringere i palestinesi a ispezionare edifici, tunnel e altri luoghi sospetti. Israele nega di farne uso, nonostante crescano le prove, comprese testimonianze di soldati israeliani che ammettono di usarla anche per evitare che i cani da combattimento restino feriti o uccisi. A Gaza, l’impiego di scudi umani è ormai diffusissimo.
Yahya Al-Qassas ha rischiato la vita per raccontare questa storia, entrando in una zona di sfollamento a Khan Younis per intervistare Jameel al-Masri, un uomo palestinese di 63 anni costretto a fare da scudo umano per tre mesi. L’esercito israeliano non ha risposto alla richiesta di commento.
Il racconto di Yahya Al-Qassas
Khan Younis, Gaza – Nell’ottobre 2024, Jameel Al-Masri, 63 anni, di Beit Hanoun, lavorava all’ospedale indonesiano mentre l’esercito israeliano attuava il cosiddetto “Piano dei Generali”, un’operazione di spopolamento su vasta scala a Gaza. Il suo compito era assistere pazienti e famiglie a muoversi in sicurezza nell’ospedale. Quando gli attacchi israeliani iniziarono a metà ottobre, fuggì con la sua famiglia nella scuola di El-Fawka in cerca di rifugio.
Non servì a nulla. Pochi giorni dopo, le truppe israeliane assediarono la scuola e ordinarono a tutti di dirigersi verso sud.

“Sono un dipendente dell’ospedale, stipendiato dall’Autorità Palestinese. Non lavoro per il governo di Gaza. Ho lavorato per decenni in Israele e parlo ebraico. Non c’entro niente con la politica.”
Vicino a un centro di distribuzione dell’ONU, i soldati israeliani avevano allestito un posto di blocco e cominciarono a raggruppare gli uomini a cinque a cinque. Jameel era tra loro. Un soldato chiese:
“Chi parla ebraico?”
Vedendo che c’erano due donne, Jameel pensò servisse un traduttore e si fece avanti.
“Io.”
Quel momento cambiò tutto. I soldati della Brigata Givati lo presero da parte, lo interrogarono, poi lo bendarono e lo gettarono dentro un veicolo blindato. Nessuna accusa. Nessuna spiegazione.
Quando gli tolsero la benda, si rese conto di essere sdraiato sopra un altro uomo, trattati come merci. Restarono così per un giorno intero. Ricorda ancora il nome di quell’uomo: Wael AbdelLatif Abo Amsha.
Il giorno dopo, i soldati dissero loro:
“Ci aiuterete a far uscire le persone dalle scuole. È un lavoro di due giorni, poi tornerete a casa. Non risultate nei nostri archivi.”
Gli misero addosso un giubbotto. Jameel obbedì: non aveva scelta. I soldati mentivano. Lo attendevano mesi di tormenti.
Una settimana passò. Nessun rilascio. Solo botte, urla, umiliazioni, sporcizia gettata addosso.
“Dobbiamo svuotare tutte le scuole”, dicevano. “Tu resti qui, poi torni a casa.”
La prima scuola da “sgomberare” fu a Beit Hanoun. Jameel fu costretto a mettere in fila i civili sfollati e mandarli via. Poi, l’incubo peggiore: entrare da solo, in divisa israeliana, in case distrutte e bruciate, per ispezionarle. Un drone sopra di lui gli dava ordini vocali.
Dopo che lui era uscito, il drone filmava tutto. Poi i soldati entravano, piazzavano esplosivi sulle colonne portanti e facevano saltare la casa. Casa dopo casa. Ancora e ancora.
Ogni mese cambiava l’unità militare, ma Jameel restava. Tre unità diverse in tre mesi. Era il loro strumento. Ogni settimana o due, veniva trascinato nuovamente “sul campo”.
J

Jameel soffriva di cuore, aveva uno stent e respirava con difficoltà. Col tempo, vedendo che non reggeva il ritmo, lo usarono sempre meno.
Una notte, mentre una delle unità stava per andarsene, lo trovarono sdraiato sulle scale. Armi puntate, gli ordinarono di pulire la cucina. Lui pensava che sarebbe finalmente tornato a casa.
Invece, ricominciarono a giocare con lui. Uno caricò l’arma dietro di lui, puntandogliela alla testa, ridendo.
“Non mi importava più. Ogni giorno speravo nel cessate il fuoco per tornare a casa.”
Ogni pochi giorni, la stessa promessa:
“Non preoccuparti. Una settimana o dieci giorni e vai a casa.”
Nel frattempo, un solo pezzo di pane e una scatoletta di tonno al giorno. Nella prima settimana, nulla.
“Dormire era difficilissimo. A terra, sulle scale.”
Armi puntate in faccia. Ordini urlati. Nessuna protezione. Nessuna dignità. Nessuna scelta.
Gli davano un giubbotto e una divisa militare. Quando chiese il motivo, risposero:
“Perché non vogliamo che il drone sopra ti spari.”
Erano giovani, poco più che ventenni. Parlavano un arabo stentato. Ricorda i nomi: Sion, Dany, Ido, Benjamin.
Un’altra notte, mentre era sdraiato, un soldato gli saltò addosso, arma puntata.
“Hai due minuti per prepararti.”
Doveva perlustrare case a Jabaliya. Se esitava, lo picchiavano e insultavano:
“Figlio di puttana.”
“Cane.”
Ha visto cadaveri per strada.
Un giorno, mentre puliva la cucina su ordine dei soldati, uno gli puntò contro una mitragliatrice e l’altro lo filmava.
“Ora tocca a te.”
Poi risero: “Stavamo scherzando.”
Non era la prima volta.
“Ma almeno pensavo: non mi uccideranno nella stanza. Forse fuori. Non vogliono sangue dove dormono. Hanno paura del sangue e dei cadaveri.”
Doveva chiedere il permesso per andare in bagno. Le accuse erano continue.
“Avete fatto il 7 ottobre, avete ammazzato”
“Che c’entro io? Andavo e tornavo dal lavoro ogni giorno.”
“No! Siete tutti colpevoli. Tutti zitti. Me l’hanno detto.”
Non chiedevano, provocavano.
Tra loro, si parlavano con violenza. Ridevano, si vantavano. Discutendo di uccisioni come se fosse normale.
“Ho fatto fuori quel tipo col fucile di precisione.”
“Ho sparato in questo modo”
Parlavano anche dei loro viaggi post-servizio: Thailandia, Regno Unito, Trump, del cessate il fuoco che volevano solo per tornare a casa. Uno morì mentre giocava con una granata a Jabaliya.
“Sono molto provato psicologicamente.”
La sua famiglia ha vissuto nell’angoscia.
“Pensavano fossi morto. Nessuno li ha informati. Solo un uomo che avevo evacuato da una scuola è riuscito a dir loro che ero vivo.”
Jameel è stato rilasciato il 20 gennaio 2025, primo giorno del cessate il fuoco, dopo essere stato rapito il 18 ottobre 2024 dal campo profughi di Jabaliya. Anche dopo il ritorno, non ci credeva.
“Ci ho messo un mese intero a credere che fosse finita. Mi svegliavo convinto di essere ancora prigioniero.”
Soffre di un’ernia discale dovuta alle percosse. Gli è stata negata la terapia per la pressione alta. Dopo il rilascio, i medici hanno trovato arterie ristrette. Ora prende farmaci, fisicamente sta meglio. Ma nella mente è ancora prigioniero.
Dopo la liberazione, Jameel è rimasto a Khan Younis nonostante l’ordine di evacuare. La famiglia non ha trovato altra sistemazione e non può permettersi una tenda. Ora vivono in una scuola.
Younis Tirawi e Maira Pinheiro hanno contribuito al reportage.
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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