L’approccio israelo-statunitense ai negoziati con i palestinesi rimane fondamentalmente disallineato rispetto alla giustizia e alla dignità umana.
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Di Rima Najjar – 6 luglio 2025
L’approccio israelo-statunitense ai negoziati con i palestinesi rimane fondamentalmente disallineato rispetto alla giustizia e alla dignità umana. Mentre gli ostaggi israeliani vengono pubblicamente pianti e dipinti come vittime, i prigionieri palestinesi vengono trattati come minacce: statistiche da gestire, non vite da onorare.
In questo contesto asimmetrico, la mediazione statunitense rafforza le narrazioni israeliane sulla sicurezza, ignorando gli abusi sistemici: nuovi arresti, Torture, detenzione a tempo indeterminato e criminalizzazione del dolore e della solidarietà palestinese. L’incarcerazione non diventa uno strumento di giustizia, ma di guerra demografica.
Eppure, anche in questo contesto, la Resistenza palestinese ridefinisce la prigionia: non come sconfitta, ma come sfida. Attraverso scioperi della fame, il rifiuto in tribunale e l’etica del Sumoud (Resilienza), i prigionieri hanno trasformato i loro corpi in strutture di rifiuto. Questa non è sopravvivenza passiva, è azione politica. Come dichiara Ahmad Sa’adat, prigioniero del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP): “La nostra prigionia non è la fine della nostra lotta: siamo la coscienza di un popolo che si rifiuta di essere Cancellato”.
Questo contro-quadro si rifiuta di affrontare il tema attraverso il solo linguaggio della vittimizzazione. Pone i prigionieri come soggetti politici, artefici della strategia, non solo dei suoi simboli. I loro corpi diventano testi di Resistenza, dichiarando l’Umanità attraverso la sofferenza esercitata deliberatamente. Il fondamento etico di questo modello non inizia con ciò che deve essere richiesto, ma con ciò che deve essere rifiutato.
Il rifiuto non è ostinazione, è strategia. Il controquadro rifiuta la diplomazia degli ostaggi messa in scena come teatro deterrente, denuncia l’Umanitarismo Militarizzato in cui gli aiuti diventano sorveglianza e respinge la Cancellazione simbolica codificata in pratiche come la sepoltura anonima e il nuovo arresto. Questi atti privano i prigionieri della memoria e della dignità nel tentativo di Cancellarli dalla documentazione storica.
Il rifiuto è deliberato, stratificato e inflessibile. Hamas e le fazioni alleate hanno risposto alla proposta di Trump di scambio di prigionieri e accordo di cessate il fuoco con spirito negoziale, ma non di sottomissione. Comprendono la logica alla base del quadro dominante: Israele mantiene la sua influenza militare, abbandonando gli oneri della governanza; mira a smantellare Hamas, presentandosi al contempo come attore razionale in un “processo di pace”.
Lo squilibrio evidente: il quadro non è la pace, ma il contenimento.
Presentando controproposte, Hamas e le fazioni alleate hanno riformulato il negoziato. Le loro richieste rifiutano la pacificazione tattica e affermano condizioni strutturali per qualsiasi progresso. Tra queste, la principale è il completo ritiro delle forze israeliane da Gaza. Sebbene la richiesta iniziale di porre fine alla guerra sia stata attenuata, l’insistenza su garanzie scritte, in particolare per il ritiro delle truppe e per i negoziati di cessate il fuoco ininterrotti, segnala l’emergere di una tutela politica.
Le loro note chiedono inoltre una supervisione internazionale, preferibilmente sotto l’amministrazione delle Nazioni Unite, e la rimozione del controllo israeliano-americano sugli aiuti e sulla sorveglianza. Hamas e i suoi alleati comprendono i rischi di lasciare gli strumenti di mediazione nelle mani di coloro che sono implicati nel loro contenimento. Il controquadro richiede la mediazione non come teatro diplomatico, ma come protezione strutturale.
Queste posizioni riorientano l’intero quadro negoziale. Le fazioni non reagiscono più alle condizioni israeliane, ma stanno costruendo un sistema in cui la giustizia non è demandata agli appelli umanitari, ma integrata in un’architettura strategica.
Le fazioni palestinesi, lungi dall’essere reattive, ora hanno in mano carte chiave:
– Leva operativa: i prigionieri israeliani rimasti non sono solo merce di scambio, ma il più forte incentivo di Israele a negoziare. Le fazioni controllano i tempi e il ritmo.
– Unità politica: un fronte unito tra le fazioni rafforza la loro legittimità, sminuendo le narrazioni di frammentazione e consentendo loro di agire con coerenza morale.
– Autorità narrativa: inquadrando il negoziato come un processo incentrato su sovranità, protezione e giustizia, non sul mero scambio, controllano il terreno morale.
Questa leva non si limita a frenare l’ambizione israeliana, ma ridefinisce il negoziato stesso.
Come ha affermato recentemente un analista, “Hamas non sta giocando con carte prese in prestito, sta creando il proprio mazzo”. E come ha affermato Marwan Barghouti, prigioniero di Fatah: “La Resistenza è un diritto sacro per il popolo palestinese di fronte all’Occupazione israeliana. Nessuno dovrebbe dimenticare che il popolo palestinese ha negoziato per 10 anni e accettato accordi difficili e umilianti, e alla fine non ha ottenuto nulla se non l’autorità sul popolo, e nessuna autorità sulla terra, né sovranità”. Qui, non si limita a riflettere sui fallimenti passati, ma insiste sul fatto che dignità e sovranità debbano essere alla base di qualsiasi negoziato e riformulare il significato di legittimità.
Se Netanyahu risponderà in modo coerente, probabilmente emergeranno diversi schemi:
– Tattiche dilatorie: pubblicamente, i negoziati rallenteranno sotto la maschera di controlli di sicurezza e vincoli logistici, per guadagnare tempo, sperando di frantumare l’unità palestinese.
– Sfida mascherata da concessione: Netanyahu potrebbe apparire aggressivo al pubblico interno, mentre si avvale silenziosamente di mediatori per preservare la copertura diplomatica.
– Spostamento di responsabilità: si appoggerà alla mediazione statunitense per oscurare la responsabilità, dipingendo la rigidità israeliana come conseguenza di “vincoli esterni”.
Ma il terreno è cambiato. La simpatia pubblica, la stanchezza diplomatica e l’irriducibilità del rifiuto palestinese potrebbero scombinare il suo piano.
Se Netanyahu esagera, trascinando i negoziati senza slancio, rischia di spingere le fazioni dalla flessibilità tattica alla chiusura strategica, ovvero al ritiro della partecipazione come risposta strategica a un quadro che mina la giustizia fin dall’inizio.
Il loro controquadro non è progettato per vincere i negoziati, ma per trascenderli. La sua logica è liberatoria, non procedurale. I cessate il fuoco non devono semplicemente mettere in pausa la violenza, ma devono erodere la legittimità dei sistemi che la riproducono.
Questo significa ripristinare la Dignità Collettiva come barometro del successo, non come parametro di pacificazione, e insistere su una supervisione internazionale svincolata dalle logiche di Occupazione e sul riconoscimento dei palestinesi come partecipanti strategici nella definizione degli esiti politici. Nella misura in cui gli scambi di prigionieri e i cessate il fuoco sono reali, devono riflettere l’architettura costruita dai prigionieri stessi: i costi sostenuti, l’unità forgiata, i rifiuti sostenuti.
La Resistenza, in questo contesto, non è reattiva. È architettonica.
Rima Najjar è una palestinese la cui famiglia paterna proviene dal villaggio di Lifta, spopolato con la forza, nella periferia occidentale di Gerusalemme, e la cui famiglia materna proviene da Ijzim, a Sud di Haifa. È un’attivista, ricercatrice e professoressa in pensione di letteratura inglese presso l’Università Al-Quds, nella Cisgiordania Occupata.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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