Israele e l’amministrazione Trump stanno attuando la loro soluzione finale a Gaza

Il direttore dell’agenzia di spionaggio Mossad si è recato recentemente a Washington per coordinare con la Casa Bianca i Piani per espellere i palestinesi da Gaza. Il Piano, insieme alla fame forzata e all’Uccisione di Massa dei cittadini di Gaza, riecheggia il peggio dell’Olocausto Nazista. 

Fonte: English version

Di Mitchell Plitnick – 23 luglio 2025 

Mentre l’indicibile Genocidio a Gaza raggiunge la sua fase più atroce, i dirigenti israeliani pensano di aver trovato una Soluzione Finale che realizzerà il loro obiettivo. Svuotare la Striscia di Gaza dalla vita palestinese. È un Piano che, come osserva giustamente Gideon Levy, sarebbe stato degno di Adolf Eichmann.

La scorsa settimana, il direttore dell’agenzia di spionaggio israeliana, il Mossad, David Barnea, è venuto a Washington per parlare con l’inviato principale di Donald Trump per il Medio Oriente, Steve Witkoff, dei Piani per trasferire un gran numero di persone da Gaza a Paesi terzi. Secondo fonti vicine ai colloqui, Israele è in trattative con Etiopia, Libia e Indonesia nella speranza che questi Paesi siano disposti ad accogliere le persone in fuga dalla Carneficina di Gaza.

Etiopia, Libano e Indonesia collaboreranno?

Il fatto stesso che questa idea esista è un chiaro esempio di quanto sia pericoloso per i principali capi di Stato mondiali diffondere idee in pubblico senza riflettere o pianificare.

Non molto tempo dopo aver rioccupato la Casa Bianca, Donald Trump ha fatto proprio questo, meditando di trasformare Gaza in una riviera per ricchi, dopo aver trasferito altrove i suoi attuali abitanti. Lo ha fatto nonostante il suo predecessore, Joe Biden, avesse lanciato l’idea che Egitto e Giordania accogliessero parte della popolazione assediata di Gaza, scontrandosi con un muro incrollabile di resistenza da parte di quegli alleati.

Dopo aver incontrato una resistenza simile non solo da Egitto e Giordania, ma da tutto il mondo arabo, Trump si è raffreddato all’idea. Ma il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu non l’ha mai abbandonata.

Quando Netanyahu era alla Casa Bianca all’inizio di questo mese, un giornalista ha chiesto a Trump di Gaza. Trump, significativamente, ha passato la domanda a Netanyahu, che ha risposto citando il “Piano” di Trump per il trasferimento della popolazione di Gaza, e ha affermato che si sarebbe trattato di una libera scelta, che chiunque volesse rimanere poteva rimanere e chi voleva andarsene poteva andarsene.

Questa retorica non ha ingannato nessuno. Ovviamente, l’idea di Netanyahu di “libera scelta” è simile ad affermare di puntare una pistola alla testa di qualcuno e dargli la “libera scelta” di firmare un contratto che non accetterebbe mai o di essere fucilato.

Israele ha reso Gaza inabitabile a tutti i livelli e ora sta gradualmente lavorando per stipare i palestinesi sopravvissuti in un Campo di Concentramento dove un tempo si trovava Rafah. Ma la reazione al Campo di Concentramento è stata così dura, persino l’ex Primo Ministro israeliano del Likud Ehud Olmert l’ha definita con il suo nome, che Israele non può considerarla una fine.

Al contrario, Netanyahu ora spera che il Campo di Concentramento, o forse i Campi (Israele ha parlato di costruirne diversi), siano la pistola che costringerà i palestinesi ad andarsene “volontariamente”. Ma rimane ancora il problema di dove potranno andare.

Sebbene Israele stia dicendo a Washington che questi tre Paesi, Etiopia, Libia e Indonesia, sono aperti ad accogliere un gran numero di abitanti di Gaza, ciò sembra improbabile. Dei tre Paesi, solo l’Indonesia ha un’economia e un sistema politico sufficientemente stabili da poter anche solo prendere in considerazione l’idea di accogliere un gran numero di rifugiati.

Certamente, nel caso di Etiopia e Libia, si sta semplicemente valutando quali potenziali incentivi gli Stati Uniti potrebbero offrire in cambio della cooperazione nella Pulizia Etnica di Gaza. La Libia rimane un Paese diviso, con una fragile tregua che resiste dopo i recenti scontri. Il cessate il fuoco tra i governi rivali in Libia dura da quasi cinque anni, ma le tensioni stanno aumentando, insieme alla frustrazione dell’opinione pubblica, per l’incapacità delle due parti di concordare sulle regole per le elezioni e per una transizione verso uno Stato unitario.

Questo non è un ambiente in grado di accogliere centinaia di migliaia di rifugiati disperati. Infatti, la Libia stessa ha una popolazione di soli 7,3 milioni di abitanti circa, quindi qualsiasi numero consistente di persone che si trasferisca improvvisamente nel Paese rappresenterebbe un enorme sconvolgimento.

L’Etiopia, ovviamente, è molto più grande, con una popolazione di circa 150,5 milioni di abitanti, ma è anche una delle nazioni più povere del mondo. Le ostilità etniche all’interno dei territori federati dell’Etiopia contribuiscono fortemente all’instabilità politica, di cui si è assistito di recente nella guerra del Tigray, da cui il Paese, in particolare la Regione del Tigray, si sta ancora riprendendo. È ovvio che l’Etiopia non ha i mezzi per sostenere centinaia di migliaia di rifugiati, i quali, persino per gli standard dei rifugiati di guerra, sono stati orribilmente traumatizzati.

Rimane l’Indonesia, che ha già qualche incentivo a collaborare con Israele. Il Paese cerca da anni di aderire all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), ma non può farlo senza avere relazioni ufficiali con tutti i membri dell’OCSE.

Sebbene l’Indonesia non intrattenga relazioni diplomatiche formali con Israele, esiste una lunga relazione clandestina tra i due Paesi in materia di commercio e sicurezza. Prima del Genocidio di Gaza, c’era la possibilità di un rapporto più formale, ma l’Indonesia si è tirata indietro, pur dichiarando che avrebbe immediatamente stabilito relazioni con Israele se Israele avesse riconosciuto uno Stato Palestinese. Infatti, il Presidente indonesiano Prabowo Subianto ha ribadito tale impegno solo due mesi fa.

Dei tre Paesi menzionati, l’Indonesia è l’unico in grado di accogliere un numero considerevole di rifugiati palestinesi. La sua economia è sufficientemente stabile da consentire, con il sostegno americano, di accogliere i nuovi arrivati. Sebbene etnicamente diversificata, la violenza settaria rappresenta solo un problema minore e il suo sistema politico è relativamente stabile.

Ma l’Indonesia avrebbe lo stesso problema di qualsiasi Paese musulmano: non potrebbe permettersi di essere vista come apertamente complice di Israele nella sua Pulizia Etnica ai danni della popolazione di Gaza. Infatti, il basso livello di disordini interni al Paese potrebbe rapidamente aumentare, poiché alcune fazioni potrebbero esprimere violentemente le loro obiezioni. Ciò potrebbe effettivamente ostacolare la possibilità di Giacarta di aderire all’OCSE, poiché renderebbe il riconoscimento di Israele ancora più rischioso dal punto di vista politico.

L’Indonesia è l’unico Paese attualmente incentivato a cooperare e potrebbe essere ulteriormente attratto dai doni economici e commerciali americani. Eppure, anche in quel caso, rimane altamente improbabile che accetti una mossa che sarebbe universalmente condannata nel mondo musulmano ed estremamente impopolare a livello nazionale.

Genocidio in azione

Tutta questa è la situazione attuale. Netanyahu, e certamente Barnea, sanno benissimo che non hanno un posto dove mandare la popolazione di Gaza. Ma, a loro avviso, la situazione può cambiare.

Mentre Israele intensifica i suoi attacchi a Deir al-Balah e mantiene stretti i suoi blocchi per impedire che qualsiasi cibo raggiunga i bambini affamati di Gaza, sta gradualmente spingendo la popolazione a Sud, verso i siti del Campo di Concentramento che verrà progettato. Le sue forze stanno sistematicamente radendo al suolo ciò che resta dei villaggi nelle zone settentrionali e centrali di Gaza.

Nel frattempo, la strategia della fame si sta intensificando. Martedì, gli ospedali di Gaza hanno riferito che altre quindici persone sono morte di fame nelle 24 ore precedenti, portando il totale dei decessi per fame a 101, inclusi 80 bambini. Si tratta certamente di un conteggio sottostimato, poiché gli ospedali possono segnalare solo i decessi di cui sono a conoscenza diretta. Inoltre, molti altri decessi di anziani, neonati o malati cronici non saranno direttamente attribuiti alla fame, ma semplicemente accelerati dalla stessa.

Il Massacro dei palestinesi in fila per gli scarsi aiuti umanitari che riescono a ottenere attraverso le linee di tiro allestite dalla sanguinaria “Fondazione Umanitaria per Gaza” non è solo uno sport per sadici soldati israeliani e mercenari americani, per quanto possa sembrare. Queste morti, che hanno ormai superato quota 1.000, hanno un ulteriore scopo: aumentare la disperazione dei palestinesi e garantire che, se sopravviveranno, coglieranno ogni opportunità per andarsene da Gaza, indipendentemente da quanto possano essere legati alla Palestina.

La strategia non è solo quella di aumentare le sofferenze della popolazione di Gaza al punto da spingerla ad andarsene. Alcuni resisteranno con fermezza fino alla morte, ma quanti genitori possono guardare i propri figli, i propri neonati, morire di fame? Certo, se ne andranno, se potranno, con la pistola israeliana della fame puntata alla testa dei loro figli o di altri cari.

E quando quel grido si farà abbastanza forte, Israele si aspetta che ci saranno Paesi che accoglieranno i rifugiati. È una strategia la cui Crudeltà lascia a esterrefatti.

È per questo che Barnea è venuto a Washington a gettare le basi. David Barnea, figlio e nipote di sopravvissuti all’Olocausto, è venuto a Washington per promuovere questo Piano.

Come ha affermato il giornalista israeliano Gideon Levy: “Barnes è un alto funzionario obbediente, che non ha mai creato attriti con i superiori. Vi suona familiare? È l’eroe della Campagna per le Amputazioni di Massa tramite ricetrasmittenti in Libano. Se lo mandate a salvare ostaggi, ci va. Se lo mandate a preparare la Deportazione di milioni di persone? Nessun problema per lui. Dopotutto, sta solo obbedendo agli ordini”.

L’ironia è inevitabile, eppure viene categoricamente negata in tutto Israele e in Occidente.

Mitchell Plitnick è presidente di ReThinking Foreign Policy (Ridefinire la Politica Estera). È coautore di “Except for Palestine: The Limits of Progressive Politics” (Tranne che Per la Palestina: I Limiti della Politica Progressista) e cura la newsletter “Cutting Through” su Substack all’indirizzo mitchellplitnick.substack.com/. Tra i precedenti incarichi di Mitchell figurano quello di vicepresidente della Fondazione per la Pace in Medio Oriente, direttore dell’ufficio statunitense di B’Tselem e co-direttore di Jewish Voice for Peace (Voce Ebraica per la Pace).

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
Tutti gli articoli del BLOG: Invictapalestina.org
Eventi a noi segnalati: Eventi

Disclaimer: non sempre Invictapalestina condivide le opinioni espresse negli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire e approfondire gli argomenti da noi proposti. I contenuti offerti dal BLOG sono redatti/tradotti gratuitamente con la massima cura/diligenza, Invictapalestina tuttavia, declina ogni responsabilità, diretta e indiretta, nei confronti degli utenti e in generale di qualsiasi terzo, per eventuali imprecisioni, errori, omissioni.