Fonte: Volere la luna 23-07-2025 – di: Gianni Tognoni
Un segno molto importante, per il suo carattere simbolico di dis-allineamento istituzionale è certamente la dichiarazione di Bogotà, con cui dodici Stati (Bolivia, Cuba, Colombia, Indonesia, Iraq, Libia, Malesia, Namibia, Nicaragua, Oman, Saint Vincent e Grenadine e Sudafrica) si sono impegnati a intraprendere azioni concrete per ostacolare le operazioni militari israeliane e contrastare l’occupazione dei territori palestinesi.
È bene sintonizzarsi sugli ultimi dati di cronaca internazionale: «A Gaza ogni giorni 10 bambini perdono un arto, ma la morte è più frequente e rapida di una amputazione»; «In 40 anni di lavoro per organismi internazionali sulla fame non ricordiamo un sistema così ben pianificato nei suoi dettagli, monitorato con precisione, mirato alla distruzione di massa di una popolazione […] una vera ‘architettura di genocidio’»; «Si possono avere dubbi sul fatto che le bombe sulla chiesa siano cadute per errore…». La mescolanza delle citazioni, più o meno letterali, non vuole dimostrare nulla. Vuole essere quello che è Gaza nella realtà politica, culturale, giuridica, della comunicazione, social o meno. Una eco, nulla di più: debole o forte, a misura dell’orrore, o della possibile rilevanza diplomatica. Qualcosa di cui non si sa che fare: così almeno si dice.
Non ci sono dubbi sui nomi dei responsabili “principali”: Netanyahu, Trump (ma anche Biden), la perfetta ambiguità europea, l’impotenza (solo?) delle Nazioni Unite… Ma a che serve il gioco senza fine delle analisi rispetto al quotidiano ripetersi, moltiplicarsi di qualcosa che non doveva più accadere? Qualcosa che ha come unica risposta, pur necessaria e possibile, una richiesta di “cessate il fuoco!” da parte di una chiesa che è a sua volta incapace (impedita?) di gestí profetici, come piantare e abitare una tenda a Gaza dove il genocidio è l’unico pane quotidiano. Gesti che proprio in quella regione si erano levati un tempo contro i tanti poteri, interni ed esterni, che pretendevano di violare il primo e il quarto comandamento di una legge nata come parte integrante di un sogno-esodo di liberazione.
Gaza è la vittima esemplare: perciò delicatissima, da non chiamare ufficialmente con i nomi che la farebbero riconoscere come impossibile-intollerabile-senza senso, non solo nell’emozione, ma nelle priorità di una società che si pretende fatta di democrazie e di diritti con cui confrontarsi. Le implicazioni sarebbero troppe, perché molto semplici: viviamo in un sistema perfettamente criminale, che ha come sua regola prioritaria quella di garantire anzitutto i diritti dei poteri stabiliti.
Gli “orrori inumani” trasformati in “sistemi disumani” non rientrano facilmente nelle categorie del diritto (e, anche con questa scusa, in quelle della politica). Morire di fame, sete, violenza, guerra a Gaza tradotto nei termini di una epidemiologia scientifica e responsabile può produrre (e ha prodotto) articoli molto importanti pubblicati nelle riviste che contano: ma che non sono “prove di reato” per tribunali con potere non solo di giudizio, ma di intervento. Anche perché le vittime di Gaza, nella stessa o in altre riviste (nessuna eversiva, ma sempre più sospette proprio per uno dei criminali certi per Gaza, come Trump), si troverebbero vicine ai milioni di morti stimati, progettati-provocati dal blocco degli aiuti USA a livello mondiale. Morti che rimandano alle statistiche ufficiali di diseguaglianza, cronaca fedele di una società che in tanti modi pianifica, e perciò accetta e difende, il sistema-sviluppo come un processo nel quale gli umani che pretendono di muoversi-vivere come soggetti-popoli portatori-produttori di civiltà sono intrusi da controllare con tutte le guerre possibili (il perenne, crescente, popolo dei migranti, sempre più represso anche nel MAGA degli USA, continua ad essere pro-memoria della utilizzazione del diritto ufficiale come strumento a disposizione di poteri statali per violare, in nome della legge. diritti fondamentali).
Gaza è la visibilità-eco-cronaca (in-umana, senza altri possibili aggettivi) del progetto di generalizzazione dell’autonomia dal diritto dei poteri economico-finanziari-militari (e perciò anche politici) che sono protagonisti anche della guerra – di chi contro chi? con quanti morti? fino a quando? – in Ucraina. Senza parlare della “litania” ormai rituale delle altre “situazioni” senza nome ufficiale di guerra o genocidio o geopolitica: del Sudan, dei Rohingyas (tanto tragicamente simili a Gaza, senza la quotidianità delle bombe e dei bulldozer, ma esperti di fame, malattie, lungo anni invece che mesi, già campo di concentramento senza futuro), del Congo. E ricordando, con la stessa urgenza, perché affacciata a una delle poche speranze concrete per la loro carica di futuro, la sperimentazione del Rojava. E il silenzio-invisibilità delle donne afghane…
L’impunità dei poteri forti non è certo una novità: la sua trasformazione da “ferita letale” per la democrazia in “normalità” da subire a prescindere dalla gravità dei crimini, e soprattutto della inumanità delle sofferenze delle vittime, deve diventare il terreno di ricerca, resistenza, creatività degli esperti-responsabili di tutta la civiltà del diritto.
Un segno molto importante, per il suo carattere simbolico di dis-allineamento istituzionale è certamente la dichiarazione di Bogotà, con cui dodici Stati (Bolivia, Cuba, Colombia, Indonesia, Iraq, Libia, Malesia, Namibia, Nicaragua, Oman, Saint Vincent e Grenadine e Sudafrica) si sono impegnati a intraprendere azioni concrete per ostacolare le operazioni militari israeliane e contrastare l’occupazione dei territori palestinesi. Così come lo è la testimonianza lucida e integrale, per la sua connessione esplicita e con nomi precisi di attori economici finanziari, di Francesca Albanese, che traduce il suo rapporto tecnico in un vero e proprio strumento di formazione politica allargata e che sottolinea i meccanismi dí sistema che mantengono distanze incolmabili tra le realtà dí terreno e il loro “rispondere in giudizio” e, prima ancora, il loro sospendere l’evidente agire criminale in atto.
Di fatto sono i movimenti che in tutto il mondo si sono identificati con Gaza, e sono stati repressi contro ogni regola di diritto dai più diversi governi, coloro che hanno chiamato per nome e hanno già pronunciato l’unico giudizio-sentenza storicamente vicina e legittima, dalla parte e in nome dei popoli, su Gaza e sulla sua centralità nella storia che viviamo.

