“Il linguaggio non è uno strumento innocente; viene usato per plasmare l’altro, per organizzarlo all’interno di un sistema che ne facilita il controllo” – Edward Said
Fonte: English version
Di Donya Abu Sitta – 25 luglio 2025
Il linguaggio è sempre stato un’arma di potere. A Gaza, l’Occupazione israeliana lo usa come una forma di Colonizzazione linguistica e di Guerra psicologica, usando le parole per dominare sia la terra che le menti della sua gente. Queste frasi non appaiono a caso; sono deliberatamente incise, incise sui muri della Resistenza come cicatrici. Ogni parola è una dichiarazione che persino il linguaggio, il più intimo dei rifugi, non è più sicuro.
Quando i muri parlano ebraico
Dopo il ritiro dell’esercito israeliano da Khan Yunis, sono tornato in città con mio padre. Ci siamo fermati davanti ai resti della nostra casa: tetti trafitti dai missili, case ridotte in macerie, colonne di cemento che si ergevano come fantasmi e strade spogliate di ogni familiarità.
Ma ciò che ci turbava di più erano le parole. I graffiti in ebraico sparsi sui nostri muri non erano scarabocchi casuali, ma slogan calcolati, simboli dell’esercito israeliano e messaggi volti a ferire la psiche.
Linguaggio armato
Oltre a bombe e proiettili, il linguaggio fungeva da ulteriore arma. I graffiti erano un atto deliberato di Guerra psicologica; volti a instillare paura, frantumare la memoria collettiva e ad aggravare il trauma. A volte mi chiedo se gli israeliani mirino a conquistare non solo la nostra terra, ma anche le nostre menti.
I palestinesi vengono cacciati dalle loro case, sfollati e dispersi, eppure i soldati israeliani sono liberi di lasciare le loro firme sui nostri muri, muri spesso distrutti prima ancora che i loro proprietari tornino a leggere le parole. Le stelle blu a sei punte, l’emblema dello Stato israeliano, marchiano le porte delle case.
Vicino alla casa di Yahya Sinwar, una frase agghiacciante recitava: “Giorno del Giudizio, Khan Yunis”, a indicare l’intenzione di annientare la città. Un altro graffito dichiarava: “Invece di cancellare i muri, cancelliamo Gaza”, senza lasciare dubbi sull’ambizione Genocida che si cela dietro tali parole.
Razzismo dichiarato
La violenza del linguaggio non si limita ai graffiti. L’ex Ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha dichiarato il 9 ottobre 2023: “Stiamo combattendo contro delle bestie”. Non si è trattato di un lapsus, ma di una nuda e cruda dichiarazione di Disumanizzazione; un via libera a colpire i civili impunemente.
Un altro messaggio lasciato dai soldati recitava: “Siamo tutti Goldstein”, invocando il nome di Baruch Goldstein, il colono che Massacrò 29 palestinesi nella Moschea Ibrahimi nel 1994. Per i dirigenti israeliani di estrema destra come Itamar Ben Gvir, questa atrocità rimane un motivo di orgoglio. Ben Gvir, che considera Goldstein il suo eroe, conserva il ritratto dell’assassino nel suo soggiorno, decenni dopo il Massacro.
Lettere d’amore sulle rovine
Alcuni graffiti sembrano grotteschi biglietti d’amore, scritti da soldati che avevano invaso gli spazi privati delle persone. “Buon 19° compleanno, Hanaa, dall’uomo angelo di Khan Yunis”, ha scritto un soldato, come se Terrore e Occupazione potessero essere chiusi con una faccina sorridente. Amira, madre di due figli, è tornata a casa sua nel quartiere di Al-Amal e ha trovato un messaggio scritto con il rossetto sullo specchio: “Questo colore è bellissimo. Perché non l’hai portato con te quando sei scappata?”. Era una presa in giro sinistra mascherata da intimità, che concludeva una spaventosa invasione della sua casa e della sua dignità.
Altri muri recavano frasi come: “Mi manchi, amore mio. Tornerò tra le tue braccia” e “Alla mia amata, ora sono a Khan Yunis”. Questi messaggi, mescolati ai nomi dei soldati israeliani caduti commemorati come santi, hanno trasformato le nostre case in rovina in santuari del dolore e dell’orgoglio grottesco di qualcun altro.
Saccheggiavano effetti personali, bruciavano mobili e imbrattavano le pareti di sporcizia. Camminavano per le nostre case come se fossero loro, lasciando dietro di sé non solo distruzione fisica, ma una crudele parodia di “connessione umana”.
Un altro messaggio esortava: “Oh soldati, completate il vostro lavoro a Khan Yunis al più presto”, un invito a distruggere, a Cancellare ogni residuo di vita.
Infanzia tra i graffiti
Quando cammino con i miei studenti nel quartiere di Al-Amal, dove i graffiti in ebraico ricoprono ogni superficie, mi chiedono: “Cosa significano queste parole?”. Spesso non so cosa dire. Cerchiamo di tradurre, ma ogni frase sembra più pesante della precedente, un ricordo del nostro sfollamento, della nostra perdita.
La zia di un’amica nell’Est di Khan Yunis si è rifiutata di vivere nella sua casa dopo averla trovata deturpata da graffiti israeliani. La sua famiglia ha scelto di vivere in una tenda ad al-Mawasi. È stata una decisione che in seguito li ha salvati: la casa è stata rasa al suolo dai bombardamenti. Chi rimane ridipinge i muri non solo per coprire le parole, ma per cancellare il fetore dell’Occupazione stessa.
Queste scritte sono più che graffiti: sono armi. Trasportano minacce, disprezzo e umiliazione, imprimendo la guerra nella nostra psiche molto tempo dopo che i soldati se ne sono andati. Approfondiscono il trauma e ci ricordano che le nostre case, il nostro ultimo rifugio, non ci appartengono più.
Quindi, sono solo parole? O sono un altro fronte di una guerra che non finisce mai?
Donya Abu Sitta è una scrittrice, traduttrice e insegnante di inglese. Durante la sua carriera accademica, ha svolto attività di volontariato come traduttrice e scrittrice per il Premio Hult, lo Centro di Innovazione Giovanile, Science Tone, Eat Sulas e Electronic Intifada. Attualmente studia medicina all’Università di Al-Azhar.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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