Nel limbo insostenibile di David Grossman: il tentativo di creare sionisti “buoni”

Felice che Grossman si sia espresso, ma non ne faccio un monumento. Altri israeliani hanno preso posizioni serie fin dall’inizio senza temere ritorsioni. Temere ritorsioni significa sapere che le ritorsioni esistono, sono fenomeni consolidati e quindi possibili: se non ci si esprime, non si può negare di averne lecitamente paura.

di Lorenzo Poli – 7 agosto 2025

In un precedente articolo che scrissi per Invictapalestina , in critica all’intervista rilasciata a La Stampa dalla grande storica Anna Foa, cercavo di mettere in discussione la “retorica equidistante” e l’indulgenza di molti intellettuali europei e israeliani, anche di sinistra, nella questione palestinese. L’obiettivo era criticare quel modus operandi che in questi ultimi due anni ha esemplificato l’equidistanza sul tema: critica al governo di Netanyahu, condanna strenua ad Hamas e rifiuto di usare la parola “genocidio”. Un anatema, ma pur sempre una posizione molto diffusa.

Anna Foa affermava che comunque non tutta la società israeliana è pro-Netanyahu e che il mondo della cultura israeliana era “un antidoto all’occupazione coloniale” dei territori palestinesi da parte di Israele. Questa affermazione si presentava problematica perché, se è vero che molti intellettuali israeliani di sinistra sono anti-sionisti e critici del governo Netanyahu, è anche vero che molti intellettuali israeliani critici del governo Netanyahu sono sionisti liberali che per quanto critici delle politiche ventennali di premier israeliano sui territori palestinesi, continuano a sostenere il diritto di Israele a difendersi contro la “barbarie palestinese” e avrebbero la presunzione di moralizzare la popolazione palestinese, decidendo per loro quali siano le migliori modalità per esprimere la loro resistenza o il “democratico dissenso”. Presunzione abbastanza ardua poiché, prima di esercitare “democratico dissenso”, si deve vivere in una democrazia: cosa che Israele non è.   

Foa citava tra gli intellettuali “antidoto all’occupazione” anche David Grossman, tra i più importanti e interessanti scrittori israeliani di fama mondiale. Un esempio bizzarro perché Grossman è da sempre un personaggio controverso per quanto riguarda la questione palestinese e non è mai stato un grande critico della politica governativa nei confronti dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania, come invece si continua a pensare. Le sue dichiarazioni in questi due anni non hanno mai rimbombato per importanza e presa di posizione ferrea contro il genocidio.

Era il 3 aprile 2024 quando segnalavo questa situazione, che oggi sembra ribaltarsi, ma solo apparentemente. Grossman, ai primi d’agosto 2025, ha dichiarato: “A Gaza è genocidio, mi si spezza il cuore ma adesso devo dirlo. (…) Per molti anni mi sono rifiutato di utilizzare questa parola. Ora però, dopo le immagini che ho visto, quello che ho letto e ciò che ho ascoltato da persone che sono state lì, non posso trattenermi dall’usarla”.

La “retorica dell’equidistanza” ha dimostrato finalmente di essere completamente insostenibile, oggi più che mai, dopo questi mesi di massacri, pulizie etniche e proseguimento del genocidio verso la popolazione gazawi avente come fine – come ha dichiarato recentemente Netanyahu – l’occupazione totale di Gaza.

Non è un caso che la stessa Anna Foa, da grande storica oltre che persona colta e intelligente – già critica del governo Netanyahu e della situazione di oppressione dei palestinesi come si può ben leggere nel suo libro “Il suicidio di Israele” – ha recentemente corretto il tiro dichiarando sia a La Repubblica sia a Radio Popolare: “Aspettavo le sentenze, ma ora mi unisco a Grossman, a Gaza è un genocidio”; “Ha ragione Grossman, a Gaza è genocidio. Ora serve una resistenza morale”.

Per quanto creda alla buona fede e nella genuinità delle posizioni della Foa, non posso esprimermi invece ugualmente per Grossman. Anna Foa ha cambiato opinione, come molte persone intelligenti e colte fanno, ma Grossman – da israeliano – dove è stato questo tutto questo tempo? Perché afferma “adesso non posso trattenermi dall’usarla” quando storici israeliani come Ilan Pappe lo hanno sempre fatto? Grossman non poteva pronunciare questa parola prima d’ora? Solo adesso può farlo? Solo ora, dopo due anni di bombardamenti israeliani e migliaia di morti si può parlare di “genocidio”? In base a quale logica perbenista?

La Convenzione Internazionale dell’Onu (1948) all’articolo II così definisce la parola “genocidio”: “Nella presente Convenzione, per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religiose, come tale: a) uccisione di membri del gruppo; b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.”

https://unipd-centrodirittiumani.it/it/archivi/strumenti-internazionali/convenzione-per-la-prevenzione-e-la-repressione-del-crimine-di-genocidio-1948

Una definizione che non lascia spazio ad interpretazioni ermeneutiche o speculative o sofistiche.

Secondo il rapporto statistico quotidiano del Ministero della Sanità Palestinese di Gaza sul numero di morti e feriti a seguito dell’aggressione israeliana contro la Striscia di Gaza, datato il 5 agosto 2025, il bilancio totale dall’inizio dell’aggressione (7 ottobre 2023) ammonta a 61.020 morti (anche se molte fonti sostengono siano di più) e 150.671 feriti. Dal 18 marzo 2025 a oggi si parla di 9.519 martiri e 38.630 feriti, per non parlare dei “Martiri del pane”, quelli che subiscono aggressioni, violenza ed uccisioni mentre si apprestano a cercare aiuti umanitari.

Quel “non posso più trattenermi” di David Grossman ha un valore ed un significato chiaro perché equivale a dire che prima si tratteneva in modo consapevole: riconosceva il genocidio in atto senza però esprimersi.

 Il coraggio di essere “intellettuali” non è più quello che li faceva tali, fuori da qualsiasi opportunismo e omologazione. Oggi vige un intellettualismo degenerato, come diceva Adriana Zarri, che non è più in grado di leggere e stare nel presente: un intellettualismo che cavalca onde già cavalcate da altri. Non è più un intellettualismo che genera nuove visioni, nuove onde, ma rincorre onde e visioni come se non riuscisse a starci dietro. Ed ecco che quando il loro silenzio stride, si esprimono per dare un contentino.

Pasolini diceva: “l’intellettuale è laddove l’industria culturale lo colloca”. Nulla di più vero.

La dichiarazione di Grossman è il più palese “smarcarsi” quando è oramai impossibile chiamarsi fuori.

Non dimentichiamoci che Grossman – per quanto si sia sempre dichiarato laburista, pacifista e di sinistra – come gran parte degli israeliani ha sostenuto chiaramente Israele durante la guerra israelo-libanese del 2006, condotta contro le milizie del partito islamico Hezbollah, per poi chiedere al governo, il 10 agosto 2006 – insieme agli autori Amos Oz ed Abraham Yehoshua – durante una conferenza stampa, di trovare un accordo per un cessate il fuoco come base per negoziati che portassero ad una soluzione concordata, definendo ulteriori azioni militari come “pericolose e controproducenti” ed esprimendo preoccupazione per il governo libanese.

Solo 12 giorni dopo, suo figlio Uri, di 20 anni, militare di leva nella guerra in questione, fu ucciso da un missile anticarro durante un’operazione delle forze di difesa israeliane nel sud del Libano volta a massimizzare quanto ottenuto contro Hezbollah, poco prima della cessazione del fuoco imposto dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Una perdita che ha segnato lo scrittore anche per il suo impegno per la pace, ma una pace pur sempre a metà. Un Ungaretti dei tempi moderni che se prima sosteneva la necessità della guerra anche se fa male, ha dovuto viverne una straziante conseguenza per capire che fa solo male.

Ricordiamoci che in Israele chi diserta alla leva obbligatoria viene emarginato dalla società in modo violento e vergognoso: cosa che non succede in una democrazia che si possa chiamare tale.

Nel 2015, in un’intervista rilasciata a Fabio Scuto per La Repubblica, ha espresso addirittura sostegno per Benjamin Netanyahu riguardo alla politica tenuta nei confronti dell’Iran: una politica controproducente che ha alimentato solo le grandi paure e tensioni nella regione, soprattutto sulla retorica della pericolosità del programma nucleare civile iraniano.

Diciamo che ha sempre preso posizioni tutt’altro che chiare e severe. 

Il suo esprimersi ora, dopo due anni, è una lodevole dichiarazione, ma è un contentino ad un’opinione pubblica che da tempo chiedeva dove fosse finito Grossman. Un contentino, laddove diventa insostenibile l’equidistanza e qualunque possibile “negazionismo del genocidio” (diffusissimo tra le comunità ebraiche in Italia, soprattutto tra quelle che hanno premiato Salvini con il Premio Israele-Italia). 

Felice che Grossman si sia espresso, ma non ne faccio un monumento. Altri israeliani hanno preso posizioni serie fin dall’inizio senza temere ritorsioni. Temere ritorsioni significa sapere che le ritorsioni esistono, sono fenomeni consolidati e quindi possibili: se non ci si esprime non si può negare di averne lecitamente paura.

Non è un caso che il 5 agosto, il deputato comunista israeliano Ofer Cassif, della lista Hadash-Taal, è stato allontanato con la forza dal podio del parlamento israeliano mentre stava citando le parole di David Grossman, che a La Repubblica ha parlato di “genocidio” in riferimento a quello che accade a Gaza,ed è stato interrotto e allontanato tra le proteste e le urla dei parlamentari dell’estrema destra del Likud. E’ inutile contenere le contraddizioni – di cui le ritorsioni sono parte – perché tutte sono destinate a scoppiare quando meno ce lo aspettiamo.

Ho notato che ci sono molti “filo-palestinesi della domenica” che hanno visto l’intervista allo scrittore galiziano come il vero punto di svolta nella risoluzione della questione delle questioni, come se queste parole avessero un reale peso. In quale modo le parole di uno scrittore – funzionale al sionismo libera – possano essere utili alla fine della carneficina di Gaza?

Sicuramente aiuteranno ad abbattere il muro di omertà tra gli intellettuali israeliani, ma non alla fine dell’ipocrisia. Nemmeno aiuterà a generare sionisti “buoni”.

Per quanto queste parole possano sembrare dure, il mio non è un giudicare sentenzioso, ma un criticare a partire da presupposti di fatto. Non c’è nessuna assolutizzazione sterile,  perché le uniche cose ad essere assolute ed estreme sono il sistema d’apartheid razzista, l’occupazione belligerante riconosciuta dall’ONU, l’occupazione coloniale del popolo palestinese ed il genocidio in atto compiuti dall’entità sionista di Israele.

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