La guerra senza fine di Gaza

L’ultimo Piano di Israele per occupare Gaza rivela che l’assalto a Gaza è più di una semplice guerra territoriale. È una guerra per estendere, differire e dettare il ritmo di Uccisioni e Distruzioni, per esaurire Gaza fino alla sottomissione.

Fonte: English version

Di Abdaljawad Omar – 8 agosto 2025 

Sembra che Israele sia sprofondato in uno stato di arroganza sfrenata, inaugurando e riaprendo senza sosta campagne militari a Gaza, ognuna delle quali si sovrappone alla successiva in un Ciclo quasi meccanico, come se la strategia stessa fosse stata assorbita dall’imperativo di proiettare la forza senza tregua. Dall’inizio del Genocidio, il 7 Ottobre, queste hanno incluso una serie di operazioni denominate Spade di Ferro, Guardiano delle Mura, Scudo e Freccia e Carri di Gedeone, ciascuna inquadrata come una fase distinta ma unitaria nella sua Logica Genocida e nella Devastazione Cumulativa. Basta guardare alle molteplici e vili forme attraverso cui Israele mette in atto i suoi Massacri quotidiani nella Striscia di Gaza: Massacri nei siti di distribuzione degli aiuti, Massacri eseguiti attraverso il fuoco nemico e Massacri perpetrati dall’aria.

Eppure questi atti di violenza non si dispiegano solo nello spazio, ma all’interno di un orizzonte temporale attentamente controllato. Più a lungo persistono le operazioni israeliane, più le case di Gaza vengono ridotte in macerie. L’uso estensivo di bulldozer e la distruzione totale di interi quartieri hanno già trasformato vaste aree in terre desolate, eppure, nei calcoli di Israele, molto resta ancora da fare. Questa devastazione incessante non è casuale: è intessuta nella logica stessa della guerra, una guerra narrata nella grammatica dello spazio: “fasi” e “settori”, strade “messe in sicurezza” e avanzate deliberate verso Sud.

Ma al di là di questa coreografia spaziale si cela una risorsa più profonda: il tempo. Più che una guerra per il territorio, l’assalto a Gaza è una guerra per la capacità di estendere, sospendere e dettare il ritmo delle Uccisioni, della distruzione e della concentrazione pianificata dei palestinesi nella distopica città “umanitaria” di Rafah. Il tempo è la risorsa strategica più preziosa, il mezzo attraverso cui il Genocidio viene amministrato e normalizzato. È il tempo dell’orrore che i palestinesi sono costretti a sopportare; il tempo prolungato della malnutrizione e delle privazioni; la lenta, logorante erosione dei legami sociali e della vita morale, mentre le persone sono costrette a vivere in uno stato permanente di mera sopravvivenza.

La Campagna israeliana a Gaza si basa su una faglia tra due logiche distinte. Da un lato c’è la logica spaziale dell’esercito: un Meccanismo di conquista e controllo, tracciato su mappe, misurato in settori “sicuri” e città conquistate, una logica di chiusura, in cui le operazioni si concludono, gli obiettivi vengono spuntati e il territorio viene contrassegnato come conquistato.

Dall’altro lato c’è l’imperativo politico di prolungare l’orizzonte temporale della guerra: usare il tempo come un’arma, allungando il conflitto fino a sfinire la popolazione di Gaza, smantellarne le infrastrutture e normalizzare le condizioni per la Pulizia Etnica. Qui, la “vittoria” non è definita dall’acquisizione territoriale, ma dal lento logoramento del conflitto, dalla deliberata sospensione della risoluzione.

Queste logiche spingono in direzioni opposte. La conquista spaziale richiede definitività; il dominio temporale prospera sul ritardo. Il risultato è l’attrito: la chiarezza operativa si dissolve, gli obiettivi diventano vaghi, i parametri di successo opachi e le campagne vengono rilanciate senza una risoluzione. Gaza diventa un campo di battaglia senza una fine, dove ogni conquista territoriale viene relegata nel calcolo politico come pretesto per ulteriore distruzione. In questa configurazione, il tempo è sia uno strumento che un ostacolo: una risorsa da sfruttare e un freno alla chiusura stessa che la Macchina Militare è progettata per raggiungere. Non sorprende quindi che la stessa dirigenza militare israeliana si sia opposta al prolungamento, con indiscrezioni che indicano che il Capo di Stato Maggiore dell’esercito si oppone al Piano di Occupare Gaza.

Inoltre, il tempo è la moneta di scambio della gestione politica del Primo Ministro Netanyahu, sia della sua frammentata coalizione che del volatile panorama interno di Israele. Prolungando la guerra, si assicura lo spazio per attuare un Colpo di Stato legale in Patria, emarginare il vecchio apparato di sicurezza e rimodellare radicalmente, forse irreversibilmente, le istituzioni israeliane. L’estensione temporale dell’assalto a Gaza serve quindi non solo alla Campagna Militare, ma anche al più ampio Progetto del Primo Ministro di rimodellare lo Stato e di proteggersi dai crescenti problemi legali e dalle accuse di corruzione. Il tempo, quindi, concede al Primo Ministro una tregua, spazio politico per consolidare ed espandere i suoi poteri, offrendo al contempo al suo fianco destro l’opportunità di perseguire il suo obiettivo finale: la Pulizia Etnica e lo svuotamento della Striscia di Gaza della sua popolazione.

Una simile politica di rinvio non può reggere senza una politica dell’ambiguità. Il rifiuto di definire obiettivi fissi, o persino di articolare cosa possa significare “vittoria”, non è un errore di pianificazione, ma il metodo stesso con cui la guerra viene sostenuta. L’ambiguità diventa l’architettura che mantiene aperto l’orizzonte temporale, un’alleata per coloro che perfezionano l’arte del rinvio, consentendo una guerra senza conclusione e una violenza senza fine. È anche il velo che risparmia a Israele l’onere di dire ad alta voce ciò che la Corte Internazionale di Giustizia e la Corte Penale Internazionale già sospettano: che l’Impresa a Gaza porta la Struttura del Genocidio, i Lineamenti della Pulizia Etnica. Così, mentre il mondo si affanna a immaginare un “giorno dopo”, Israele rilascia giustificazioni che si spostano come sabbia: la guerra serve a riportare a casa i prigionieri. No, per costringere Hamas alla resa. No, per garantire che Gaza non possa mai più rappresentare una minaccia. No, per “incoraggiare” i palestinesi ad andarsene. Non esiste da nessuna parte un parametro misurabile con cui la guerra possa essere conclusa, nessun fine definibile a cui i mediatori possano aggrapparsi per redigere accordi in grado di produrre un cessate il fuoco o una grammatica politica diversa dall’annientamento.

Il Piano recentemente approvato per la conquista di Gaza emerge direttamente da questa architettura di evasione, una traduzione concreta dell’ambiguità in politica. L’8 agosto 2025, il gabinetto di sicurezza ha ordinato all’esercito di “prepararsi a prendere il controllo” della città, presentandolo come la fase iniziale di una possibile Occupazione completa. Eppure Netanyahu, parlando a Fox News, insiste sul fatto che Israele “non vuole tenere” Gaza, promettendo invece di consegnarla alle forze arabe che si sono già rifiutate di entrarvi sotto l’ombra dell’Occupazione israeliana. Qui la contraddizione è messa a nudo: il Diritto di Occupare viene affermato, il dovere di governare rinnegato; il potere di possesso rivendicato senza l’onere dell’amministrazione. L’obiettivo dichiarato del piano di restituire i prigionieri si scontra con l’avvertimento dell’Associazione delle Famiglie degli Ostaggi di una “catastrofe colossale sia per gli ostaggi che per i nostri soldati”. I cinque principi di Netanyahu richiedono il disarmo di Hamas, l’esclusione dell’Autorità Nazionale Palestinese e l’evocazione di un'”amministrazione civile alternativa” senza nominare alcun attore plausibile. Questa è la deliberata costruzione di un vuoto: Gaza deve essere controllata da forze accettabili per Israele, eppure tali forze non esistono. In quel vuoto, l’Occupazione diventa indefinita e priva di governo: richieste massimaliste, esclusione di interlocutori validi e una vaghezza coltivata compongono la grammatica della Guerra Permanente.

E tutto questo si svolge sotto la coltre di una quasi totale impunità, sostenuta dalla Complicità di potenti alleati e dalla silenziosa acquiescenza delle istituzioni internazionali. All’interno di questo spazio protetto, Israele combatte la guerra come se fosse esente dalla grammatica del diritto mondiale, come se fosse immune alle conseguenze, come se nessun tribunale potesse raggiungerlo. Qui, la mappa può essere ridisegnata, le regole riscritte, Gaza rimodellata secondo un Disegno Annientatore che non ammette testimoni né limiti. Il tempo stesso viene ceduto a Israele, anzi, il mondo dà a Israele tutto il tempo di cui ha bisogno.

Abdaljawad Omar è uno studioso e teorico palestinese il cui lavoro si concentra sulla politica della Resistenza, della Decolonizzazione e della Lotta palestinese.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
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