A differenza degli umani, i cani non fingono compassione o finta empatia. La loro lealtà è istintiva, non condizionata.
Fonte: English version
di Jamal Kanj – 18 agosto 2025
Immagine di copertina: Hamed Ashour e il suo pastore tedesco a Gaza [Hamed Ashour/Facebook]
Più di una settimana fa, un amico mi ha inviato un link su Hamed Ashour e il suo pastore tedesco a Gaza, suggerendomi di scriverne. Inizialmente, ho liquidato l’idea come folle, anche se non abbastanza da cancellare il messaggio. Per coincidenza, stavo ancora lavorando al mio editoriale, dove la parola “cane” faceva parte del titolo, tratto dal proverbio: “La coda scodinzola il cane” (in italiano potrebbe essere reso come “il servo che comanda il padrone ndt)
Ho riguardato il video e, più ci riflettevo, più l’argomento mi incuriosiva. Nei miei scritti sul genocidio israeliano, gli animali sono spesso emersi come parte dell’orrore in atto a Gaza, sia in ” Gaza: l’asino e il destino della civiltà occidentale”, sia nelle scene di cani affamati che si nutrono dei corpi di persone morte sparse per le strade desolate di Gaza.
Come i 50.000 bambini uccisi, affamati o mutilati a Gaza, anche gli animali, domestici o meno, sono diventati vittime del genocidio israeliano. Nel dizionario degli eufemismi di guerra israeliani, sono stati tutti liquidati come semplici “danni collaterali”. I bambini sono stati sepolti sotto le macerie delle loro case, alcuni morti, altri ancora vivi . Anche i cani sono rimasti intrappolati sotto le macerie, come quello nel video Come si può vedere in quei video, in quei momenti, sia gli esseri umani che gli animali condividono gli stessi gemiti disperati, gli stessi tentativi di respirare e un’istintiva volontà di sopravvivere.
Una cosa è certa: i cani emaciati rimasti a Gaza se la passano meglio di quelli fuggiti nelle vicine colonie riservate esclusivamente agli ebrei . Nonostante la carestia provocata dall’uomo, i cani di Gaza sopravvivono. I loro fratelli ” aggressivi “, tuttavia, quelli che si erano infiltrati “nella regione occidentale del Negev da Gaza”, non sono stati così fortunati. Sono stati considerati considerati una minaccia dagli israeliani e soppressi.
Torniamo al pastore tedesco di Gaza. Ashour ha ripubblicato sulla sua pagina Facebook una storia che aveva condiviso originariamente un anno prima su ” un cane gentile e fedele che è diventato il mio compagno “. Insieme, hanno sopportato i bombardamenti israeliani e condiviso cibo in scatola consegnato dalle agenzie delle Nazioni Unite ,prima che Benjamin Netanyahu rompesse il cessate il fuoco e reintroducesse un assedio totale lo scorso marzo.
Questa storia mi ha riportato indietro a un momento della mia infanzia, trascorsa nel campo profughi palestinese di Nahr el Bared . Ho imparato allora quanto gli esseri umani e i cani abbiano in comune. Era il settembre del 1972, quando aerei da combattimento israeliani di fabbricazione americana bombardarono un’area ai margini del nostro campo profughi. Nell’area colpita, accanto alla discarica del campo, c’erano piccole fattorie delimitate da fitte siepi. Lì, tra i rifiuti, c’erano scarti di carne e ossa scartati dai macellai locali.
I cani randagi si rifugiavano in tane sotto la fitta vegetazione vicino alla discarica, uscendo di notte per rovistare tra ossa e interiora scartate. Lo so perché eravamo soliti allontanare i cani dalle ossa, che raccoglievamo in un mucchio e vendevamo per meno di un quarto di dollaro a un uomo che veniva ogni venerdì su un carro trainato da muli.
In seguito al raid aereo israeliano proprio nella zona in cui vivevano questi cani randagi, i sopravvissuti si sparpagliarono nei vicoli del campo, in cerca di riparo. Con la coda stretta tra le zampe posteriori, si muovevano con cautela, la testa bassa, come a implorare un posto più sicuro in cui nascondersi. Osservandoli, rimasi colpito dalla vivida incarnazione di un proverbio che mia nonna e mia madre, ormai defunte, ripetevano quando descrivevano qualcuno in preda alla paura: “Se ne andò con la coda tra le gambe”. Quel momento offrì una lezione di vita reale, non solo di linguaggio, ma anche dell’impatto universale della paura, persino sugli animali.
Come Hamed che accoglie il pastore tedesco a Gaza, io e i miei amici non vedevamo i cani come rivali in competizione per le ossa, ma come anime viventi che affrontavano la stessa disumanità. Il nostro comune istinto di sopravvivenza aveva la precedenza. Per settimane, i cani randagi trovarono rifugio negli stretti vicoli, riparandosi accanto a noi. Solo quando il pericolo cominciò ad attenuarsi si ritirarono nelle loro tane tra le fitte siepi, e noi tornammo a rubare loro le ossa, come se la vita fosse in qualche modo tornata alla normalità.
Oltre al simbolismo di una coda infilata tra le zampe, ho imparato ad apprezzare i legami emotivi tra umani e cani quando nel campo ho avuto il mio primo pastore tedesco. Quel compagno fedele mi ha insegnato che anche nelle avversità, la fiducia e la connessione possono sopravvivere a tutte le difficoltà.
Ora a Gaza, la storia del cane ha fatto notizia sulla stampa internazionale. La notizia è stata tradotta in sette lingue e letta da cinque milioni di persone. Ashour ha ricevuto telefonate da organizzazioni per i diritti degli animali che chiedevano informazioni sul benessere del cane e hanno richiesto una foto del cane e della tenda che condividevano insieme.
La reazione alla foto è stata travolgente, piena di profonda compassione e preoccupazione per il cane. Ironicamente, è stata prestata poca attenzione all’umano che lo aveva salvato. La persona, che aveva condiviso con lui il suo scarso cibo in scatola distribuito dalle Nazioni Unite, era poco più di una figura di disturbo nella storia di sofferenza e sopravvivenza del pastore tedesco.
Perché questa reazione non mi sorprende?
In un mondo insensibile al tormento palestinese, la cancellazione del compagno palestinese del cane non è un’anomalia, ma il riflesso di qualcosa di molto più profondo. È il prodotto di una sofisticata cabala influenzata dal sionismo, ben prima del 7 ottobre, in cui le forze dell’hasbara israeliana – Hollywood e i media occidentali – hanno normalizzato e interiorizzato la disumanizzazione dei palestinesi. Il condizionamento morbido della mentalità occidentale ha reso facile cancellare il palestinese dall’inquadratura. Ashour non è l’unico invisibile nell’immagine; sono l’ingiustizia e la sofferenza collettiva dei palestinesi a essere state cancellate dalla vista per 77 anni.
Decenni di rappresentazioni sistematiche dei palestinesi nei media occidentali e a Hollywood hanno plasmato in modo sottile la percezione pubblica e distorto il ragionamento oggettivo. Questo pregiudizio profondamente radicato e inconscio genera una forma di razzismo casuale, quasi riflesso, anche tra coloro che si considerano imparziali o empatici. Ancora più insidiosamente, condiziona la mentalità occidentale a interiorizzare narrazioni razziste, nascoste nell’intrattenimento o nelle notizie, e ad accettarle come vere e indiscusse.
Non c’è nulla di intrinsecamente sbagliato nel mostrare compassione per un cane o nel riconoscerlo come vittima innocente delle circostanze. Ma gli europei accetterebbero mai che anche i palestinesi siano vittime di circostanze nate da un problema europeo che si è evoluto in un progetto di colonizzazione sulla loro terra? Un problema che ha sradicato i palestinesi e trapiantato sul loro suolo una creazione dell’Europa stessa. Chissà, forse ormai Ashour e il suo cane sono ridotti a condividere una sola scatoletta di cibo a giorni alterni. Eppure, da quello che so sui cani, se a questo pastore tedesco fosse data la possibilità di scegliere tra fuggire verso la sicurezza e il comfort in Europa o restare al fianco dell’uomo che lo ha salvato sotto il blocco israeliano , la fame e i bombardamenti, questo cane sceglierebbe di restare. Perché, a differenza degli umani, i cani non fingono compassione o finta empatia. La loro lealtà è istintiva, non condizionata
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
Gli altri articoli del BLOG: Invictapalestina.org
Eventi a noi segnalati: Eventi
Disclaimer: non sempre Invictapalestina condivide le opinioni espresse negli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire e approfondire gli argomenti da noi proposti. I contenuti offerti dal BLOG sono redatti/tradotti gratuitamente con la massima cura/diligenza, Invictapalestina tuttavia, declina ogni responsabilità, diretta e indiretta, nei confronti degli utenti e in generale di qualsiasi terzo, per eventuali imprecisioni, errori, omissioni.

