L’accusa contro Ramzy Baroud non si basa su prove, ma sulla parola di un esercito belligerante.
Fonte: English version
Di Mohamed El Mokhtar – 28 agosto 2025
IL Palestine Cronicle non è un’organizzazione militante. È una pubblicazione modesta e indipendente, sostenuta da piccole donazioni e animata da una missione unica: testimoniare. Racconta le storie inedite della Palestina, documentando l’espropriazione, la Resistenza e la perseveranza di un popolo condannato al silenzio.
In un panorama mediatico dominato da potenti conglomerati che ripetono il linguaggio dei governi, il Chronicle insiste su un giornalismo di prossimità, radicato nella vita quotidiana, nelle macerie di Gaza, in voci altrimenti cancellate. La sua vera colpa, agli occhi dei suoi detrattori, non è l’invenzione, ma la verità.
Al centro di questa impresa c’è Ramzy Baroud. La sua carriera è l’antitesi della clandestinità. Per decenni ha scritto, insegnato e parlato in pubblico, producendo libri tradotti in diverse lingue, scrivendo rubriche per pubblicazioni internazionali, rivolgendosi al pubblico in università e forum pubblici in tutti i continenti.
Non è una figura oscura; è un uomo il cui lavoro è stato coerente, trasparente e intellettualmente rigoroso. La sua vita non è immune dalla tragedia che descrive: molti membri della sua famiglia sono stati uccisi sotto i bombardamenti israeliani. Eppure, mentre i media convenzionali si sono affrettati ad amplificare accuse infondate contro di lui, sono rimasti sordi al suo dolore personale. La sua tragedia è stata ignorata, la sua integrità trascurata, la sua voce distorta, perché il suo impegno è insopportabile per coloro che preferirebbero il silenzio.
Un crimine di coscienza, non di diritto
È un giornalista impegnato nel senso più nobile del termine: indipendente, lucido, risoluto. Il suo cosiddetto crimine non è la collusione con la violenza, ma la fedeltà alla memoria. Ecco perché è demonizzato: non per ciò che ha fatto in ambito legale, ma per ciò che rappresenta in ambito di coscienza.
L’America, incapace di mettere a tacere le voci palestinesi solo con la censura, ora strumentalizza il suo sistema giudiziario per ottenere con l’accusa ciò che non è riuscita a ottenere con il dibattito.
Dopo aver molestato le università, intimidito gli studenti e punito i professori per la loro solidarietà con Gaza, trasforma l’aula di tribunale in un nuovo campo di battaglia. E il Congresso, prigioniero dei capricci dei suoi padroni Sionisti, si unisce alla caccia all’uomo, prendendo di mira un giornalista per il solo reato di aver detto la verità sul suo popolo.
Quanto alla stampa principale, sceglie la codardia: ignora la sofferenza della sua famiglia, ignora la vacuità delle accuse, mentre riecheggia le accuse di potere come se fossero prove.
La legge trasformata in arma
La denuncia presentata contro Ramzy Baroud e l’organizzazione People Media Project che gestisce il Palestine Chronicle si basa sullo Statuto sulla Responsabilità Civile nei Conflitti con gli Stranieri, grottescamente forzato fino a criminalizzare le decisioni editoriali piuttosto che gli atti di guerra. Sostiene che, pubblicando articoli di Abdallah Aljamal, descritto da Israele come un agente di Hamas ucciso durante il salvataggio di un ostaggio, il Chronicle abbia “aiutato e favorito” il terrorismo.
Ma qui sta la prima crepa: questa caratterizzazione di Aljamal proviene esclusivamente da fonti militari israeliane, a loro volta parte belligerante. Non è mai stata verificata in modo indipendente. L’affermazione che fosse sia un giornalista che un agente di Hamas rimane un’accusa, non un fatto accertato. Trattarla come prova giudiziaria equivale a sostituire la prova con la propaganda.
Anche se, ipoteticamente, Aljamal avesse, su richiesta di un gruppo militante, ospitato degli ostaggi, tale circostanza non lo renderebbe di per sé colpevole: quale comune civile in una zona di guerra può rifiutare il comando di militanti sotto la minaccia della forza? E anche se ciò fosse accaduto, come avrebbe potuto esserne a conoscenza Ramzy Baroud?
Anche presa alla lettera, l’accusa crolla a un esame più approfondito. Nessuna prova dimostra che il Chronicle o il suo direttore fossero effettivamente a conoscenza del presunto ruolo operativo di Aljamal, né che modesti compensi a corrispondenti indipendenti, se mai ce ne fossero, avessero un nesso causale con la presa di ostaggi.
Un giudice federale a febbraio ha respinto la denuncia originale proprio per mancanza di prove di conoscenza o intenzione. I querelanti si sono presentati con un fascicolo modificato, riconfezionato con retorica e tensione, ma ancora privo degli elementi materiali richiesti dal Diritto Internazionale: actus reus (un contributo sostanziale al crimine) e mens rea (intenzione o conoscenza).
Analogamente, la pubblicazione di articoli al sostegno materiale al terrorismo non è giurisprudenza, ma una distorsione giuridica. È la sostituzione del Diritto con la politica, la criminalizzazione del giornalismo sotto la maschera dell’antiterrorismo. Ciò che si cerca non è giustizia, ma intimidazione: gettare sospetti su ogni voce palestinese, bollare le loro parole come armi, la loro testimonianza come crimine.
Quindi, il vuoto giuridico è evidente:
• Giurisdizione eccessiva: lo Statuto sulla Responsabilità Civile degli Stranieri non è mai stato concepito per criminalizzare i contratti editoriali.
• Elementi non soddisfatti: nessuna conoscenza comprovata, nessun intento, nessuna assistenza sostanziale.
• Fondamento fattuale instabile: l’etichetta di collusione con Hamas si basa su accuse non verificate da parte di una delle parti in conflitto.
• Obiettivo politico trasparente: mettere a tacere i palestinesi e punire uno dei loro rappresentanti più eloquenti per la sua indipendenza.
Questo caso non è giustizia. È intimidazione. Non è legge. È propaganda travestita da tribunale. L’accusa contro Ramzy Baroud non si basa su prove, ma sulla parola di un esercito belligerante. Un esercito che bombarda, assedia e uccide, e poi stabilisce chi è giornalista, chi è terrorista, chi è idoneo a parlare. Trasformare queste affermazioni in prove significa consegnare il Diritto stesso alla guerra.
Ramzy Baroud non è un cospiratore. È un giornalista di fama, uno scrittore, un insegnante, un testimone. La sua stessa famiglia è stata sepolta sotto le macerie. Eppure, l’America non li ha pianti, non ne ha parlato. Invece, ha scelto di dargli la caccia, di trasformare il suo dolore in accusa, la sua fedeltà in crimine.
Alcuni membri del Congresso si sono uniti a questa caccia all’uomo, desiderosi di compiacere i loro protettori Sionisti. Le università sono state disciplinate, i loro studenti messi a tacere. La stampa, quella grande sentinella della verità, lo ha abbandonato, ripetendo solo le accuse ignorando la sua sofferenza. Questa non è democrazia. È servitù.
Gli elementi di legge sono assenti. Non c’è actus reus, né mens rea, né nesso causale. C’è solo sospetto. C’è solo la volontà di mettere a tacere.
E così il vero scopo è palese: criminalizzare la parola palestinese, punire un giornalista per aver detto la verità su Gaza, farne un esempio affinché altri abbiano paura di scrivere.
Ma l’intimidazione non è giustizia. Un processo senza prove non è legge. E mettere a tacere il testimone non cancellerà la verità.
Legge di servitù
Qui si sente il principio evidente di Thurgood Marshall: “La Costituzione non ammette la discriminazione del silenzio”. Si sente la sfida di Cochran: “Se la prova non ci sono, il caso non può reggere”. Si sente Vergès smascherare il riflesso coloniale che bolla la Resistenza come terrorismo. Si sente l’ammonimento di Vedel: quando la legge si piega alla politica, la legge cessa di esistere.
Ramzy Baroud non è qui accusato, ma accusatore. Accusa un Sistema che si piega al potere, un Congresso che si inchina ai lobbisti, una stampa che tradisce il proprio dovere e una nazione che osa definirsi libera mentre incatena la propria giustizia.
Pertanto, il sistema giudiziario americano ha una scelta: prestare la propria autorità alla propaganda o difendere il principio stesso che sostiene la legge: che la colpevolezza deve essere provata, non dichiarata. Condannare Ramzy Baroud significherebbe condannare il giornalismo stesso. Assolverlo significherebbe restituire un po’ di dignità alla giustizia. La scelta è chiara.
Mohamed El Mokhtar Sidi Haiba è un analista sociale e politico, i cui interessi di ricerca sono focalizzati sulle questioni africane e mediorientali.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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