So che volete liberare la Palestina. Che volete liberare il Congo. Che volete liberare il Sudan. Che volete liberare l’Iran. Liberate l’Europa. Liberate l’Europa dall’estrema destra, dal fascismo, dal razzismo, dall’imperialismo. Quando avrete fatto questo lavoro, non appena lo avrete compiuto, Gaza sarà libera, il Congo sarà libero, il Sudan sarà libero, l’Iran sarà libero.
MAURIZIO MAGGIANI ( La stampa 1 Settembre 2025 )
Io non ho visto No other land, non l’ho voluto vedere. Non ho neppure visto Gaza doctors under attack, Alberto ci ha passato l’estate a sottotitolarlo in italiano, a Faenza martedì c’erano in più di 700 a vederlo, io non c’ero. E sono mesi e mesi che non guardo più il materiale video che circola per i social e mi viene inoltrato cercando di forzare la mia assenza. Per il resto, per le parole scritte e dette, mi attengo allo stretto indispensabile, alle notizie delle maggiori agenzie, ai commenti delle persone che mi stanno più a cuore. Mi fido troppo poco di me per aggiungere nuovi particolari a quello che già ho visto e ascoltato nel corso di questi quasi due anni che ci separano dal 7 ottobre e dal precedente mezzo secolo abbondante che mi separa dalla piccola lezione che mi diede il compagno Caffaz, militante della rivoluzione permanente e membro della più importante famiglia ebraica della città, spiegandomi perché, quando a seguito di un trattato di amicizia tra anarchici e trozkisti la notte uscivamo assieme con pennello e boatta di vernice rossa, intanto che ce la prendevamo con la scuola classista, lui aggiungeva «Ebrei sì, sionisti no».
A quel tempo tutto quello che sapevo di Israele e della Palestina si compendiava in un film sulla guerra dei Sei Giorni, l’eroe era Moshe Dayan, l’affascinante soldato monocolo, e quel film mi era piaciuto. Forse il compagno Caffaz mi ha corrotto, ci sono ebrei e ebrei ho sentito con le mie orecchie da un prode sostenitore del suprematismo ebraico, forse per tutti questi anni ho guardato alla Palestina con i suoi occhi trozkisti, e ancora è così anche se ora lui non c’è più, per questo non mi fido abbastanza di me. Di più, ho paura di me, ho paura che aggiungere ancora immagini dell’orrore, dell’impunità, della disperazione, della sopraffazione, ascoltare una volta di più le voci dell’i pocrisia, della menzogna, della vigliaccheria, mi porti ad essere quello che ho sempre, e disperatamente, cercato di non diventare, un uomo capace di odio.
Diventare consonante a questo tempo. Vorrei poter essere ancora un combattente per le cause di giustizia e non ritrovarmi a corrodermi nell’odio, sconfitto per l’eternità e inservibile alla vita per quanto mi resta ancora da vivere. Potrò mai esserne capace? Ne ho la forza? So che mi è consentito odiare l’ipocrisia, chi mai obietterebbe se me ne andassi su un pulpito qualunque a proclamare «odio l’ipocrisia», ma come trovo il coraggio di non odiare Roberta Metsola, l’ipocrita che dichiara la situazione di Gaza intollerabile e non ha mai alzato un dito, né mostra intenzione di farlo, perché diventasse tollerabile? E non è forse odiosa la vigliaccheria di questa nostra Ue che da mesi e mesi e mesi raccomanda a Israele «moderazione», testuale, con lo spirito di chi, imbattendosi per strada in un pestaggio a morte, alzi il ditino e mi raccomando, moderazione.
E quanto è facile e, quasi, universalmente accettato odiare Hamas e i suoi miliziani fino al disgusto per ciò che è e che fa, e con Hamas chi l’ha messo al mondo e l’ha nutrito, cresciuto e se n’è servito. E come è mai possibile, non per un feroce trozkista ma per un sincero e pacifico liberale, non odiare il sopruso, il dominio coloniale, l’usurpazione della terra, il razzismo segregazionista, l’impunità ab aeternum, e nel contempo trovare la forza d’animo per non lasciarsi andare all’odio per gli artefici, per chi li approva e li sostiene?
No, non ho più posto per una sola immagine, per una sola parola, non sono più capace di tollerarle; e sì, sono intollerante, appena un gradino sotto l’odiatore, anche se non posso non chiedermi come sia possibile essere tolleranti al cospetto dell’intollerabile.
Il checkpoint che dà, o non dà, a discrezione dell’occupante, l’accesso alla città di Ramallah, Cisgiordania, sede dell’Autorità Palestinese, è dominato da un cartello, No Future. Nessun futuro che è come dire nessuna speranza, efficace affinazione dell’endecasillabo dantesco affisso alle porte dell’inferno, lasciate ogni speranza o voi che entrate. C’è un umano che in coscienza se la sente di tollerare il proprio ineluttabile destino come un inferno? Per fortuna che è tornata la Gloria.
E la Gloria mi racconta, e il suo racconto mi impone di pensare, e questa è una cura. La Gloria ha fatto un viaggio fino a una fattoria su una ridente collina, Palestina, zona C, ovvero controllo diretto degli occupanti, a dieci minuti teorici di auto da Betlemme, a più di un’ora reale perché la strada è intenzionalmente interrotta e devastata dai coloni che si stanno insediando in tutta la valle con i loro villaggi illegali. La Gloria è tornata e, sorpresa, per prima cosa mi ha notificato che sta molto meglio di quando è partita. È partita rabbiosa, dice che il suo tormento era la condizione di devastante impotenza, sapere che il suo posto non era lì dov’era ma là, a smetterla di guardare immagini e mettersi a fare qualcosa di buono; ha tentato il viaggio quattro volte prima di riuscirci, voli cancellati, e ogni volta diventava più intrattabile, sempre più somigliante a me. Ora mi racconta e mi corregge.
Dunque, la Gloria, la sua amica Giorgia, seppur assai giovane una veterana, e Samuele, il traviato ex studente della Gloria, sono andati a dare una mano nella fattoria della famiglia Nassar; i Nassar possiedono dal tempo dell’impero ottomano una sessantina di acri
di terra alla sommità della collina, coltivano ulivi e vigne. O almeno cercano di farlo, visto che sono sotto assedio dei coloni che, sostenu ti dall’esercito, provocano, devastano, sradicano, demoliscono, rubano terra metro a metro; per i coloni è una questione strategica, prendere la collina significa impossessarsi di tutta la valle, chiudere l’accerchiamento dei villaggi palestinesi di tutta la zona, isolarli, svuotarli. In che modo danno una mano?
Lavorano assieme alla famiglia e stanno lì, presidiano, in qualche modo si fanno scudi umani assieme ai volontari che arrivano da tutto il mondo, con loro c’erano tre anziani olandesi, una ragazza tedesca e una signora croata, un giovane ricercatore americano pronto per laurearsi a Oxford in storia medievale e un gruppo di gesuiti italiani. È molto importante che siano lì, perché sono un deterrente, i coloni, almeno per ora, evitano di colpire europei e occidentali in generale, farebbe troppa cattiva stampa. È anche molto importante che si continui a lavorare la terra, il governo occupante ha recepito una legge ottomana per cui una terra non coltivata per tre anni diviene proprietà statale; per questa ragione coloni e autorità distruggono le coltivazioni e impediscono l’afflusso di acqua.
Racconta la Gloria di come fosse di una certa fatica arrivare a sera dopo aver lavorato tutto il giorno nel caldo torrido senza poter fare una doccia e intanto godersi le risate da bordo piscina e gli splash dei tuffi della colonia distanti una dozzina di metri. Del resto era altrettanto faticoso dormire dopo la mezzanotte, quando iniziava il passaggio dei bombardieri diretti a Gaza. Eppure la Gloria è tornata contenta del suo viaggio, sorridente e narrante, ha fatto qualcosa di buono e ha imparato qualcosa di importante. Intanto che non c’è niente di più deprimevole e disperante e arrogante del pensare di risolvere il tutto, tutto è possibile, il tutto è come il niente, pure astrazioni. Fare qual cosa è invece sempre possibile, per agire non è neppure necessario essere degli eroi e votarsi al martirio, può agire chiunque, anche un vecchio olandese tutto acciaccato. E so che pensa ad Hannah Arendt, all’uomo come essere iniziato che quindi può iniziare, attraverso l’azione inserendo nel mondo qualcosa che non c’era e che dopo c’è e resta.
Le spiega Daoud, il capofamiglia dei Nassar, di fronte all’occupazione ci sono solo tre opzioni: accettarla con rassegnazione, rispondervi con la violenza, andarsene all’estero. Questa Tenda, così è chiamata la fattoria, Tenda delle Nazioni perché è riparo per tutti, è una quarta opzione fondata sul rifiutarsi di diventare vittima, e quindi di piangere, perché il piangere ci indebolisce e il vittimismo conduce a una passività rassegnata; il rifiuto di odiare, si diventerebbe come loro, l’odio diminuisce la forza di esistere, dobbiamo invece trasformare la frustrazione in forza, trasformarla in azione non reattiva ma proattiva di mutual empowerment. Difficile traduzione, reciproco rafforzamento, potenziamento reciproco. La presenza dei volontari protegge la tenda dai coloni, quindi rafforza la battaglia della Tenda, ma rafforza anche i volontari perché li fa sentire capaci di un’azione che impedisce il loro disegno.
Ed è una mutualità che può proseguire oltre la presenza, facendo informazione e diffondendola, portando così nuovi volontari e quindi nuova protezione, in qualche modo gli allungano la vita, e il potere di allungare la vita è anche più di qualcosa. La Gloria non lo sa ma Daoud è dunque un praticante del Sumud, della forma di resistenza praticata dai palestinesi da decenni; Sumud è fermezza e costante perseveranza, Sumud ha radice nel verbo ṣamada, organizzare, adornare, accumulare bellezza, salvare. Daoud può sembrare un imbelle paziente, è invece un forte nella giustizia. Un perseverante nella giustizia. E così la Gloria ha preso a capire la pazienza, che lei, con il suo temperamento di attaccabrighe per causa di giustizia, aveva sempre snobbato come virtù attendista, rassegnata.
Lì alla Tenda è fermezza e convinzione della giustizia della propria condotta. I frequentatori della cultura ebraica, quella cultura quotidianamente depravata dal governo di Israele e dai suoi sostenitori, i lettori del Talmud, sanno che il mondo potrà essere salvato solo dai giusti, i giusti che neppure sanno di esserlo, i giusti che il mondo nemmeno sa riconoscere; i giusti che prima o poi, se non Iddio almeno la storia, costringerà pur a riconoscere di là dai muri che hanno eretto, tra le macerie che hanno accumulato, nel deserto di morte a cui hanno ridotto la terra di Abramo, il padre di tutti.
Il cantante Seun Kuti, il figlio del grande Fela Kuti, il 24 giugno scorso dal palco dell’IN music Festival a Zagabria ha detto: «Ho un consiglio per i giovani europei. So che volete liberare la Palestina. Che volete liberare il Congo. Che volete liberare il Sudan. Che volete liberare l’Iran. Liberate l’Europa. Liberate l’Europa dall’estrema destra, dal fascismo, dal razzismo, dall’imperialismo. Quando avrete fatto questo lavoro, non appena lo avrete compiuto, Gaza sarà libera, il Congo sarà libero, il Sudan sarà libero, l’Iran sarà libero. Dimenticateci. Non preoccupatevi per noi, liberate l’Europa!». Sto scrivendo mentre dal balcone vedo prendere il mare la parte genovese della Global Sumud Flotilla; sì, pensano di andare a liberare Gaza almeno dalla fame, ma che ci riescano o no di certo hanno iniziato il duro lavoro di liberare l’Europa.

