Le recenti dichiarazioni di Benjamin Netanyahu, secondo cui Israele deve iniziare a produrre le proprie armi e diventare una “Super Sparta” autosufficiente, indicano che la piccola Colonia potrebbe essere disposta ad abbracciare il suo isolamento, il tutto in nome dell’annientamento della Palestina.
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Di Abdaljawad Omar – 18 settembre 2025
La storia nella piccola Colonia di Israele ha la tendenza a ripiegarsi su se stessa, presentando vecchi dilemmi sotto nuove vesti. Le recenti dichiarazioni del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, che metteva in guardia dal crescente isolamento di Israele e dalla necessità di evolversi in una sorta di “Super-Sparta” con un’economia autarchica, riecheggiano attraverso decenni. Sentirlo parlare di un’industria bellica autosufficiente, liberata dalla morsa della politica estera, è come sentire lo spettro dell’aereo da caccia multiruolo monomotore a getto Lavi, sviluppato dall’azienda israeliana Israel Aerospace Industries negli anni ottanta, rimasto allo stadio di prototipo e mai entrato in produzione, che aleggia sul presente di Israele.
Negli anni ’80, il progetto Lavi incarnava la ricerca di indipendenza di Israele nei cieli. Washington fungeva sia da sostenitore che da scettico, finanziandone lo sviluppo ma mettendone in discussione la logica. Perché, si chiedevano i funzionari americani, Israele avrebbe dovuto sviluppare un proprio caccia avanzato quando gli F-16 di fabbricazione statunitense erano più economici, facilmente reperibili e già collaudati in battaglia? La storia del Lavi è diventata un paradosso: i soldi di un alleato alimentavano il sogno, mentre gli interessi strategici dello stesso alleato affilavano il coltello che lo avrebbe ucciso.
Quel paradosso non è svanito. Oggi, mentre l’Europa si avvicina a restrizioni e sanzioni sugli armamenti, gli avvertimenti di Netanyahu sulla fragilità delle catene di approvvigionamento straniere sembrano una diretta conseguenza di quel vecchio disagio: la dipendenza di Israele è un rischio, e la sua dipendenza è una vulnerabilità strategica. La recente guerra con l’Iran ha messo in luce questa realtà: ha messo in luce il fatto che Israele rimane una Colonia dipendente, la cui capacità di lanciare e sostenere campagne militari dipende quasi interamente dal flusso ininterrotto di armi, munizioni e denaro dall’Occidente. Israele è stato costretto a porre fine alla sua campagna militare contro l’Iran, forse prematuramente, dopo gli ammonimenti di Trump. Dopotutto, cosa sarebbe Israele senza il dominio nei cieli? La potenza aerea non è semplicemente uno strumento di difesa, ma il fulcro del dominio regionale di Israele. Senza di essa, lo Stato sarebbe costretto ad affrontare ciò che ha a lungo evitato: una resa dei conti senza filtri per le sue azioni a Gaza e in Cisgiordania, e per decenni di Occupazione. Perdere il controllo dell’aria significa perdere il velo dell’impunità.
Allora, come oggi, i dibattiti più accesi non riguardavano solo il mondo, ma anche Israele stesso. Ai tempi del progetto Lavi, i sostenitori lo salutarono come un balzo in avanti generazionale verso l’autosufficienza; i critici lo condannarono come una follia finanziaria che toglieva risorse a scuole, ospedali e infrastrutture. L’attuale visione di una “Super Sparta” suscita una divisione simile. Imprenditori e sindacati protestano contro il fatto che Israele non può, e non dovrebbe, isolarsi, mettendo in guardia da un abisso politico, economico e sociale.
Allora, era il prezzo di un aereo da caccia. Ora, è il prezzo dell’isolamento. Ma la domanda è la stessa: quanto può permettersi una piccola Colonia sotto assedio, che commette quotidianamente Crimini di Guerra, di scommettere sulla sovranità acquisita attraverso l’autosufficienza? Quando Israele bocciò il progetto Lavi nel 1987, non lasciò solo prototipi scartati, ma anche una lezione morale: l’autosufficienza ha un costo, e a volte questo costo è troppo alto. Eppure, le conoscenze acquisite dal tentativo contribuirono all’ascesa di Israele nel settore dei droni, dell’avionica e delle esportazioni di sistemi di difesa avanzati. Infatti, il sogno della sovranità coloniale non morì, ma mutò, trovando espressione in tecnologie meno visibili ma non per questo meno trasformative. Le osservazioni di Netanyahu si basano su questa eredità. Egli indica il boom dell’industria della difesa come prova che Israele può, se pressato, costruire le proprie ali e armi.
Eppure i suoi critici vedono solo un pericolo: che l’ossessione per l’autarchia lascerà Israele diplomaticamente bloccato ed economicamente indebolito, barattando la promessa di Atene con l’austerità di Sparta.
Il Lavi non fu mai lanciato, ma aleggia ancora come un miraggio sulla politica israeliana. La “Super Sparta” di Netanyahu potrebbe essere solo retorica. Ma potrebbe anche rappresentare un punto di svolta nella lunga discussione della Colonia con se stessa. La domanda ora incombe su Israele: il sogno di restare soli, senza le continue telefonate dei dirigenti americani ed europei, vale il costo dell’isolamento che ne consegue?
Il paradosso sionista
Nonostante tutta la retorica di Netanyahu, maestro consumato di manipolazione e menzogna, una verità rimane incrollabile: Israele sta pagando un prezzo pesante per la sua Campagna per annientare i palestinesi. Questo prezzo non si paga solo in termini di sangue e crescente condanna internazionale, ma in un paradosso più profondo che definisce lo Stato stesso. Da un lato, la coalizione di destra israeliana rimane provocatoria e indifferente, sostenendo che “il mondo li ha disprezzati per duemila anni e che l’odio non se ne andrà”. Ma sotto questa sfida si cela un’ansia latente che nessuno slogan può mascherare: che valore ha Israele se la sua pretesa di essere un rifugio e un’oasi è minata dalla sua stessa struttura imperiale? Un santuario costruito sull’espropriazione e sulle alleanze con le grandi potenze, alimentato dal perpetuarsi dell’islamofobia, sfruttando l’antisemitismo e assicurato attraverso la continua sottomissione di un altro popolo, che a sua volta richiede il continuo reclutamento di una base finanziaria e industriale non situata a Tel Aviv, ma a Londra, Washington, Parigi e Berlino, non è affatto un santuario.
L’economia israeliana prospera grazie al capitale straniero. Il suo arsenale si basa sul sostegno americano e la sua reputazione diplomatica dipende dalla benevolenza delle potenze che alternativamente corteggia e disprezza. Persino il mantenimento della sua popolazione di coloni richiede le comodità di un sistema sociale progettato per mantenere la vita attraente: assistenza sanitaria sovvenzionata, trasporti pubblici efficienti e l’illusione di un’esistenza vivace e spensierata sulle spiagge rubate di Tel Aviv. Persino la sua produzione culturale si basa spesso su un’appropriazione silenziosa, con “ristoranti israeliani” che si affidano a ricette rubate dalla cucina tradizionale palestinese prima di essere riconfezionate come marchio nazionale e commercializzate all’estero. Una società sostenuta da flussi globali di capitali, tecnologia e legittimità culturale rischia il collasso se tagliata fuori da essi.
Ma gli israeliani hanno da tempo imparato l’arte di avere la botte piena e la moglie ubriaca, corteggiando allo stesso tempo un mecenate imperiale e irritandosi per le condizioni che questo impone loro.
Questo paradosso è inscritto nella storia del Sionismo. Negli anni ’40, l’Haganah e le sue ramificazioni puntarono le armi non solo contro i villaggi arabi, ma anche contro le autorità del Mandato Britannico, sabotando ferrovie, attaccando installazioni e assassinando e uccidendo ufficiali britannici e funzionari delle Nazioni Unite, proprio mentre le armi e la diplomazia britanniche avevano gettato le basi per la sicurezza Sionista. In seguito, scoppiarono momenti di attrito con la Francia, un tempo il fornitore militare più vicino a Israele, quando Parigi impose embarghi sulle armi dopo il 1967. Persino gli Stati Uniti, l’alleato indispensabile, non sono stati risparmiati dalle frecciate retoriche di Israele, con i dirigenti israeliani che si scagliavano contro le pressioni di Washington mentre incassavano assegni americani.
Possiamo leggere il commento di Netanyahu alla luce di questo paradosso tra indipendenza e integrazione. Un capo di Stato neoliberista che ha fatto più di chiunque altro per riformulare l’economia israeliana a favore di pochi ora ricorre al linguaggio dell’assedio e dell’autosufficienza, ribellandosi alle stesse strutture che lo sostengono. “Super Sparta” è più un sintomo che una visione, il grido di un vuoto incolmabile. Ma potrebbe anche essere il contrario: il modo di Israele di segnalare un futuro di illegalità senza scrupoli che è pronto ad abbracciare, tutto per poter risolvere la “Questione Palestinese”.
La logica oscura di ciò che verrà dopo
Almeno dal 1948, e soprattutto dopo il 1967, Israele, con il sostegno del suo protettore globale, ha costruito un’intera architettura nella Regione che consente un’esistenza relativamente agevole, mantenendo il suo Sistema di Dominio con sorprendentemente poche conseguenze. Protetto dalla superiorità militare, protetto dalla copertura diplomatica e finanziato da capitali stranieri, lo Stato è stato in grado di isolare i suoi cittadini dai costi dell’Occupazione, proiettando normalità pur consolidando il controllo. È servito da laboratorio per idee, tecnologie, ideologie e tutto ciò che è nuovo, non nel senso buono del termine, usando i palestinesi come cavie (a volte) controvoglia.
Ma quella realtà di un’Occupazione gratuita si basava sul perpetuarsi di uno status quo stabile che avrebbe dovuto accontentarsi della lenta erosione dell’esistenza palestinese piuttosto che del suo rapido e totale annientamento. Dopo il 7 Ottobre, la rapida accelerazione della Macchina della Morte ha messo a repentaglio l’intera architettura che ha sostenuto il Dominio israeliano. La domanda ora tormenta la piccola Colonia: cosa è disposta a fare in nome dell’annientamento dei palestinesi? A rompere i legami con la Giordania e a costringere l’Egitto a una sottomissione ancora più profonda? A smantellare il Qatar, riportandolo alle sue dimensioni reali, e a costringere gli Stati arabi che un tempo lo acclamavano a ingoiare la realtà della loro nuda e cruda subordinazione?
Gli eventi delle ultime settimane indicano che Israele potrebbe farlo. Il recente attacco al Qatar è lo sviluppo più saliente e può essere letto come la disponibilità di Israele a sovvertire proprio l’ordine regionale che lo ha a lungo protetto, mettendo alla prova i limiti dell’indulgenza dei suoi sostenitori e della tolleranza dei suoi vicini. Questa condotta volgare, che tradisce in egual misura sfida e disperazione, è un modo per fare i conti con il fatto che la Pulizia Etnica dei palestinesi richiede il totale rifacimento dell’equilibrio regionale. E negli angoli più appartati del mondo arabo, alcuni potrebbero già pensare ciò che non diranno ancora ad alta voce: siamo stati così stupidi a desiderare che Israele sottomettesse l’Asse della Resistenza, a quanto pare siamo i prossimi.
Fantasie di civiltà
L’invocazione di Netanyahu alla “Super Sparta” non riguarda solo l’economia o gli armamenti. Richiama la mitologia stessa dell’Occidente, che Israele rivendica da tempo come propria eredità.
Atene, Gerusalemme e Roma: tre città che costituiscono i pilastri simbolici della civiltà occidentale. Atene, l’inquieta città della democrazia e della filosofia, ha insegnato all’Occidente a sognare nel marmo e a discutere in pubblico. Gerusalemme, la città dei profeti e della legge, le ha dato la sua voce morale e il senso della storia come redenzione o rovina. Roma, maestra dell’ordine e dell’impero, ha costruito le istituzioni di potere che ancora oggi plasmano lo Stato moderno.
Ma sempre nella loro ombra, Sparta indugiava, severa, disciplinata e austera, a ricordare che la sopravvivenza può richiedere sacrificio e immolazione.
Israele ha a lungo cercato di rivestirsi delle vesti di Atene, promuovendosi come una cosmopoli mediterranea. Ha invocato la gravitas (autorevolezza) profetica di Gerusalemme, presentando le sue guerre come lotte morali e la sua sopravvivenza come destino biblico. E ha preso in prestito il mantello di Roma, costruendo un impero di insediamenti, autostrade e mura, estendendo il suo ordine su un altro popolo.
In una recente conferenza, lo studioso palestinese Khaled Odetallah ha parlato con la sua caratteristica acutezza del persistente residuo di tensione tra Atene e Sparta, definendolo una contraddizione che si rifiuta di scomparire. Ha delineato sia l’impossibilità che la violenza di questa contraddizione, chiedendosi: un esercito stratificato, che filtra alcuni in uffici climatizzati dove algoritmi, Intelligenza Artificiale e sorveglianza vengono perfezionati, può mai conciliarsi con il teatro del sangue e l’osceno Genocidio perpetrato dai cavalieri israeliani che tornano a casa oppressi dalla fatica o perseguitati dalla sete di altro sangue? Può Israele affermare di essere Sparta quando la sua struttura materiale parla di qualcos’altro?
Forse non ho una risposta. Ma la Palestina è da tempo vittima di queste fantasie mortali, le fantasie di emarginati che giocano a fare i cavalieri, di costruire Atene, Roma o Sparta sul suo corpo; della fine dei tempi di Mike Huckabee e del Terzo Tempio di Itamar Ben-Gvir; e di tutti gli ideologi che immaginano che gli scontri di civiltà debbano essere inscenati tra gli ulivi della Palestina. In definitiva, è la saturazione di queste metafore e miti, che circolano senza sosta, a far venire la nausea.
Ma ciò di cui possiamo essere certi è che, qualunque cosa sia Israele, non è niente di tutto ciò.
Abdaljawad Omar è uno studioso e teorico palestinese il cui lavoro si concentra sulle politiche di Resistenza, la Decolonizzazione e la Lotta Palestinese.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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