Perché usare il termine “ostaggio” cancella la lotta dei prigionieri palestinesi

Le richieste di sostituire il termine “prigionieri palestinesi” con il termine “ostaggi” cancellano la lotta collettiva e creano una falsa equivalenza tra colonizzatore e colonizzato.

Fonte: English version

Wael Omar – 11 Novembre 2025

Durante il rilascio dei prigionieri palestinesi di Gaza, in seguito all’annuncio del cessate il fuoco, è circolato sui social un video che mostrava palestinesi ridere ed esprimere orgoglio per la capacità del proprio popolo di trovare l’umorismo anche in mezzo al genocidio.

Hussam, appena liberato, si è sporto dal finestrino dell’autobus e ha chiamato il fratello tra la folla, chiedendogli se la madre fosse viva.

Nonostante le rassicurazioni del fratello, Hussam è apparso preoccupato e ha chiesto di nuovo. Il fratello gli ha risposto: “Non preoccuparti, mamma è in Egitto a bere cola… tutti gli altri stanno bene.”

Hussam ha poi chiesto notizie del resto della famiglia, e il fratello lo ha rassicurato un’altra volta, aggiungendo con una risata sommessa: “Fratello, solo mia suocera è morta ieri… tua moglie e tutti gli altri ti stanno aspettando.”

Il video si chiude con un umorismo che sfiora la disperazione, quando il fratello ride e dice: “Preparati da subito: niente carne, pollo… e niente uova.”

Scene come questa rivelano i diversi significati che il rilascio può assumere. Quando vengono liberati israeliani, la narrazione si concentra sul salvataggio individuale: lacrime, ricongiungimenti, sicurezza, chiusura. È una cornice umanitaria: l’ostaggio restituito alla vita privata.

Quando invece vengono liberati palestinesi, quel momento non è mai privato.

La folla condivide lacrime e abbracci intensi, ma anche umorismo e orgoglio; ci sono domande su chi sia ancora vivo, e mai una vera chiusura, perché la liberazione resta parte di una lotta continua.

Il linguaggio della cattività

Il termine “ostaggio” è entrato nel discorso dopo l’ottobre 2023.

Le voci pro-palestinesi insistono sull’uso di “ostaggio” al posto di “prigioniero politico” per denunciare la complicità dei media occidentali nel genocidio, dove — come in ogni contesto coloniale — il linguaggio selettivo rivela come l’umanizzazione del colonizzatore dipenda dalla disumanizzazione del colonizzato.

L’enfasi su questo termine è cresciuta durante gli scambi di prigionieri, quando i titoli dei giornali annunciavano: “Ostaggi israeliani scambiati con prigionieri palestinesi”, suscitando critiche per l’assenza di “ostaggi palestinesi”. L’uso del termine “ostaggio” da parte dei sostenitori mira a svelare la selettività che decide di chi valgono la vita e la sofferenza, e quale violenza viene così nascosta.

Tuttavia, rifiutare “prigioniero politico” in favore di “ostaggio” cancella la relazione coloniale di dominio e decenni di lotta palestinese per ottenere questo riconoscimento.

Per quanto benintenzionato, “ostaggio” porta con sé una connotazione morale di innocenza e vittimismo che omette la storia della resistenza dei prigionieri, svuotandola di significato politico e riducendo la vita in cella a una supplica umanitaria.

Opporsi alla propaganda occidentale è necessario, ma i termini di questa opposizione contano.

Usare il linguaggio dell’avversario intrappola la solidarietà dentro i vocabolari liberali, che misurano la legittimità attraverso la sofferenza, l’equilibrio e la civiltà.

La richiesta di sostituire “prigionieri politici” con “ostaggi” riflette la fame di simmetria del liberalismo: la sofferenza deve essere bilanciata, le vittime equivalenti, la violenza reciproca.

Questa estetica dell’equilibrio tranquillizza la coscienza liberale mentre nasconde la struttura del potere coloniale. La storia diventa ordinata: se ci sono ostaggi israeliani, devono esserci anche ostaggi palestinesi.

L’equivalenza implicita nel termine “ostaggio” immagina un rapporto reversibile tra colonizzatore e colonizzato, come se il dominio fosse scambiabile e la cattività reciproca, introducendo la logica della negoziazione dentro una struttura fondata sull’eliminazione.

Tradurre la resistenza

La questione di come chiamare i palestinesi in prigione rivela come la resistenza stessa venga tradotta e compresa. Ci si interroga se “prigioniero politico” sia la traduzione corretta, o se “catturato politico” sia un’alternativa migliore. Entrambe le scelte dipendono dal contesto, dal pubblico e dallo scopo.

In arabo circolano diversi termini, ognuno con orizzonti di significato distinti:

asīr (catturato), mu‘taqal siyāsī (detenuto politico), sajīn siyāsī (prigioniero politico) e al-ḥaraka al-asīra, letteralmente “il movimento dei catturati”, ma tradotto ufficialmente come “movimento dei prigionieri palestinesi”.

Alcuni critici osservano che questa è una traduzione infelice, perché in arabo “prigioniero/detenuto politico” descrive chi è incarcerato da un regime interno, non da una potenza straniera. Il termine asīr, invece, si riferisce a chi è catturato da un potere straniero e, in Palestina come un tempo in Algeria, nomina la prigionia coloniale.

In inglese, “captive” ha connotazioni di “ostaggio”: può indicare chi è preso in guerra o conquista, ma è radicato nell’idea di essere posseduti, tenuti contro la propria volontà. Il termine implica che la possibilità di agire risieda interamente nel carceriere.

Quando si usa “hostage” e non si riconosce “political captive”, insistere su una traduzione “letterale” rischia di oscurare il significato.

Il movimento dei prigionieri si è sviluppato in parallelo con l’OLP, il cui linguaggio e le cui strategie sono stati plasmati dal dialogo con altri movimenti rivoluzionari.

Il termine “prigioniero politico” ha viaggiato attraverso le lotte anticoloniali — dall’Angola al Vietnam, fino all’Irlanda — i cui scioperi della fame ispirarono i palestinesi.

Qui la traduzione non è tecnica ma politica: nasce dall’incontro, porta un’intenzione e genera solidarietà tra movimenti.

Non si tratta di sostituire un termine con un altro.

“Prigioniero politico” fornisce un linguaggio condiviso per la solidarietà, mentre “catturato politico” mantiene fedeltà a come i palestinesi definiscono sé stessi. L’insistenza sulla specificità della condizione coloniale resta fondamentale, purché non scivoli nell’eccezionalismo.

Ciò che è in gioco non è semplicemente come i palestinesi vengono chiamati, ma come la prigionia è diventata un luogo di confronto e trasformazione: il terreno di una lotta collettiva, una bussola politica anche per chi è fuori dalle celle.

La sopravvivenza avveniva attraverso il politico — attraverso l’organizzazione e la lotta — mentre la sopravvivenza “in attesa del salvataggio” apparteneva alla categoria dell’ostaggio. È questa distinzione a rivelare la posta in gioco nei livelli senza precedenti di violenza sui prigionieri oggi.

I prigionieri politici al centro

La formazione del movimento di liberazione nazionale aveva i prigionieri politici al proprio centro: erano i “soldati in prima linea”, simboli di identità nazionale e coscienza rivoluzionaria, emersi dopo gli “anni di disorientamento” seguiti alla Nakba.

Come in altri movimenti anticoloniali, si è combattuto affinché lo status dei prigionieri fosse riconosciuto come politico e, sebbene mai formalmente concesso, le autorità coloniali ne hanno mostrato un riconoscimento di fatto.

Dopo la guerra del 1967, il primo gruppo di prigionieri politici cercò di distinguersi dai detenuti per reati comuni attraverso la separazione delle celle.

Organizzarono proteste e scioperi della fame e, dagli anni ’70, costruirono strutture democratiche, dividendo le celle per affiliazione politica, coordinandosi tra fazioni e sviluppando filosofie della fermezza e della resistenza alla tortura.

La prigione divenne un luogo di pedagogia rivoluzionaria: la letteratura carceraria (adab al-sujūn) servì come archivio della formazione politica, ispirando palestinesi e movimenti in tutto il mondo. Ciò che accadeva fuori dalle celle influenzava ciò che era possibile dentro, e la resistenza interna rimodellava il clima politico esterno.

Questa dinamica si può rintracciare negli scambi di prigionieri che elevarono i detenuti da figure isolate a simboli della lotta nazionale.

Il primo scambio avvenne nel 1968, quando il FPLP ottenne la liberazione di sedici prigionieri; tre anni dopo, Fatah riuscì a liberare il suo primo prigioniero in un altro scambio, evento commemorato oggi come il Giorno dei Prigionieri Palestinesi.

Il culmine arrivò nel 1985, con la liberazione di 1.150 prigionieri palestinesi e libanesi in cambio di tre soldati israeliani.

Nel corso dei decenni, gli scioperi della fame hanno generato mobilitazioni oltre le prigioni, modificando politiche e conquistando — o perdendo — diritti duramente guadagnati: dalla fine (poi reintroduzione) dell’alimentazione forzata, al miglioramento di cibo, igiene e istruzione.

Ogni conquista è stata seguita da nuove ondate di repressione, oggi evidenti nella revoca dei diritti fondamentali dopo l’ottobre 2023.

La gerarchia dell’innocenza

Il termine “ostaggio” rivendica innocenza per chi è coinvolto nella violenza “involontariamente”.

Porta con sé una logica della scelta che riduce una condizione collettiva a una questione individuale: chi “non aveva scelta” è reso innocente, mentre chi agisce è macchiato di colpa — riproducendo così una gerarchia dell’innocenza.

Questo mantiene viva la figura della vittima innocente e, nella sua forma più “generosa”, si estende solo a chi resiste in modi accettabili per la civiltà liberale.

La carcerazione sionista opera con una logica preventiva, detenendo migliaia di persone sotto detenzione amministrativa.

Mentre l’“ostaggio” è vittima di circostanze, l’incarcerazione dei palestinesi — mirata o casuale che sia — non è mai casuale, ma sistematica. La loro prigionia riflette il posto che occupano agli occhi del sionismo: una minaccia demografic

In un simile sistema, le obiezioni al termine “prigioniero politico”, soprattutto per i bambini, mostrano la difficoltà di conciliare innocenza e politica.

Descrivere i bambini come “politici” non è semplice: porta un peso che sembra intollerabile, come se togliesse loro la purezza che l’infanzia dovrebbe custodire.

Eppure, proprio questa difficoltà rivela come il colonialismo d’insediamento si insinui nella trama della vita quotidiana.

Sconvolge l’ordinario, penetrando nell’umorismo, ma anche nell’intimità e nell’amore — dove l’affetto si intreccia con la perdita; dove, come raccontano le testimonianze da Gaza, “stare insieme” significa dormire nello stesso letto, così che, se un missile colpisce, muoiano tutti e nessuno resti indietro.

Rivendicare il politico richiede di ripensare la solidarietà: non come riformismo o ricerca di equivalenza morale, ma come coinvolgimento attivo.

Il paradigma dell’ostaggio invoca protezione e salvataggio dall’esterno, ma questo offusca la responsabilità di chi contribuisce a produrlo, nascondendo ciò che la solidarietà richiede davvero: confronto e corresponsabilità, non compassione che implora protezione da un “potere superiore”.

Questa struttura dipende dal fatto che i palestinesi restino leggibili solo come vittime, riproducendo le stesse gerarchie che devono combattere.

La richiesta di innocenza stabilisce i limiti di ciò che si può dire o fare. Le narrazioni che non si adattano a questo copione — quelle degli ex detenuti o delle famiglie le cui esperienze sono troppo militanti o complesse — faticano a trovare spazio.

Anche chi agisce in solidarietà vive sotto questa pressione, non per autocensura deliberata, ma perché il campo liberale del riconoscimento premia la moderazione e la civiltà.

Il risultato è un restringimento delle possibilità: il sostegno diventa condizionato all’innocenza, limitando chi può essere difeso e come la difesa può essere immaginata.

L’insistenza sul termine “prigioniero politico” reclama una solidarietà che accetta la complicità, il rischio e il lavoro politico.

La storia mostra che è il confronto — non la supplica morale — a destabilizzare le strutture di dominio che rendono possibile la prigionia.

Wael Omar è un ricercatore di dottorato che lavora all’intersezione tra teoria politica e movimenti sociali.

Traduzione a cura di Grazia Parolari 
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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