Il Sud del mondo non deve semplicemente arrendersi al ruolo della vittima, le cui vite vengono prese ma contate con precisione
Fonte: English version
Di Ramzy Baroud – 1 dicembre 2025
Immagine di copertina: palestinesi camminano tra le macerie nel quartiere di Al-Karama a Gaza City, 30 novembre 2025. (Foto AP)
Innanzitutto, analizziamo questo enigma.
Il 29 febbraio 2024, l’allora Segretario alla Difesa statunitense Lloyd Austin suscitò scalpore quando informò i legislatori della Commissione per le Forze Armate della Camera che oltre 25.000 donne e bambini palestinesi erano stati uccisi da Israele a Gaza fino a quella data. Così facendo, Austin, capo militare dell’amministrazione Biden, dichiarò un fatto che sovvertì immediatamente la retorica del suo stesso governo.
L’annuncio fu scioccante per due motivi principali. Il primo, Austin stesso aveva orchestrato l’incessante flusso di armi statunitensi verso Israele, consentendo direttamente la stessa campagna che ha eliminato quelle persone innocenti. Il secondo, la cifra fornita era notevolmente superiore al conteggio delle vittime riportato dal Ministero della Sanità palestinese a Gaza per lo stesso periodo: 22.000 donne e bambini nei primi 146 giorni di guerra.
Il nocciolo della contraddizione, tuttavia, era che il resoconto dettagliato di Austin sulle atrocità israeliane finanziate dagli Stati Uniti a Gaza sovvertiva direttamente la narrazione ufficiale regolarmente diffusa dalla Casa Bianca.
Infatti, già il 25 ottobre 2023, appena due settimane dopo l’inizio della guerra, lo stesso Presidente Joe Biden iniziò a dubitare delle stime del bilancio delle vittime del Ministero della Sanità palestinese. “Non ho alcuna fiducia nel numero di vittime che i palestinesi stanno usando”, dichiarò senza mezzi termini.
Naturalmente, la dichiarazione di Austin non ha né intaccato il suo incrollabile sostegno a Israele, né attenuato l’atteggiamento paternalistico di Biden nei confronti dei palestinesi. Al contrario, il sostegno militare e politico degli Stati Uniti a Israele è aumentato esponenzialmente dopo quell’udienza al Congresso. Il sostegno militare e finanziario degli Stati Uniti nel primo anno del Genocidio israeliano è stato stimato in almeno 17,9 miliardi di dollari (15,4 miliardi di euro).
Ma queste apparenti contraddizioni non sono affatto incoerenze, bensì una politica perfettamente calibrata e deliberata. Storicamente, questo approccio ha concesso agli Stati Uniti il permesso di violare sistematicamente i propri principi dichiarati. Ad esempio, l’Iraq è stato invaso, a un costo orribile in termini di vite umane e distruzione sociale, sotto la bandiera delle “buone intenzioni”: democrazia, diritti umani e simili. La prolungata agonia di guerra e instabilità dell’Afghanistan è durata due decenni in nome della lotta al terrorismo, dell’esportazione della democrazia e dei diritti delle donne.
La parte operativa dell’equazione soddisfa gli strateghi militari e politici. Nel frattempo, la vuota retorica della democrazia e dei diritti umani tiene gli intellettuali, sia di destra che di sinistra, impantanati in un dibattito prolungato e perennemente improduttivo che serve a nascondere piuttosto che a influenzare la politica.
Sebbene il governo degli Stati Uniti possa aver perfezionato l’arte delle contraddizioni deliberate, non ne è l’architetto originale. Nella storia moderna, questo fenomeno è stato quasi interamente di proprietà dell’Occidente: il Colonialismo è stato proposto come soluzione alla Schiavitù e le conversioni forzate sono state sfacciatamente giustificate come missioni civilizzatrici.
La posizione dell’Occidente sul Genocidio israeliano a Gaza offre l’esempio più palese e attuale di questa contraddizione deliberata. Un’analisi concisa della condotta della Germania negli ultimi due anni illustra il punto.
La Germania è il secondo fornitore di armi a Israele al mondo, dopo gli Stati Uniti. Non solo si è rifiutata di accettare la definizione di Genocidio riconosciuta da molti Paesi e, in seguito, dalla Corte Internazionale di Giustizia, ma ha anche combattuto ferocemente per proteggere Israele dalla semplice accusa.
A livello nazionale, ha brutalmente represso le proteste filo-palestinesi, arrestato innumerevoli attivisti e messo al bando l’uso della bandiera palestinese, tra le numerose altre misure draconiane. Eppure, allo stesso tempo, la Germania ha continuato a sostenere la libertà di parola e la democrazia, criticando le nazioni del Sud del mondo che presumibilmente limitavano questi stessi valori.
Come prevedibile, la Germania ha continuato ad armare Israele, inventando ogni possibile giustificazione per il suo sostegno a Tel Aviv, anche dopo che la Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto per i massimi dirigenti israeliani, accusandoli del Crimine di Sterminio a Gaza. Solo sotto un’enorme pressione Berlino ha finalmente ceduto e ad agosto ha accettato di interrompere l’approvazione delle esportazioni di armi a Israele.
Torniamo ai giorni nostri. La BBC, tra le altre fonti, ha riferito il mese scorso che la Germania avrebbe ripristinato le sue esportazioni di armi a Israele, giustificando la decisione con l’annuncio di ottobre di un cessate il fuoco a Gaza, che Israele ha palesemente violato centinaia di volte.
“La decisione della Germania di revocare la sospensione parziale delle spedizioni di armi a Israele è sconsiderata, illegale e invia un messaggio completamente sbagliato a Israele”, ha dichiarato Amnesty International in un comunicato stampa, una condanna che, naturalmente, è stata completamente ignorata.
Una settimana dopo, una nuova ricerca condotta da due prestigiose istituzioni accademiche ha dimostrato che il numero di palestinesi uccisi a causa del Genocidio israeliano è sostanzialmente superiore ai dati del Ministero della Sanità di Gaza. Peggio ancora, l’aspettativa di vita a Gaza è crollata di quasi la metà a causa della guerra israeliana.
Una delle due istituzioni, l’Istituto Max Planck per la Ricerca Demografica, è tedesca. L’organizzazione di ricerca leader a livello mondiale è in gran parte finanziata con denaro pubblico proveniente direttamente dal governo federale, la stessa entità che fornisce le armi che, insieme al sostegno degli Stati Uniti, hanno alimentato il crescente numero di vittime a Gaza.
In tutti questi scenari, l’Occidente funge contemporaneamente da giudice e carnefice, da ricercatore onesto e da produttore di armi, da violatore e da autoproclamato difensore dei diritti umani.
Ma il resto di noi nel Sud del mondo non deve semplicemente arrendersi al ruolo della vittima, le cui vite vengono prese ma contate con precisione. Per rivendicare la nostra capacità di agire collettivamente, dobbiamo partire dalla consapevolezza unanime che le contraddizioni calcolate dell’Occidente sono specificamente progettate per perpetuare il più a lungo possibile l’iniqua relazione tra le potenze occidentali e il resto di noi.
Solo denunciando rigorosamente e respingendo con forza questa ipocrisia potremo finalmente liberarci dall’illusione storica che la soluzione al nostro problema sia occidentale.
Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri. Il suo ultimo libro, curato insieme a Ilan Pappé, è “La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano”. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non di ruolo presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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