A due anni dall’inizio del Genocidio israeliano a Gaza, la libertà di stampa all’interno del Paese ha raggiunto un punto di rottura. I giornalisti denunciano un’inasprimento della censura, molestie e autocensura che, a loro dire, ormai fanno parte dello sforzo bellico.
Di Yael Krifcher – 11 dicembre 2025
Fonte: https://cpj.org
Copertina: Il ministro delle Comunicazioni israeliano Shlomo Karhi incontra il primo ministro Benjamin Netanyahu. (Foto: AP/Maya Alleruzzo)
L’informazione indipendente è drasticamente diminuita, lasciando all’opinione pubblica israeliana una visione distorta del conflitto. Un rapporto dell’ottobre 2025 del centro di ricerca israeliano Molad ha rilevato che solo il 3% della copertura di Canale 12 nei primi sei mesi di guerra faceva riferimento alla crisi umanitaria a Gaza, e solo due delle 206 immagini relative alla guerra mostravano vittime civili palestinesi.
“I media israeliani hanno deciso, e lo fanno ogni giorno, di non occuparsi della situazione umanitaria”, ha dichiarato il giornalista di Haaretz Nir Hasson. “I media israeliani sono parte dello sforzo bellico”.
Questo declino si è verificato in un contesto di crescente pressione governativa, censura militare, attacchi fisici e virtuali e restrizioni di sicurezza, tutti fattori che limitano l’accesso del pubblico alle informazioni su quello che le organizzazioni per i diritti umani e gli esperti delle Nazioni Unite hanno definito un Genocidio.

LE NARRAZIONI STATALI PREVALGONO
La copertura della guerra fornita dalle principali piattaforme centriste e di destra come Canale 12 e Canale 14 riecheggia ampiamente argomenti militari e narrazioni statali volte a giustificare la risposta all’attacco del gruppo militante palestinese Hamas al Sud di Israele il 7 ottobre 2023. Canale 14, un canale di notizie pro-Netanyahu con il secondo più alto numero di spettatori nel Paese, ha una storia particolare di retorica incendiaria, inclusi appelli a ulteriori distruzioni a Gaza.
I sondaggi indicano che la maggior parte degli israeliani ritiene che i propri media forniscano una copertura equilibrata della guerra, anche se i principali sviluppi all’interno di Gaza vengono spesso travisati per minimizzare le vittime civili o oscurati a favore di una copertura privilegiata degli ostaggi israeliani.
I principali organi di informazione si trovano ad affrontare crescenti difficoltà nel riportare il bilancio civile delle operazioni israeliane a Gaza. Tra queste, ha dichiarato Hasson, predomina la pressione all’autocensura.
Questo, ha aggiunto, è in gran parte un radicato senso di lealtà patriottica verso il Paese e la strategia militare di Israele a Gaza. Sostiene che i principali media israeliani ritengono di “non potersi permettere di parlare o di avere pietà dei nostri nemici ora”.
Ayala Panievsky, ricercatrice sui media presso Molad, ha dichiarato che i giornalisti spesso modificano il linguaggio nei loro resoconti, ad esempio astenendosi dall’usare la parola “Occupazione”, per evitare di essere etichettati come “traditori di sinistra”.
PRESSIONI GOVERNATIVE E CENSURA MILITARE
Gran parte di questa autocensura affonda le sue radici in una campagna decennale del Primo Ministro Benjamin Netanyahu per indebolire la libertà di stampa. “Netanyahu ha una lunga storia di attacchi ai media, cercando di infiltrarsi o indebolire i media attraverso acquisizioni, chiudendo testate, aprendone di nuove, intervenendo nella struttura proprietaria o cercando di piazzare i suoi analisti o i suoi redattori in diverse redazioni”, ha dichiarato Haggai Mattar, giornalista della rivista +972 Magazine.
Dal 7 ottobre, queste pressioni non hanno fatto che intensificarsi. I ministri hanno cercato di vietare definitivamente le testate giornalistiche considerate critiche nei confronti delle operazioni militari israeliane, di privatizzare e indebolire l’emittenza pubblica e di indirizzare la pubblicità governativa verso piattaforme politicamente schierate.
Nel frattempo, i giornalisti devono anche fare i conti con la censura dell’esercito e della polizia israeliana. La censura militare, eredità del colonialismo britannico, ha un’ampia giurisdizione, obbligando legalmente i giornalisti a sottoporre alla sua revisione qualsiasi articolo relativo alla sicurezza prima della pubblicazione.
La rivista indipendente +972 Magazine ha scoperto che la censura militare sui media israeliani ha raggiunto il suo tasso più alto in oltre un decennio nel 2024, con una media di 21 notizie ritirate o modificate al giorno.
Questo impatto è invisibile al pubblico, poiché alle testate giornalistiche è vietato indicare quando un articolo è stato censurato. Rare fughe di notizie mostrano che tali articoli includevano dettagli operativi dell’esercito e transazioni finanziarie della famiglia Netanyahu.
L’esercito non può censurare articoli semplicemente perché includono contenuti che potrebbero danneggiare la reputazione dello Stato. Mattar sostiene, tuttavia, che il censore prende di mira informazioni che “sono destinate al 100% a proteggere la reputazione di Israele”.
Ad esempio, ha vietato a +972 Magazine di attribuire determinate citazioni a fonti anonime affiliate all’esercito, nel tentativo, ha affermato Mattar, di sminuire l’affidabilità delle fonti.
MOLESTIE, ATTACCHI E DETENZIONI
Le testate giornalistiche e i giornalisti che si occupano di informazione critica rischiano molestie, attacchi e detenzioni da parte delle forze di sicurezza e dei civili, che mirano a scoraggiare e mettere a tacere la loro copertura.
I giornalisti palestinesi affrontano da tempo tali minacce, con casi sempre più gravi di discredito e violenza durante lo stato di emergenza dal 7 ottobre, tra cui detenzioni e restrizioni di accesso.
Riflettendo sulla sua esperienza personale di giornalista in Israele dall’inizio della guerra, la giornalista indipendente Iman Jabbour ha dichiarato che i civili hanno iniziato a “farsi giustizia da soli” per mettere a tacere i giornalisti palestinesi, minacciandoli verbalmente durante le trasmissioni e tentando di sequestrare o danneggiare le loro attrezzature.
Come i loro colleghi a Gaza, i giornalisti palestinesi in Israele vengono diffamati come terroristi e, di conseguenza, diventano bersagli agli occhi della società israeliana.
“Il 7 ottobre ha cambiato tutto”, ha dichiarato il giornalista indipendente Samir Abdulhadi. “Ogni giornalista arabo è colpevole, non importa se lavori per un’emittente israeliana o per il canale televisivo israeliano i24: finché parli arabo, sei colpevole”.
Di fronte a tali ingiustizie, i giornalisti palestinesi hanno scarse possibilità di ottenere giustizia. “Le autorità israeliane possono contestarti quello che vogliono, ‘è uno stato di emergenza, siamo in tempo di guerra’, e nessuno di noi vorrebbe affrontarle in tribunale perché potrebbero togliermi la tessera stampa”, ha detto Jabbour.
Sebbene i giornalisti palestinesi corrano i rischi maggiori per il loro lavoro, anche i giornalisti israeliani sono stati presi di mira. Nel novembre 2025, il giornalista di Canale 12 Guy Peleg è stato preso di mira da politici e attivisti di destra per aver coperto una presunta violenza sessuale commessa da soldati israeliani contro una detenuta palestinese nel centro di detenzione di Sde Teiman.
Yuval Avraham, giornalista della rivista +972 e co-regista del film premio Oscar “No Other Land” (Nessun Altra Terra), ha ricevuto minacce di morte contro se stesso e la sua famiglia dopo una dichiarazione del febbraio 2024 in cui ha denunciato la “situazione di Apartheid” e ha chiesto un cessate il fuoco a Gaza.
Nel giugno 2024, Hasson di Haaretz fu tra i numerosi giornalisti aggrediti da giovani israeliani di destra mentre seguiva la famigerata marcia per il Giorno di Gerusalemme; lo stesso giorno, l’ingresso a vetri della redazione di Haaretz fu distrutto. Nel luglio 2025, il giornalista Israel Frey fu arrestato e detenuto dalla polizia israeliana con l’accusa di incitamento al terrorismo, sulla base di un post sui social media.
I giornalisti e gli organi di informazione israeliani che violano il consenso nazionale sulle operazioni militari israeliane a Gaza e in Cisgiordania vengono anche diffamati e screditati da funzionari governativi e giornalisti.
Nel novembre 2024, ad esempio, quando il governo israeliano votò all’unanimità per sanzionare Haaretz, interrompendo tutte le inserzioni pubblicitarie governative e gli abbonamenti governativi al giornale, la mossa fu attribuita dal Ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi agli appelli di Haaretz a “imporre sanzioni contro Israele e sostenere i nemici dello Stato nel mezzo di una guerra”.
Quando i giornalisti israeliani utilizzano servizi palestinesi su Gaza o esprimono sostegno ai loro colleghi palestinesi, vengono accusati dai colleghi giornalisti israeliani di fornire copertura ai sostenitori di Hamas.
Mattar ha affermato che gli attacchi ai giornalisti palestinesi hanno un impatto su tutte le redazioni israeliane.
“Mettere al bando Al Jazeera, vietare l’ingresso a Gaza ai giornalisti stranieri, tutte queste misure non sono formalmente collegate ai media israeliani, ma credo che siano un messaggio indiretto ai media israeliani, dicendo che ‘Questi giornalisti, che potreste essere tentati di considerare colleghi, che potreste essere tentati di fare affidamento sui loro servizi. Sono illegittimi. Sono criminali'”.
RESISTERE ALLA CENSURA
Nonostante queste pressioni, molti giornalisti continuano a scrivere in modo critico. I giornalisti israeliani sfidano l’oppressione dello Stato e infrangono i divieti nazionali sulla copertura critica, mentre i giornalisti palestinesi rischiano la loro sicurezza per scrivere in modo indipendente.
Abdulhadi ha dichiarato: “Faccio ciò che ritengo giusto e alla fine difenderò le mie opinioni”. Ma, ha aggiunto: “La situazione sta peggiorando. Come giornalisti arabi, soccomberemo”.
La situazione sottolinea l’urgente necessità di salvaguardare il giornalismo indipendente in Israele, nonché di attirare l’attenzione internazionale sulla riduzione dello spazio per la libertà di stampa nel Paese.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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