Dal calcio al ciclismo, nel 2025 i tifosi hanno trasformato lo sport in un campo di battaglia morale sulla Palestina, mentre le istituzioni restavano in silenzio
Fonte: English version
Sanaa Qureshi – 31 dicembre 2025
Immagine di copertina: Dopo l’inclusione di una squadra ciclistica israeliana nella Vuelta a España, i manifestanti filo-palestinesi hanno interrotto la corsa di tre settimane con così tanto successo, che Israele è stato costretto ad abbandonare la tappa finale nel mezzo di proteste su larga scala,. [GETTY]
Dall’inizio del genocidio nell’ottobre 2023, dopo 75 anni di occupazione brutale e incessante, il mondo che ci circonda è indelebilmente segnato da ciò che i palestinesi hanno dovuto sopportare e sopportano e da ciò che siamo complici di aver loro inflitto. La Palestina è la faglia. La Palestina è la risposta a cui ogni domanda viene ora reindirizzata.
È difficile considerare la visibilità della politica nello sport nel 2025 e non pensare immediatamente al numero devastante di atleti palestinesi uccisi a Gaza senza che si senta un minimo sussurro di protesta da parte dei loro colleghi e dirigenti del mondo sportivo.
Speranza tra genocidi e doppi standard
Suleiman Al-Obeid, un famoso calciatore palestinese nato e cresciuto a Gaza, è stato ucciso dalle forze israeliane mentre attendeva i soccorsi. Nel riconoscimento passivo della sua morte e nella risposta insolitamente diretta suscitata da parte di Mohamed Salah, la UEFA ha messo a nudo le proprie priorità: proteggere Israele.
È anche inutile considerare le possibilità radicali dello sport senza riconoscere i profondi fallimenti dei nostri sistemi attuali nel fare i conti con l’indiscriminato disprezzo di Israele per il diritto internazionale. C’è stato poco movimento all’interno del mondo sportivo per rispondere adeguatamente all’aggressione israeliana, per non parlare di reimmaginare un mondo che possa offrirci una visione alternativa per il nostro futuro.
Invece è stato lasciato ai singoli atleti e tifosi il compito di darci un’idea di cosa significhi solidarietà, mentre le istituzioni a cui appartengono fanno ben poco
Ci sono state rare eccezioni, come l’Athletic Club di Bilbao che ha ospitato un’emozionante amichevole tra Palestina e Paesi Baschi : la prima implorava il mondo per la libertà dall’occupazione e dal genocidio, e la seconda rinvigoriva i propri sforzi per il riconoscimento ufficiale della propria nazionale. Sebbene questa partita non sia stata puramente simbolica (tutto il ricavato è andato a sostegno della Palestina), ha offerto ai calciatori palestinesi l’opportunità di piangere pubblicamente i propri caduti e di rinnovare il proprio impegno per la loro liberazione, con 50.000 persone a testimoniare.
Questo sentimento si è ripetuto ogni volta che la nazionale di calcio palestinese è scesa in campo, che si trattasse di una serie di emozionanti qualificazioni ai Mondiali, di amichevoli o della Coppa Araba FIFA. Una squadra composta da rifugiati palestinesi provenienti da tutto il mondo, portatori di un dolore collettivo e individuale, che ci ha ricordato il potere della possibilità e della speranza.
I movimenti di liberazione devono essere resilienti nella loro visione di libertà, e la squadra di calcio palestinese è riuscita a distillare questo in ogni partita a cui si è presentata, in ogni formazione, e ci ha dimostrato che la gioia non si spegnerà.
Tuttavia, gli ingranaggi incredibilmente discordanti dell’amministrazione calcistica sono stati ben lontani dal provarci. Israele continua a essere membro sia della UEFA che della FIFA e qualsiasi discussione sull’assurdità di questa situazione deve ancora arrivare all’ordine del giorno per gli amministratori, nonostante le richieste di calciatori, gruppi di tifosi, giornalisti e ampie fasce della società civile.
Parallelamente, l’esclusione della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina offre un chiaro precedente su quanto tempestiva possa essere l’attuazione di tale misura, qualora ce ne fosse la volontà. Mentre artisti di fama del mondo della musica e del cinema hanno firmato impegni in linea con il BDS per esercitare pressioni su Israele, nel mondo del calcio tale slancio sembra non esserci..
La politica al centro
Al di fuori del calcio, il 2025 ci ha dimostrato che la battaglia si combatterà e si vincerà nelle strade, non nei consigli di amministrazione. Dopo l’inclusione di una squadra ciclistica israeliana nella Vuelta a España (Giro di Spagna), i manifestanti filo-palestinesi hanno interrotto la corsa di tre settimane con un tale successo che la tappa finale è stata completamente annullata, tra proteste su larga scala.
Sebbene l’organismo di governo del ciclismo abbia ribadito la sua posizione di tenere la politica fuori dallo sport, il popolo spagnolo ha rivendicato il proprio diritto a riportare la politica al centro di tutto.
Questa idea sarà una proposta fondamentale da tenere in considerazione, mentre ci avviamo verso un anno che vedrà gli Stati Uniti come uno dei paesi ospitanti della prossima Coppa del Mondo di calcio maschile. Un paese che sta praticando la profilazione razziale e facendo sparire i propri residenti, reprimendo le proteste, attuando aggressioni militari e creando un ambiente terribilmente ostile, dovrebbe ospitare migliaia di tifosi nel giro di pochi mesi.
Sarà interessante vedere se i giornalisti e i conduttori radiofonici che si sono opposti al flagrante sportswashing dell’Arabia Saudita riusciranno a tracciare una linea netta tra questi due Paesi che riciclano la propria reputazione attraverso luccicanti eventi sportivi.
Sebbene la deliberata distorsione delle violazioni dei diritti umani a seconda di chi le commette rimanga un pilastro del giornalismo britannico, nel 2025 l’antisemitismo strumentalizzato ha preso il sopravvento in tutta la sua gravità.
Ai tifosi della squadra di calcio israeliana di destra, il Maccabi Tel Aviv, è stato vietato di assistere a una partita contro l’Aston Villa, per timori di “odio razziale” da parte della comunità circostante. La notizia si è rapidamente trasformata in un assordante fischietto, che ha fatto supporre che gli ebrei, in quanto categoria più ampia, non fossero al sicuro a Birmingham e, in un chiaro rimando al passato, che i musulmani (oltre il 70% della popolazione di Aston) fossero particolarmente violenti e antisemiti.
Una questione locale che riguardava i residenti, scontenti dalla prospettiva di avere fascisti nelle loro strade, si è trasformata in un abisso tra ciò che la gente sa essere vero e il modo in cui quella stessa verità può essere snaturata e romanzata al servizio di Israele. Questo paternalismo grossolano insito nelle strutture che governano lo sport si manifesta anche in modi più subdoli e insidiosi: perdita del lavoro, esclusione e ostracismo.
Nel corso dell’anno e a vari livelli di sport, sono stati innumerevoli gli esempi di persone il cui sostegno alla Palestina è stato messo in discussione. Persone a cui è stato detto di togliersi le magliette o distruggere le bandiere, per cancellare il loro sostegno palestinese dallo spazio che stavano per occupare.
La continua svalutazione della vita palestinese da parte di coloro che commettono il genocidio e di coloro che lo permettono, richiede repressioni statali della solidarietà, per quanto rumorose o silenziose possano essere. Ma la Palestina ci mostra cosa succede quando una goccia diventa un’inondazione. La Palestina ha messo a nudo i meccanismi loschi del mondo sportivo e le crepe al suo interno. Resta da vedere, tuttavia, dove ci sia la volontà e l’intelligenza di sfondarli ulteriormente.
Quando il potere collettivo delle comunità di podisti britanniche (attraverso il boicottaggio di un evento londinese) ha costretto Saucony a interrompere la sponsorizzazione della maratona di Gerusalemme , che si è svolta nei territori occupati della Palestina, si è aperta una chiara possibilità.
Tuttavia, nei giorni scorsi l’Arsenal ha annunciato una sponsorizzazione con Deel, un’azienda tecnologica con sede in Israele che opera nei territori occupati e contribuisce in modo significativo a finanziare l’esercito israeliano.
La Palestina ci ha mostrato ancora una volta il mondo in cui viviamo.
La domanda che ci poniamo all’inizio del 2026 è sempre la stessa: cosa siamo disposti a fare?
Sanaa Qureshi è una scrittrice che vive a Londra e lavora nel campo dello sport di comunità.
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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