La sopravvivenza economica a Gaza soffocata dalle restrizioni israeliane sulle iniziative locali.

Secondo le Nazioni Unite, il tasso di disoccupazione a Gaza ha raggiunto l’80%, uno dei più alti al mondo.

Fonte: English version

Redazione Al Jazeera  – 6 gennaio 2026

Immagine di copertina: Um Mohammed al-Jarjawi fa affidamento sul lavoro a maglia per provvedere alla sua famiglia [Screen grab/Al Jazeera]

Dopo oltre due anni di guerra genocida israeliana contro Gaza , con l’insopportabile e quotidiano susseguirsi di morti di massa e lutti, con case, ospedali e scuole distrutte, il territorio palestinese assediato sta affrontando anche il collasso economico più rapido e deleterio mai registrato.

Lo affermano le Nazioni Unite, secondo cui il tasso di disoccupazione a Gaza ha raggiunto l’80%.

Eppure, nonostante il soffocante blocco imposto da Israele sulla Striscia, i palestinesi stanno improvvisando attività commerciali per sopravvivere.

Per molte persone, oggi la sopravvivenza dipende più dalle competenze e dalle piccole iniziative che da lavori formali.

Rimasta vedova e responsabile di una famiglia di cinque persone, Um Mohammed al-Jarjawi si affida al lavoro a maglia per provvedere al sostentamento della sua famiglia e trasmette le sue competenze alla generazione più giovane

Ogni giorno, a casa sua, al-Jarjawi prepara il cibo per i suoi nipoti. Pochi istanti dopo, esce per andare al lavoro.

“Ho iniziato a imparare a lavorare a maglia quando avevo 10 anni”, ha raccontato ad Al Jazeera. “In seguito, ho frequentato corsi presso centri specializzati. Ho scoperto di essere abile in questo mestiere e ho iniziato a insegnare ad altri.

“Dopo la morte di mio marito, ho dovuto provvedere al sostentamento della mia famiglia. Mi sono concentrata sul lavoro per sostenere la mia famiglia, migliorando al contempo le mie competenze.”

Le piccole imprese si sono espanse, spaziando dalle stazioni di ricarica per cellulari alimentate a energia solare alle donne che lavorano a maglia vestiti per neonati. Queste attività forniscono alle famiglie mezzi di sussistenza a breve termine, ma non sono sufficienti a ripristinare la stabilità economica o a generare posti di lavoro sostenibili e tutelati.

Con il 70 percento delle reti elettriche distrutte, il sistema energetico di Gaza è al collasso, costringendo la gente a improvvisare.

Per Wasim al-Yazji, una stazione di ricarica improvvisata alimentata a energia solare è una fragile ancora di salvezza che fornisce un certo reddito, ma non può risolvere la crisi energetica.

“Ho aperto questa stazione di ricarica per aiutare la mia famiglia con i bisogni primari, un po’ di cibo e piccole spese. Cerco di sostenere la mia famiglia attraverso questo”, ha detto al-Yazji ad Al Jazeera.

Sotto casa sua c’era un supermercato, ma è stato distrutto.

“La mia stazione di ricarica è alimentata da pannelli solari, quindi se non c’è il sole, la potenza di ricarica è debole e non posso lavorare per giorni. A volte trascorro un’intera settimana senza alcun guadagno”, ha detto.

Wasim al-Yazji è in piedi accanto alla sua stazione di ricarica improvvisata [Schermata/Al Jazeera]

Il mercato del lavoro di Gaza è praticamente crollato: le Nazioni Unite riferiscono che l’enclave si trova ora ad affrontare uno dei tassi di disoccupazione più alti al mondo.

Per molti giovani uomini e donne non c’è lavoro da nessuna parte, e questo li costringe a camminare avanti e indietro per le strade o ad aspettare all’infinito l’occasione di lavorare.

“Cerco lavoro da mesi”, ha detto Mohammed Shatat ad Al Jazeera. “Anche un lavoro temporaneo è difficile da trovare. Ogni giorno è uguale… Vado da un posto all’altro, chiedo, spero, ma non trovo niente”.

Le famiglie stanno trovando il modo di sopravvivere in mezzo alla devastazione e alla distruzione, ma queste iniziative informali non rappresentano una soluzione alla crisi economica: con centinaia di migliaia di persone ancora senza lavoro, la disoccupazione rimane una sfida enorme in tutta la Striscia.

Traduzione a cura di Grazia Parolari 
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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