di Luca Saltalamacchia
avvocato del foro di Napoli
Fonte: https://www.questionegiustizia.it/
Copertina: Illustration from Phillip Medhurst Collection depicting Joshua fighting Amalek (Exodus 17)
Seconda parte
Il vero elemento critico nell’accertamento di un genocidio risiede nella prova dell’elemento soggettivo, ovvero la volontà di infliggere quelle condotte criminose per distruggere il gruppo colpito in quanto tale.
Come dimostrare questo specifico intento?
Nel caso di Israele esistono migliaia di dichiarazioni di politici, funzionari, militari, anche apicali, che “confessano” questo intento. Vediamo le più importanti (per limitarci a quelle immediatamente dopo il 7/10/23):
- Il Presidente di Israele, Isaac Herzog: è stato più volte accolto in Italia, persino da Papa Leone; in un discorso del 13/10/23 ha detto che «Non ci sono civili innocenti a Gaza», precisando che «C’è un’intera nazione là fuori che è responsabile. Questa retorica sui civili non consapevoli, non coinvolti, non è assolutamente vera» (59). A fine dicembre, il moderato ed equilibrato – perché così viene per lo più presentato dalla stampa italiana – Presidente Herzog si è fatto fotografare mentre scrive su una bomba destinata ad essere sganciata su Gaza «Confido in te» (60).
- Il primo ministro Benjamin Netanyahu, in data 13/10/23 ha dichiarato: “Gaza è la città del male, ridurremo in macerie tutti i luoghi in cui Hamas si schiera e si nasconde. Dico alla
- popolazione di Gaza: andatevene subito da lì. Agiremo ovunque e con tutta la forza possibile”(61);
- Il precedente Ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant: «Ho ordinato un assedio totale su Gaza. Non ci saranno più elettricità, cibo, acqua, carburante… Stiamo combattendo animali umani e agiamo di conseguenza», ha dichiarato il 9/10/23 (62).
- Il ministro dell’Educazione, Yoav Kisch, il 9/10/23 ha dichiarato che tutti gli abitanti di Gaza
- «Sono animali, non hanno il diritto di esistere. Devono essere sterminati» (63); in data 25/10/23 ha affermato: «Noi siamo il popolo della luce, loro sono il popolo delle tenebre… realizzeremo la profezia di Isaia» (64); «Ci troviamo di fronte a mostri, mostri che hanno ucciso bambini davanti ai loro genitori… Questa non è solo una battaglia di Israele contro questi barbari, è una battaglia della civiltà contro la barbarie» (65);
- Il Ministro del Patrimonio, Amichai Eliyahu, il 5/11/23 ha dichiarato: «Una delle opzioni è sganciare una bomba atomica su Gaza. Prego e spero che [gli ostaggi] tornino, ma la guerra ha anche un prezzo» (66);
- Il vicepresidente del parlamento israeliano, Nissim Vaturi, il 17/11/23 ha dichiarato: «Siamo troppo umani. Gaza va bruciata adesso» (67);
- Il Ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, il 25/10/23 ha affermato che: «L’unica cosa che serve far entrare a Gaza sono centinaia di tonnellate di esplosivo e nemmeno un grammo di aiuti umanitari» (68), mentre in data 26/12/23 «Voglio avere la possibilità di decapitare una testa dopo l’altra, una testa dopo l’altra dei Nukhba» (i palestinesi) (69);
- Il ministro dell’Informazione (fino ad ottobre 2023) Galit Distel Atbaryan e parlamentare della Knesset, il 1/11/23 dichiarava che si dovrebbe: «Cancellare tutta Gaza dalla faccia della terra. Lasciate che i mostri di Gaza volino verso il confine meridionale e fuggano in territorio egiziano. O lasciarli morire. E lasciali morire orribilmente. Gaza deve essere cancellata» (70);
- Il ministro delle Comunicazioni, Shlomo Karhi, il 21/10/23 ha dichiarato: «La completa distruzione (lo stesso termine potrebbe essere usato per “pulizia”) di Hamas avverrà a modo nostro» (71);
- La parlamentare israeliana Tally Gottlieb, il 7/10/23 si rivolgeva al Governo così: «Abbattete gli edifici!! Bombardate senza distinzioni!! Basta con questa impotenza. Radete al suolo Gaza. Senza pietà! Questa volta non c’è spazio per la pietà!» (72);
- Il parlamentare, nonché ex ministro delle Finanze ed ex vicepremier, Avigdor Lieberman, il 30/11/23, riprendendo quanto detto dal presidente Herzog, ha ribadito che: «non ci sono civili palestinesi innocenti” (73)
L’associazione Law for Palestine (74) ne ha raccolte oltre 500 rilasciate nei primi due mesi successivi al 7/10/2023 (75). Un altro aspetto su cui prestare attenzione quando si discute sulla prova dell’esistenza della specifica intenzione di distruggere un gruppo in quanto tale riguarda il fatto che, secondo gli studiosi, tutti i genocidi hanno dei tratti comuni; un genocidio – ogni genocidio – non si realizza all’improvviso, ma piuttosto si compie per effetto di un processo che si sviluppa per fasi. Non è il frutto di una decisione immediata e rapida, ma piuttosto prende forma lentamente, viene plasmato strada facendo mediante una serie di fasi che – in tutti i genocidi osservati – sono sempre presenti, anche se a volte non seguono la medesima sequenza.
Il giurista ed attivista americano Gregory H. Stanton, fondatore di Genocide Watch, nel 1996 presentò al Dipartimento di Stato americano un documento che mirava ad individuare le varie fasi presenti in ogni genocidio (76). Il modello originario ne prevedeva otto, ma negli anni è stato ampliato a dieci.
Secondo questo studio, un genocidio – ogni genocidio – è caratterizzato da dieci fasi, la cui sequenza non è sempre lineare; spesso diverse fasi si sovrappongono o costituiscono l’una un aspetto dell’altra.
La consecutio a volte non è immediata, ma riguarda varie fasi sedimentate nel tempo.
La base del modello di Stanton è l’individuazione di un gruppo egemone (“noi”) e di un gruppo bersaglio che si presenta vulnerabile (“loro”), esistente sul territorio nazionale o anche in un territorio diverso, ma comunque oggetto degli interessi del gruppo egemone.
L’iter seguito da ogni genocidio è il seguente: all’interno del gruppo egemone si fa strada la distinzione tra il “noi” e il “loro”; la distinzione comincia a produrre discriminazione; la discriminazione prepara il campo alla persecuzione; la persecuzione si traduce infine in sterminio e massiccia violazione dei diritti del gruppo vulnerabile.
L’idea di Stanton non è diversa da quanto espresso in una celebre intervista da Primo Levi: «dove un nuovo verbo, come quello che amano i nuovi fascisti d’Italia (cioè: non siamo tutti uguali, non tutti abbiamo gli stessi diritti. Alcuni hanno diritti e altri no), dove questo verbo attecchisce, alla fine c’è il lager» (77).
Il modello di Stanton – proprio perché tarato sui genocidi passati, ovvero formulato sulla base delle caratteristiche proprie dei genocidi accaduti (e riconosciuti come tali) – consente di riconoscere i segnali di un plausibile genocidio attuale e di verificare, quindi, se una particolare condotta possa integrare gli estremi di questo crimine odioso. Cerchiamo di capire se e come gli accadimenti relativi a Gaza entrino nel modello di Stanton.
1 – Classificazione
La prima fase del genocidio è la creazione di un “noi” e di un “loro” mediante un’operazione di classificazione. Emblematico è il caso degli anni Trenta nella Germania nazista, dove il gruppo egemone impose la classificazione distinguendo tra i membri appartenenti al popolo ariano (il“noi”) e gli ebrei (il “loro”), trasformando in minaccia i punti di differenziazione tra i due gruppi. L’operazione di “classificare” semina il terreno per lo sterminio: serve a preparare l’immaginario collettivo all’idea che esiste una minaccia, un nemico da combattere e dal quale difendersi. La creazione di un “noi” egemone, nel caso di Israele, è addirittura “costituzionalizzata”: la legge costituzionale approvata dalla Knesset in data 19/7/18 ha reso Israele lo «Stato Nazione del Popolo Ebreo», ovvero una etnocrazia basata sulla supremazia del popolo ebreo (e quindi sulla inferiorità di qualunque altro popolo, in particolare quello palestinese).
La legge è stata molto controversa, anche all’interno della società israeliana, perché ha dato un colpo alla reputazione dello Stato israeliano come “democratico”. Con la riforma costituzionale, infatti, lo Stato è diventato “ebraico”; in quanto tale, non può più essere considerato “democratico”, poiché una democrazia non garantisce privilegi sulla base dell’origine etnica o religiosa, ma persegue l’uguaglianza. Se fosse “democratico”, non potrebbe essere “ebraico”, ovvero lo Stato-nazione di un determinato gruppo, a detrimento del resto dell’umanità. Israele non è uno Stato formato dai suoi cittadini o dai popoli che lo abitano: è lo Stato degli ebrei. In quanto tale, ha quindi smesso di essere una democrazia egualitaria. Direi che ha smesso di essere una democrazia.
E difatti i cittadini israeliani vengono iscritti all’anagrafe come “ebrei”, “arabi”, “drusi”, “circassi” o “cristiani”. Anni fa lo scrittore israeliano Yoram Kaniuk fece causa al Ministero dell’Interno che gli aveva rifiutato l’iscrizione all’anagrafe come “ateo”, riuscendo a vincere (78). Non è andata bene, invece, la causa che Avraham Burg – non uno qualunque: è stato Presidente della Knesset e dello Stato di Israele – ha intentato contro il Ministero dell’Interno avente ad oggetto la richiesta di essere iscritto come “israeliano”, e quindi senza alcun riferimento alla religione. La Corte Suprema ha rigettato la richiesta, ribadendo – come già fatto in passato – che nell’ordinamento giuridico del paese «non esiste la nazionalità israeliana» in quanto «l’esistenza di una nazionalità israeliana non è stata provata in senso giuridico» (79). Dunque, Israele non è la patria degli israeliani (a prescindere dalla loro etnia o religione), ma è lo «Stato Nazione del Popolo Ebreo», lo stato dove il “noi” è nettamente separato dal “loro”.
2 – Simbolizzazione
La fase successiva è quella di “marchiare” i membri del gruppo dei “loro” (cd. fase della simbolizzazione). La classificazione tra “noi” e “loro” in Israele affonda quindi le radici in tempi passati; dopo gli orrendi accadimenti del 7/10/23, però, questa operazione ha subito una accelerazione e l’intera popolazione palestinese – bambini inclusi – è stata considerata come un blocco unitario, come «espressione di Hamas». La distinzione tra civili inermi e miliziani di Hamas è praticamente scomparsa nella narrazione dominante in Israele – ma ha fatto sentire i suoi effetti anche in Italia – con la conseguenza da rendere ciascun abitante della Striscia un legittimo bersaglio delle azioni militari.
La classificazione ha portato ad identificare un gruppo come meritevole di ogni protezione e tutela (il “noi”), ed un gruppo come un’entità interamente ostile, e come tale, meritevole di ogni compromissione dei diritti fondamentali, persino il diritto alla vita.
Nel caso di Gaza, la simbolizzazione non è avvenuta mediante un tratto distintivo (come la stella di David imposta agli ebrei dai nazisti), ma attraverso la creazione di un linguaggio differenziato e creato ad hoc per i membri del gruppo bersaglio.
Gaza è Hamas. Le case, le scuole, persino gli ospedali, vengono considerate «tane del nemico». Quando le persone prelevate sono israeliane, vengono definite «ostaggi»; quando sono palestinesi, «prigionieri».
I combattenti israeliani sono «soldati», i palestinesi «terroristi»; se sono in gruppo, gli israeliani vengono definiti «commando», i palestinesi «gruppi di terroristi»; i mercenari israeliani sono «freedom fighters», quelli palestinesi sempre «terroristi»; i «morti» sono palestinesi, mentre gli israeliani sono «uccisi» o «assassinati» (i palestinesi non vengono quasi mai «uccisi»: semplicemente «muoiono», come se fosse un dato naturale, come se la morte non dipendesse da un’azione militare); i non soldati sono «civili» se israeliani, «scudi umani» se palestinesi (i palestinesi, quindi, o sono «terroristi», o sono «scudi umani»; in entrambi i casi possono – o devono – morire).
I civili inermi massacrati sono giustamente chiamate «vittime innocenti», ma solo se israeliane; se sono palestinesi vengono definiti «danni collaterali». Secondo la stampa israeliana, l’IDF non ammazza nessuno; semplicemente «neutralizza le persone» o «spopola l’area».
Le torture agli ostaggi palestinesi (perché la maggior parte di loro tali sono) vengono definiti «interrogatori rafforzati».
I giornalisti palestinesi (gli unici che possono svolgere questo lavoro nella Striscia di Gaza, perché l’accesso alla stampa estera è vietato da Israele) vengono definiti «telecamere di Hamas». Persino quando si consumano vere e proprie stragi, i resoconti – che non menzionano mai i nomi dei palestinesi trucidati – parlano quasi sempre di «scudi umani», di «minacce alla sicurezza», di risposte a «precedenti attacchi», «attacchi mirati»; raramente menzionano chi ha sparato il proiettile o ha sganciato la bomba che ha provocato la strage: come già detto, decine di migliaia di palestinesi «muoiono», senza che quasi mai Israele venga indicato come l’autore delle azioni che portano alla uccisione.
La neo-lingua forgiata per il gruppo dei palestinesi attinge a termini utilizzati da altre potenze alleate di Israele (USA e Regno Unito su tutte), e riverbera le sue dinamiche anche all’estero. Mentana definisce i palestinesi che si spostano una «transumanza»; la CNN si rallegra perché il soldato dell’IDF Matan Angrest che «è stato rapito» da Hamas verrà rilasciato dopo la “tregua”, mentre il medico palestinese Hussam Abu Safiya «che le forze israeliane hanno arrestato l’anno scorso» non risulta negli elenchi dei prigionieri da rilasciare. Un soldato nemico viene “rapito”. Un medico che sta svolgendo il suo lavoro viene “arrestato”.
In questo caso non ci sono simboli fisici; ci sono simboli “morali”, addirittura un lessico creato e dedicato al gruppo dei “loro”, una neo-lingua forgiata all’occorrenza per il gruppo dei “loro”.
3 – Discriminazione
La terza fase che normalmente caratterizza un genocidio è quella della discriminazione, la quale traduce in leggi e regole comuni la stigmatizzazione del gruppo bersaglio all’interno della società guidata dal gruppo egemone.
La discriminazione ha l’effetto di limitare, se non togliere, i diritti dei membri dei “loro”, consacrando così l’esistenza di “persone che godono di una tutela piena” e “persone di serie B”.
Da sempre, Israele – che secondo il diritto internazionale (anche se siamo consapevoli che esso «è importante, ma fino ad un certo punto») (80) occupa illegalmente i territori palestinesi dal 1967 – ha fatto della discriminazione verso i palestinesi un cavallo di battaglia. A Gaza (come in Cisgiordania) la discriminazione è dappertutto, a cominciare dalla impossibilità dei palestinesi di spostarsi liberamente. Il territorio è costellato da blocchi, interdizioni, check-point. Per spostarsi bisogna avere un permesso, rilasciato a piacimento dalle autorità israeliane se rinvengono l’esistenza di un valido – secondo loro – motivo. La vita quotidiana di ogni palestinese (parliamo anche di palestinesi che sono cittadini israeliani) è scandita da una costellazione di diversità di trattamento rispetto agli israeliani ebrei, ed è regolata da una miriade di confini, muri, barriere, zone interdette, fili spinati, attraverso cui si seleziona chi può passare e chi no, chi può uscire e chi deve rimanere rinchiuso, chi può andare fuori magari per ricevere cure mediche e chi è condannato a morire per l’assenza di cure, chi può lavorare e chi deve morire di fame. Dopo il 7/10/23, questo sistema di controllo – che ovviamente si estende anche alle risorse quali l’acqua e il cibo, l’elettricità, il carburante, internet – si è ancora più irrigidito e la disparità di trattamento – che già prima di allora era sistematica – è diventata la condanna a morte di un intero gruppo. Il gruppo dei “loro”, il gruppo dei palestinesi.
Non senza rilevare che proprio in questi giorni la Knesset sta discutendo una legge che prevede la pena di morte per – e solo per – i palestinesi che uccidano ebrei; gli ebrei che uccidono palestinesi verranno giudicati – se mai lo saranno – con altri parametri e la pena che dovranno scontare – semmai la sconteranno – è decisamente più tenue.
Ancora. Israele è uno dei paesi che fa più largo uso della detenzione amministrativa (81), ovvero la detenzione di persone senza che venga formulata alcuna accusa di aver commesso un reato, giustificata da «ragioni di sicurezza».
Di regola, la detenzione amministrativa si basa su prove non conoscibili al detenuto, che quindi non sa e non saprà mai per quale motivo è stata detenuta. Nemmeno gli avvocati del detenuto sono a conoscenza del motivo concreto e delle prove poste a base dell’ordine di detenzione, per cui è evidente che – aldilà della odiosità di tale pratica – anche il diritto alla difesa è radicalmente compromesso.
E dunque per quali motivi Israele applica tale misura? A volte, perché il soggetto colpito è sospettato di essere una cellula attiva di Hamas, ma dalle indagini svolte e dalle notizie reperite è capitato che siano finiti in detenzione amministrativa persone che hanno tentato di scavalcare un muro o bypassare un check point, che hanno lanciato pietre nei confronti di soldati israeliani o anche nei confronti di oggetti (i check point), o che hanno pubblicato un post sui social media.
Anche i bambini sono soggetti a tale barbara misura (82). Al 30/9/2025, da quanto emerge dai dati più recenti diffusi dal Servizio Carcerario Israeliano (IPS), 350 bambini palestinesi risultano detenuti nelle carceri israeliane; tra questi, 168 sono in detenzione amministrativa (83). Un’altra mostruosità tipicamente israeliana – ulteriore segnale di una discriminazione “endemica” – è la circostanza che nei Territori Occupati i coloni israeliani vengono giudicati secondo le regole del diritto ordinario, mentre i palestinesi vengono giudicati secondo la legge militare. Anche i bambini accusati di aver commesso dei reati vengono perseguiti dai Tribunali militari (84). Lasciando da parte le torture a cui vanno incontro i detenuti (85) (oltre un milione di palestinesi sono stati detenuti nelle carceri israeliane dal 1967 (86)) nelle carceri israeliane, secondo il rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF) Children in Israeli Military Detention del 2013 (87), i maltrattamenti nei confronti dei bambini detenuti sono «diffusi, sistematici e istituzionalizzati durante tutto il processo».
Casi di violenze di ogni tipo – anche sessuali – su bambini palestinesi detenuti sono all’ordine del giorno (88).
4 – Disumanizzazione
Affinché la persecuzione dei membri del gruppo bersaglio diventi accettabile o addirittura doverosa, è essenziale che questi smettano di essere considerati umani. In Ruanda, la propaganda incessante degli Hutu (gruppo egemone) definiva i Tutsi (gruppo bersaglio), tutti i Tutsi, come “scarafaggi”, invitando la popolazione a schiacciarli.
A Gaza (ed in Cisgiordania), i palestinesi vengono definiti «animali», «nidi di terroristi», «tumori da estirpare», o addirittura «subumani», curiosamente (e chissà se non volontariamente utilizzando lo stesso termine che i nazisti usavano per descrivere gli ebrei (89).
Molti politici ed alti ufficiali cavalcano il richiamo biblico all’annientamento di Amalèk (90). Nella Bibbia, Amalèk viene identificata come il popolo nemico di Israele per antonomasia.
Nel Deuteronomio (25:17-19) si legge: «Ricordati di ciò che ti ha fatto Amalek lungo il cammino quando uscivate dall’Egitto: come ti assalì lungo il cammino e aggredì nella tua carovana tutti i più deboli della retroguardia, mentre tu eri stanco e sfinito, e non ebbe alcun timor di Dio. Quando dunque il Signore tuo Dio ti avrà assicurato tranquillità, liberandoti da tutti i tuoi nemici all’intorno nel paese che il Signore tuo Dio sta per darti in eredità, cancellerai la memoria di Amalek sotto al cielo: non dimenticare!».
Nei confronti di Amalèk si deve procedere – con la benedizione di Dio – all’annientamento totale: ad un genocidio, appunto. Identificare un nemico attuale con Amalèk vuol dire quindi auspicarsi il suo sterminio completo, senza distinzione tra uomini, donne, anziani e bambini. Con la benedizione di Dio.
La disumanizzazione porta la conseguenza che coloro che saranno sterminati non sono esseri umani, ma qualcos’altro ed in ogni caso sono tutti terroristi. Anche un bimbo appena nato è un terrorista. I medici ed i sanitari, la protezione civile, i reporter. Sono «non umani» e terroristi.
E questo gli israeliani lo imparano sin da bambini, frequentando un sistema scolastico imperniato sulla differenza tra ebrei e gli altri (soprattutto gli arabi), tra i veri “padroni” dello Stato di Israele e “gli altri” (91).
Se nessun palestinese di Gaza è innocente, perché sono Amalèk, allora nessun tipo di atto contro di loro è illecito; anzi, gli atti di violenza diventano addirittura doverosi.

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