Cancellare Gerusalemme

L’eliminazione di un popolo.

Fonte: English version

Di Maha Abdallah – gennaio 2026

Gerusalemme non è solo la capitale Occupata della Palestina e del suo popolo; costituisce un pilastro della coscienza, dell’identità e della presenza collettiva palestinese. È anche un luogo primario in cui Israele impone un sistema multistrato di persecuzione e sottomissione, prendendo di mira l’istruzione, smantellando la vita sociale e culturale e riprogettando il paesaggio spaziale e urbano per promuovere il suo Progetto di Insediamento Coloniale.

Per oltre sette decenni, Israele ha perseguito un deliberato Progetto di Annessione di diritto e di fatto di Gerusalemme Ovest ed Est, in aperta violazione del Diritto Internazionale. A tal fine, ha implementato un’ampia gamma di leggi, misure e politiche volte a sfollare i palestinesi e alterare il carattere demografico, legale, spaziale e socioculturale della città, al fine di consolidare una maggioranza ebraica israeliana e creare fatti irreversibili sul terreno. Questi sforzi rispecchiano modelli più ampi di Supremazia Sionista israeliana che cercano di sottomettere i palestinesi nel resto della Palestina Occupata, dal Naqab a Jenin, Gaza e la Galilea, e in esilio, attraverso tattiche simili di frammentazione, espropriazione e Dominio.

Nel frattempo, la comunità internazionale, in particolare gli Stati terzi, ha ampiamente mancato di adempiere ai propri obblighi legali, vale a dire il non riconoscimento, la non assistenza e la non cooperazione per porre fine a gravi violazioni come l’Apartheid israeliano, la prolungata Occupazione illegale e i Crimini atroci associati. Invece di rispettare le norme internazionali, attori potenti come gli Stati Uniti hanno minato lo status di protezione internazionale di Gerusalemme riconoscendola come capitale di Israele e continuando a fornire armi, copertura politica e sostegno economico mentre Israele commette gravi Crimini, tra cui atti di Genocidio.

Israele ha istituito un Regime di Apartheid contro il popolo palestinese nella sua interezza, compresi i rifugiati palestinesi in esilio, che è servito da pilastro per il progresso del Progetto Coloniale di Insediamento di Israele in Palestina. Il Regime legale e amministrativo che regola la vita palestinese a Gerusalemme non costituisce solo Apartheid, ma un Progetto di Cancellazione che attenta alla capacità di un popolo di sopravvivere fisicamente, socialmente e come identità collettiva. Il progetto israeliano nella città si basa sul potere militare, oltre che su leggi, ordini militari, tribunali, strutture municipali, politiche di pianificazione, registri anagrafici e legislazione discriminatoria, tutti calibrati per eliminare progressivamente la presenza palestinese, facilitando al contempo l’occupazione da parte di coloni stranieri e il predominio ebraico israeliano.

Per promuovere questi obiettivi, Israele ha implementato un sistema coerente progettato per mantenere una maggioranza demografica israelo-ebraica, riducendo al minimo la presenza palestinese; pratiche che equivalgono a trasferimenti forzati ed espulsioni, una grave violazione del Diritto Internazionale Umanitario e un Crimine di Guerra ai sensi dello Statuto di Roma. (Quando lo sfollamento e il trasferimento forzato di una popolazione avviene senza una giustificazione legittima e come parte di un attacco sistematico o diffuso, costituisce un Crimine Contro l’Umanità). Tra queste misure rientrano la revoca dei diritti di residenza, norme discriminatorie in materia di ricongiungimento familiare, requisiti restrittivi relativi al “centro della vita”, demolizioni sistematiche di case e regimi di zonizzazione e pianificazione che limitano severamente l’edilizia palestinese, accelerando al contempo l’espansione degli insediamenti e l’appropriazione di terreni su larga scala attraverso la Legge sulla Proprietà degli Assenti e la “terra demaniale”.

Queste misure sono rafforzate da politiche che isolano geograficamente e politicamente i palestinesi a Gerusalemme, limitandone la circolazione sia all’interno della città che rispetto al resto della Cisgiordania e di Gaza. Questo isolamento è imposto attraverso posti di blocco e il Muro, che la Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato illegale nel suo Parere Consultivo del 2004.

Il risultato della prolungata Colonizzazione israeliana è che ora nella Gerusalemme Occupata ci sono due popolazioni che vivono sotto due sistemi giuridici separati. I coloni ebrei israeliani sono governati dal Diritto Civile israeliano e godono di pieni diritti civili, politici, sociali, economici e culturali, mentre i palestinesi vivono sotto una rete di ordini militari, regolamenti di residenza e controlli amministrativi che rendono la loro presenza precaria e revocabile in qualsiasi momento. Questo doppio sistema è centrale nell’ingegneria demografica israeliana della città ed esemplifica l’Apartheid come il Dominio sistematico di un gruppo razziale su un altro attraverso atti Disumani come il trasferimento forzato, la negazione dei diritti fondamentali e la persecuzione.

Negli ultimi anni, Israele ha intensificato la sua Colonizzazione di Gerusalemme e del resto della Palestina attraverso mezzi militari, politici e legali. L’espansione degli insediamenti è accelerata, il controllo sull’istruzione si è intensificato, sono state imposte nuove multe e tasse e le demolizioni di case sono aumentate, esponendo interi quartieri alla minaccia di sfollamenti di massa. Allo stesso tempo, la vita politica e culturale palestinese viene soffocata da attacchi alle istituzioni, restrizioni alle riunioni e al lutto, e da una sorveglianza e un controllo pervasivi.

Circa 350.000-400.000 palestinesi a Gerusalemme, che costituiscono circa il 40% della popolazione della città, non sono classificati come cittadini ma come “residenti permanenti”, uno status che può essere revocato a discrezione di Israele. Dal 1967, Israele ha privato decine di migliaia di palestinesi di questo status di residenza, negando loro il diritto di vivere nella propria città, mentre politiche discriminatorie di ricongiungimento familiare hanno costretto le coppie alla separazione, a uno status precario o all’esilio. La pianificazione urbana è stata trasformata in un’arma: meno di una piccola frazione di Gerusalemme Est è destinata all’edilizia palestinese, nonostante i palestinesi costituiscano una quota significativa della popolazione, rendendo i permessi rari e proibitivi, e spingendo molti a costruire senza autorizzazione, solo per poi incorrere in multe e demolizioni.

Gli strumenti punitivi consolidano ulteriormente questo Regime. Nel 2018, la Knesset (Parlamento israeliano) ha approvato un emendamento alla Legge sull’Ingresso in Israele, che autorizza il Ministro degli Interni a revocare la residenza permanente dei palestinesi per presunta “violazione di fedeltà”, nonostante il Diritto Internazionale Umanitario proibisca a una Potenza Occupante di esigere fedeltà dalla popolazione occupata. Contemporaneamente, la presenza dei coloni si è espansa nei quartieri palestinesi e nei dintorni, con intere aree di coloni approvate, finanziate e integrate in reti infrastrutturali che tagliano e frammentano lo spazio palestinese; una forma di Apartheid spaziale pianificata e applicata.

Le organizzazioni di coloni e le autorità statali utilizzano un sistema legale profondamente iniquo per sfrattare le famiglie palestinesi in aree come Sheikh Jarrah e Silwan sulla base di presunte rivendicazioni di proprietà storiche o ideologiche, mentre ai palestinesi è impedito di rivendicare le proprietà perse a Gerusalemme, in particolare nella parte occidentale, o altrove all’interno delle aree occupate da Israele nel 1948. A Silwan, ad esempio, le famiglie rischiano la demolizione per far posto a parchi archeologici e progetti turistici, cancellando le comunità viventi a favore di una narrazione falsamente elaborata. Tali pratiche equivalgono a trasferimenti sistematici di terre e persone sostenuti dallo Stato, che costituiscono gravi violazioni del Diritto Internazionale e possono essere considerati Crimini di Guerra, Crimini Contro l’Umanità o persino Genocidio.

L’aggressione non è solo fisica e spaziale, ma anche culturale e simbolica. Istituzioni palestinesi, centri culturali, enti di beneficenza e persino organizzazioni internazionali a Gerusalemme vengono spesso perquisiti, chiusi o altrimenti limitati. La lingua araba e il patrimonio culturale palestinese sono marginalizzati nello spazio pubblico, i programmi scolastici sono monitorati e imposti, e persino i funerali e il lutto pubblico sono controllati e criminalizzati, come si è visto chiaramente nella violenta repressione del funerale della giornalista Shireen Abu Akleh nel maggio 2022. Queste pratiche mirano a distruggere non solo l’ambiente costruito, ma anche l’identità, la continuità e la memoria della società.

Ciò che sta accadendo a Gerusalemme è l’espressione di un sistema applicato in tutta la Palestina e che prende di mira il popolo palestinese nel suo complesso. In Cisgiordania, i palestinesi sono confinati in enclave frammentate sotto un Regime Militare permanente, mentre gli insediamenti e la violenza dei coloni si espandono con un’impunità pressoché totale. A Gaza, la logica dell’eliminazione ha prodotto livelli catastrofici di distruzione, uccisioni, fame e sfollamenti; un Genocidio trasmesso in diretta video. Nel Naqab, le comunità beduine affrontano ripetute demolizioni per liberare terreni da destinare allo sviluppo ebraico israeliano.

Apartheid e Genocidio sono crimini distinti ma connessi nel Diritto Internazionale. L’Apartheid normalizza il Dominio sistematico e la Disumanizzazione, creando le condizioni in cui le politiche Genocide diventano non solo concepibili, ma anche attuabili, soprattutto in un contesto di impunità e sostegno incondizionato. Il Genocidio include non solo l’Uccisione di Massa, ma anche atti volti a distruggere un gruppo attraverso l’imposizione di condizioni di vita calcolate per provocarne la distruzione fisica o sociale, tra cui sfollamenti, Carestia e distruzione di infrastrutture essenziali e del tessuto sociale. A Gaza, e con l’accelerazione degli sfollamenti a Gerusalemme e in Cisgiordania, questa soglia legale non è più un avvertimento, ma una realtà in divenire, radicata nel lungo e calcolato processo di decostruzione e distruzione del popolo palestinese, noto come Nakba.

Secondo il Diritto Internazionale, l’annessione di Gerusalemme da parte di Israele è illegale; gli insediamenti e gli espatri forzati sono illegali; l’Apartheid è un Crimine Contro l’Umanità; e il Genocidio è il più grave crimine internazionale. Nel luglio 2024, la Corte Internazionale di Giustizia ha ribadito che l’Occupazione israeliana è illegale nella sua interezza e ha confermato che tutti gli Stati hanno il dovere vincolante di non riconoscere la situazione illegale, di non contribuire al suo mantenimento e di cooperare per porvi fine, una conclusione successivamente ripresa da una risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che chiede la fine dell’Occupazione entro un anno. La stessa Corte ha emesso misure provvisorie giuridicamente vincolanti nel caso Sudafrica contro Israele ai sensi della Convenzione sul Genocidio, eppure Israele ha continuato le sue politiche, mentre le grandi potenze continuano ad armarlo e proteggerlo, attaccando al contempo le corti internazionali e le organizzazioni palestinesi per i diritti umani che collaborano con loro.

Ciò solleva interrogativi urgenti: si tratta di un fallimento del Diritto o di un rifiuto di applicarlo per ragioni geopolitiche? Cosa si può fare di fronte a un simile ordine? Il Diritto Internazionale è profondamente segnato dalle sue origini coloniali e imperialiste, eppure persino strumenti giuridici imperfetti hanno talvolta bloccato i trasferimenti di armi, limitato la complicità delle imprese o aperto la strada a embarghi e sanzioni, se combinati con la mobilitazione politica. La legge da sola non porrà fine alla Nakba né libererà la nostra terra, il nostro corpo e la nostra mente, ma in un momento in cui le prove sono schiaccianti e le conseguenze assenti, una vera responsabilità deve significare tagliare il sostegno militare, finanziario e politico, imporre sanzioni mirate, emanare un embargo completo sulle armi, sostenere i processi della Corte Internazionale di Giustizia e della Corte Penale Internazionale, proteggere la società civile palestinese e le organizzazioni per i diritti umani e porre fine ai profitti aziendali derivanti dall’Occupazione e dalla guerra. Documentazione, contenziosi strategici, Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni rimangono strumenti di sopravvivenza piuttosto che simbolismo. Gerusalemme deve essere al centro di questi sforzi, anche se la finestra per agire per preservare la città si restringe.

Maha Abdallah è assistente di ricerca e docenza presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Anversa. La sua ricerca indaga il Sionismo e il Genocidio del popolo palestinese, inquadrando la Nakba come un processo strutturale in corso di distruzione ed eliminazione.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
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