Izzeddin Araj mette in guardia dall’utilizzare il crescente discorso sull’indigenità per depoliticizzare la lotta palestinese per la liberazione.
Fonte: English version
Izzeddin Araj – 13 gennaio 2026
Immagine di copertina: Quando l’indigenità diventa una categoria romantica, la Palestina rischia di essere intrappolata nella stessa logica di riconoscimento che trasforma la lotta indigena in una metafora, scrive Izzeddin Araj. [GETTY]
Negli ultimi due decenni, la definizione di Israele come stato coloniale e dei palestinesi come popolo indigeno è diventata mainstream nel mondo accademico occidentale. Durante il genocidio di Gaza, questo discorso si è esteso oltre i circoli accademici, ponendo la Palestina al centro di una rete globale di solidarietà anticoloniale.
Nelle piazze pubbliche occidentali, sono state eseguite eseguito danze indigene provenienti dalle Americhe e dall’Oceania insieme al dabke palestinese, mentre i murales di strada hanno abbinato la kefiah a motivi indigeni e iconografie di terra e resistenza.
Sia negli ambienti degli attivisti che in quelli accademici, “indigeno” è diventato un simbolo morale di purezza e radicamento; un’identità che promette autenticità in un mondo percepito come separato dalla terra e dalla natura. Per molti, questo appare come un gesto radicale; un’unione di lotte attraverso storie e geografie. Per i palestinesi, tuttavia, il quadro potrebbe essere più complicato.
Depoliticizzare l’identità palestinese
Il problema non è certo il paragone con i popoli indigeni, con i quali i palestinesi condividono molta esperienza, ma piuttosto l’uso della stessa retorica del riconoscimento che ha a lungo governato le rappresentazioni occidentali dell’indigeneità.
Nel 2022, Azmi Bishara, uno degli intellettuali palestinesi più influenti, ha espresso preoccupazione per questa inquadratura. In “Palestine: Matters of Truth and Justice”, descrive i palestinesi come “un popolo indigeno nativo con coscienza nazionale”, piuttosto che semplicemente indigeni. Per lui, questa distinzione è cruciale: i palestinesi sono “un popolo indigeno nativo che aveva già sviluppato una coscienza nazionale e un sistema politico prima di essere esposto al ‘politicidio’ e all’espulsione da una forma di colonialismo di insediamento”.
Bishara sottolinea di aver intenzionalmente aggiunto l’espressione “con coscienza nazionale”, non per creare una gerarchia di indigeneità, ma perché l’indigeneità, così come declinata nei quadri di riconoscimento liberali occidentali, è in gran parte depoliticizzata, culturale e simbolica. Denota un riconoscimento senza conseguenze, un riconoscimento che rimane confinato a ciò che lui definisce “esigue compensazioni, diritti culturali, rispetto per la propria memoria (…) e, naturalmente, ‘narrazioni’, se lo desiderano”, ma espressamente non alla sovranità o all’autodeterminazione. Usa quindi questo schema in modo strategico, consapevole del suo significato come piattaforma condivisa per la solidarietà intersezionale, ma attento a evitare di subordinare l’identità palestinese a un discorso depoliticizzato e basato sul patrimonio.
Questa preoccupazione non è esclusivamente palestinese; è espressione di un disagio più ampio negli studi critici su come il quadro dell’indigeneità possa riprodurre le stesse gerarchie che cerca di annullare.
Spostare il centro
Negli ultimi decenni, infatti, le comunità indigene si sono ritrovate al centro dei dibattiti sui fallimenti della centralità epistemica occidentale nella produzione di conoscenza. Gli studiosi hanno spesso trattato gli stili di vita indigeni come un’alternativa epistemologica alla produzione di conoscenza occidentale.
Dai sistemi ecologici e dalle tradizioni medicinali ai modelli di organizzazione sociale, le storie e le “culture” dei popoli indigeni sono state posizionate come contrappunti alla modernità occidentale; come riserve di autenticità ed equilibrio morale in un mondo altrimenti disincantato. Questo crescente entusiasmo ha generato richieste di nuove metodologie di ricerca che “prendano sul serio” le ontologie indigene. Alcuni sostengono persino un ripensamento radicale dell’ontologia occidentale stessa, ispirata alle comprensioni spirituali radicate nei mondi di vita indigeni.
Eppure, in mezzo a questo entusiasmo, persiste una preoccupante riduzione: i popoli indigeni vengono spesso ridotti a entità culturali, immaginati come più vicini alla natura, alla terra, a una forma di vita sociale immediata e “cruda”. Diventano il deserto epistemologico in cui coloro che sono disillusi dalla modernità occidentale si rifugiano per rinnovarsi.
Considerando la conoscenza occidentale come centro normativo e la conoscenza indigena come suo margine correttivo, l’indigeno continua a funzionare come l'”altro” concettuale attraverso cui la ragione occidentale riscopre sè stessa. Questa mossa retorica non è priva di conseguenze.
Come sostengono molti studiosi indigeni, gran parte del fascino contemporaneo per l’indigeneità trasforma l’esistenza indigena in una risorsa simbolica per l’autocritica occidentale; una metafora etica piuttosto che una richiesta politica. Trasforma le tradizioni viventi in visioni del mondo fruibili e compatibili con le istituzioni occidentali. La decolonizzazione, ci ricordano, non può significare semplicemente apprezzare i sistemi di conoscenza indigeni; deve comportare la restituzione materiale della terra e della sovranità.
Alla luce di queste critiche, la domanda che gli intellettuali palestinesi si pongono oggi non è se i palestinesi siano indigeni, ma cosa venga fatto di tale designazione e da chi. E la domanda non è se Israele sia uno stato coloniale di insediamento, ma cosa ciò significhi in termini concreti.
Annullare la violenza
Quando l’indigenità diventa una categoria romantica, la Palestina rischia di essere intrappolata nella stessa logica di riconoscimento che trasforma la lotta indigena in metafora. La sfida, quindi, è affermare le realtà politiche e storiche dell’espropriazione palestinese senza permettere che vengano assorbite in una narrazione globale che ne neutralizzi la specificità radicale. Decolonizzare la conoscenza, in questo senso, non significa romanticizzare l'”Altro”, ma affrontare le strutture che rendono l’indigenità comprensibile solo come perdita.
La solidarietà con la Palestina, infatti, offre l’opportunità di ripensare i quadri liberali dell’indigeneità. Anziché imporre tali quadri ai palestinesi, le esperienze palestinesi potrebbero spingerci ad ampliare la nostra comprensione dell’indigeneità, dagli ambiti della narrazione, del patrimonio e della cultura a quelli della sovranità, dell’autodeterminazione e della costruzione dell’identità politica.
Negli ultimi due decenni, gli studiosi del colonialismo d’insediamento hanno insistito sul fatto che gli strumenti concettuali degli studi postcoloniali sono spesso inadeguati per comprendere forme di dominio in cui la violenza persiste materialmente. La critica postcoloniale si è ampiamente occupata delle eredità discorsive e retoriche dell’impero: linguaggio, rappresentazione e memoria. Gli studi sul colonialismo d’insediamento, al contrario, si presentano come attenti alla violenza e ai metodi con cui viene riprodotta e annullata in termini materiali.
Paradossalmente, la retorica della “decolonizzazione” e il linguaggio dell'”indigeneità” rimangono spesso ostinatamente simbolici. Tanto che descrivere Israele come uno stato coloniale di insediamento ha smesso di scandalizzare molti coloni. Ora si possono leggere articoli sui media israeliani che affermano con orgoglio che “Israele è uno stato coloniale di insediamento, e va bene così”, mentre altri si vantano di affinità con le democrazie liberali di insediamento consolidate come Canada e Stati Uniti.
È difficile non vedere alcuni movimenti di solidarietà con i palestinesi sprofondare nel simbolismo: segni potenti e significativi che tuttavia si limitano alla cultura e alla rappresentazione. Ma se la solidarietà con la Palestina va oltre la Palestina – e dovrebbe, anzi, lo fa – allora l’attuale campagna di genocidio contro i palestinesi deve essere colta come un’occasione per ripensare le condizioni materiali attraverso cui la violenza viene prodotta, mantenuta o, al contrario, disinnescata e smantellata.
Deve spingere verso una ridefinizione di cosa dovrebbe significare concretamente “decolonizzazione”: conseguenze concrete per la terra, la sovranità e la vita politica dei palestinesi e dei popoli indigeni di tutto il mondo. Solo allora tali quadri potranno andare oltre il riconoscimento simbolico, verso una forma di riconoscimento in cui il colonialismo d’insediamento non è “accettabile”.
Izzeddin Araj è un giornalista e ricercatore palestinese. È direttore esecutivo di Al-Araby Al-Jadeed ed ex caporedattore della rete araba Ultra Sawt. Ha conseguito un dottorato di ricerca in Antropologia presso il Graduate Institute di Ginevra (IHEID).
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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