Qualsiasi struttura di governance che non tenga conto delle aspirazioni nazionali palestinesi è destinata al fallimento.
Fonte: English version
Refaat Ibrahim- 18 gennaio 2026
Immagine di copertina_: L’inviato speciale degli Stati Uniti per il Medio Oriente Steve Witkoff parla accanto al vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance e a Jared Kushner, dopo un briefing militare presso il Civilian Military Coordination Center nel sud di Israele il 21 ottobre 2025 [Archivio: Nathan Howard/Pool tramite Reuters]
La scorsa settimana, proprio mentre i bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza si intensificavano, l’inviato presidenziale degli Stati Uniti Steven Witkoff ha annunciato sui social media che il “cessate il fuoco” stava entrando nella sua seconda fase. Nei giorni successivi, l’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump ha svelato la composizione di un comitato esecutivo estero e di un comitato per la pace che supervisioneranno l’amministrazione provvisoria di Gaza, composta da tecnocrati palestinesi.
Questa configurazione riflette la volontà del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu che né Hamas né l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), dominata da Fatah, siano coinvolte nel futuro di Gaza. Sebbene quest’ultima sia menzionata nel “piano di pace” di Trump, presumibilmente dovrà prima attuare una serie di riforme non meglio specificate per poter avere un ruolo a Gaza.
Ciò significa in realtà che anche a Fatah può essere facilmente impedito di tornare a governare la Striscia di Gaza con la scusa che queste vaghe riforme non sono state attuate.
Il problema dell’attuale assetto e dell’insistenza di Israele sul “no Hamas, no Fatah” è che riflettono una profonda ignoranza del tessuto della società palestinese, della sua politica e della sua storia. L’idea che un’entità politica palestinese possa essere creata da forze esterne e pienamente integrata nell’occupazione per gestire gli affari palestinesi è irrealistica.
Negli ultimi 77 anni sono emersi diversi movimenti e rivoluzioni nazionali palestinesi, uniti da un unico denominatore comune: il rifiuto della presenza coloniale israeliana. Nessun collettivo palestinese, indipendentemente dalla sua forma, ha mai accettato pubblicamente l’integrazione nel progetto coloniale israeliano.
Nel quadro della resistenza si è forgiata la coscienza collettiva palestinese, sono nati i partiti politici e si è definita la traiettoria dell’opinione pubblica.
Sebbene gli strumenti e i metodi adottati dai diversi segmenti della società palestinese e dalle fazioni politiche possano variare, tutti condividono un impegno comune nei confronti della causa palestinese e dei diritti dei palestinesi.
Fatah e Hamas rimangono le due componenti politiche più importanti della società palestinese. Fatah è emerso come movimento di liberazione nazionale dominante prima che la sua traiettoria politica cambiasse in seguito agli Accordi di Oslo, mentre Hamas ha mantenuto il suo impegno nella resistenza fin dalla sua nascita. Tra queste due correnti e altre fazioni minori, il tessuto sociale palestinese rifiuta naturalmente qualsiasi leadership o entità che operi al di fuori del quadro dell’indipendenza nazionale o accetti la tutela straniera.
Israele ha deciso di ignorare questa realtà profondamente radicata, tentando di aggirarla imponendo fatti artificiali sul campo. Di conseguenza, ha costantemente cercato “alternative locali” per la governance di Gaza.
Durante la guerra, Israele cercò di rafforzare e armare determinati individui e gruppi, sperando che potessero avere un ruolo nel dopoguerra. Molti di loro erano persone socialmente emarginate prima della guerra, e alcuni avevano una lunga fedina penale. Un esempio è Yasser Abu Shabab , membro della tribù Tarabin, che fu imprigionato per molti anni con accuse legate alla droga e che durante la guerra ricevette un sostanziale sostegno da Israele per creare una propria milizia.
Shabab ha saccheggiato aiuti umanitari e ha collaborato con l’occupazione in vari modi a Rafah, tra cui garantire il passaggio alle truppe israeliane. Dopo la sua uccisione , il 4 dicembre, ci sono stati festeggiamenti a Gaza; la sua stessa tribù ha rilasciato una dichiarazione in cui lo denunciava. Anche i tentativi israeliani di interagire con altri clan e rafforzarli sono finiti male.
Famiglie e clan di spicco hanno ripetutamente condannato in dichiarazioni pubbliche le azioni dei singoli membri che hanno deciso di collaborare con Israele. Hanno revocato la protezione e ostracizzato i collaborazionisti, affermando che i clan palestinesi rimangono fermamente impegnati nella lotta nazionale palestinese.
Questo rifiuto riflette il fallimento della politica israeliana nel creare un’estensione locale coerente con il suo progetto. Conferma inoltre l’incapacità di Israele di cancellare la memoria nazionale palestinese o di spezzare la volontà collettiva, nonostante il genocidio, la fame e gli sfollamenti.
La situazione è simile in Cisgiordania. Lì, per tre decenni, l’Autorità Nazionale Palestinese, dominata da Fatah, ha collaborato con l’occupazione per la sicurezza. Di conseguenza, la sua legittimità oggi è estremamente bassa. Secondo un recente sondaggio , l’Autorità Nazionale Palestinese ha un indice di gradimento di appena il 23% in Cisgiordania, mentre il suo presidente, Mahmoud Abbas, si attesta al 16%.
È importante sottolineare che, nonostante gli stretti legami dell’Autorità Nazionale Palestinese con l’occupazione in materia di sicurezza, non è riuscita a contenere la resistenza palestinese in Cisgiordania. Negli anni precedenti la guerra di genocidio, la Cisgiordania ha assistito all’ascesa di formazioni armate indipendenti dalle fazioni tradizionali di Fatah e Hamas, come Areen al-Usud (la Fossa dei Leoni) a Nablus e le Brigate di Jenin.
Questi gruppi erano organizzati da giovani e godevano di un ampio sostegno popolare. Le loro campagne di resistenza riflettevano la continuità dell’approccio alla lotta armata al di fuori delle strutture tradizionali e il sostegno di cui godeva tra il popolo palestinese.
Ciò che Israele e i suoi alleati occidentali, che stanno cercando di creare un nuovo meccanismo di governance per Gaza, non riescono a capire è che nel contesto palestinese la legittimità è fondamentale. È qualcosa che non può essere creato da consigli stranieri o da milizie finanziate da Israele. Questo perché la legittimità in Palestina deriva dalla resistenza, che lega insieme la storia e l’identità nazionale.
Qualsiasi tentativo di aggirare questa realtà è destinato al fallimento, poiché trasformerebbe Gaza in una zona di caos permanente, conflitti interni e collasso totale della sicurezza. Inoltre, distruggerebbe l’eredità di Trump come mediatore e smaschererebbe l’attuale accordo come nient’altro che uno spettacolo politico per nascondere le conseguenze di un genocidio perpetrato da Israele.
L’unica soluzione che può garantire la stabilità è la piena indipendenza amministrativa palestinese, basata esclusivamente sulla volontà del popolo palestinese in tutta la sua diversità e affiliazione, con un percorso chiaro verso la creazione di uno Stato palestinese pienamente sovrano.
Refaat Ibrahim è uno scrittore palestinese di Gaza. Scrive di questioni umanitarie, sociali, economiche e politiche legate alla Palestina.
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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