L’uccisione in due fasi dei palestinesi a Gaza

La Palestina e il suo popolo devono rimanere al centro della solidarietà morale e politica globale.

Fonte: English version

Di Ramzy Baroud – 19 gennaio 2026

Un collega, redattore di un’agenzia di stampa molto seguita che ha concentrato l’attenzione su Gaza durante i due anni di Genocidio, ha recentemente espresso la sua frustrazione per il fatto che la Striscia non sia più al centro dell’attenzione mediatica.

Non c’era quasi bisogno di dirlo. È evidente che Gaza è già stata spinta ai margini della copertura mediatica, non solo dai principali media occidentali, noti da tempo per la loro strutturale parzialità a favore di Israele, ma anche da agenzie di stampa spesso descritte, a ragione o meno, come “filo-Palestina”.

A prima vista, questa ritirata può sembrare normale. Durante il culmine del Genocidio, Gaza richiedeva un’attenzione costante; dopo il Genocidio, meno. Ma questa supposizione crolla sotto esame perché il Genocidio a Gaza non è finito.

Secondo il Ministero della Sanità di Gaza, quasi 500 palestinesi sono stati uccisi e centinaia di altri sono rimasti feriti da quando è stato dichiarato il cosiddetto cessate il fuoco in ottobre, nonostante le ripetute affermazioni secondo cui i Massacri su larga scala erano cessati. Non si tratta di incidenti isolati o “violazioni”, ma della continuazione delle stesse politiche letali degli ultimi due anni.

Oltre al bilancio giornaliero delle vittime, si cela una devastazione di portata quasi incomprensibile. Oltre 71.000 palestinesi sono stati uccisi dall’ottobre 2023, con interi quartieri rasi al suolo, infrastrutture distrutte e la vita civile resa quasi impossibile.

Per comprendere la profondità della crisi di Gaza, bisogna confrontarsi con una realtà brutale: ben oltre 1 milione di persone sono sfollate, vivendo in tende e rifugi di fortuna che crollano sotto le tempeste invernali, le inondazioni o i forti venti. I bambini sono morti assiderati. Le famiglie vengono trascinate da un rifugio temporaneo all’altro, intrappolate in un ciclo di esposizione e paura.

Sotto le rovine di Gaza giacciono migliaia di corpi ancora sepolti sotto le macerie, irraggiungibili a causa della distruzione di macchinari pesanti, strade e servizi di emergenza da parte di Israele. Si ritiene che altre migliaia siano sepolte in fosse comuni in attesa di scavi e di una degna sepoltura.

Nel frattempo, centinaia di corpi rimangono sparsi nelle aree a Est della cosiddetta Linea Gialla, un confine che si dice separi le zone militari dalle “aree sicure” palestinesi. Israele non ha mai rispettato questa Linea. È stata una finzione fin dall’inizio, usata per creare un’apparenza di moderazione mentre la violenza continuava ovunque.

Dal punto di vista di Israele, la guerra non si è mai veramente fermata. Solo i palestinesi sono tenuti a rispettare il cessate il fuoco, spinti dal timore che qualsiasi risposta, per quanto minima, venga strumentalizzata come giustificazione per nuove Uccisioni di Massa, pienamente approvate dagli Stati Uniti e dai loro alleati occidentali.

Le uccisioni hanno semplicemente rallentato. Solo il 15 gennaio, gli attacchi israeliani hanno ucciso 16 palestinesi, tra cui donne e bambini, in tutta Gaza, nonostante l’assenza di qualsiasi scontro militare. Ma finché il bilancio giornaliero delle vittime rimarrà al di sotto della soglia psicologica del Massacro di Massa, meno di 100 cadaveri al giorno, Gaza scomparirà silenziosamente dalle prime pagine dei giornali.

Oggi, oltre 2 milioni di palestinesi sono confinati in circa il 45% della già minuscola superficie di Gaza di 365 km², con solo pochi aiuti in arrivo, nessun accesso affidabile all’acqua potabile e un sistema sanitario che funziona a malapena. L’economia di Gaza è stata di fatto annientata. Persino i pescatori sono completamente bloccati dal mare o costretti a meno di 1 km dalla costa, trasformando un sostentamento secolare in un rischio quotidiano di morte.

L’istruzione è stata ridotta alla sopravvivenza. I bambini studiano in tende o in edifici parzialmente distrutti, poiché quasi tutte le scuole e le università di Gaza sono state danneggiate o distrutte dai bombardamenti israeliani.

Israele non ha abbandonato la retorica che ha gettato le basi ideologiche del suo Genocidio. Alti funzionari continuano ad articolare visioni di devastazione permanente e Pulizia Etnica, un linguaggio che priva i palestinesi di Umanità mentre inquadra la distruzione come politica, una necessità strategica.

Ma perché Israele è determinato a tenere Gaza sospesa sull’orlo del collasso? Perché ostacola la stabilizzazione e ritarda il passaggio alla seconda fase dell’accordo di cessate il fuoco? La risposta secca è che Israele vuole preservare l’opzione della Pulizia Etnica. Alti funzionari hanno apertamente sostenuto l’Occupazione Permanente, l’Ingegneria Demografica e il divieto per qualsiasi palestinese di tornare nelle aree distrutte a Est della Linea Gialla.

E i media? Da parte loro, i media occidentali hanno iniziato a riabilitare l’immagine di Israele, reinserendola nelle narrazioni globali come se lo Sterminio Collettivo non fosse mai avvenuto. Ancora più preoccupante è che alcuni dei cosiddetti media filo-palestinesi sembrano andare avanti, come se il Genocidio fosse un compito temporaneo piuttosto che un’emergenza morale in corso.

Si potrebbe tentare di giustificare questa negligenza indicando crisi altrove, Venezuela, Iran, Yemen, Siria e Groenlandia, ad esempio. Ma questa argomentazione reggerebbe solo se Gaza fosse veramente uscita dalla catastrofe, cosa che non è accaduta.

Israele è riuscito, in misura pericolosa, a Disumanizzare sistematicamente i palestinesi attraverso Uccisioni di Massa. Una volta che la violenza raggiunge proporzioni Genocide, una violenza minore, ma comunque mortale, diventa la normalità. La lenta morte dei sopravvissuti diventa un rumore di fondo.

È così che i palestinesi vengono uccisi due volte: prima attraverso il Genocidio e poi attraverso la Cancellazione, attraverso il silenzio, la distrazione e il graduale disinteresse per la loro continua sofferenza collettiva.

La Palestina e il suo popolo devono rimanere al centro della solidarietà morale e politica globale. Questo non è un atto di carità o un’espressione di allineamento ideologico. È il minimo indispensabile dovuto a una popolazione che il mondo ha già deluso, e continua a deludere ogni singolo giorno.

Il silenzio ora non è neutralità; è Complicità.

Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri, tra cui “La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano”, curato insieme a Ilan Pappé. Il suo ultimo libro è Prima del Diluvio. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non di ruolo presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
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