Intorno a Gaza un silenzio che parla

Terra rimossa Di Gaza ormai non si parla quasi più, non parla quasi più nessuno. Eppure a Gaza si continua a morire, tutti i giorni – come prima. Tutti i giorni muoiono esseri umani

Niccolò Nisivoccia – Il Manifesto, 27 gennaio 2026

Di Gaza ormai non si parla quasi più, non parla quasi più nessuno. Eppure a Gaza si continua a morire, tutti i giorni – come prima. Tutti i giorni muoiono esseri umani: uomini, donne, bambine e bambini. Ma si è fatto quasi silenzio su queste morti, su questa devastazione.

Da quando, in ottobre, è stata firmata la «pace» imposta da Trump, su Gaza è tornato il medesimo silenzio che l’aveva avvolta nella lunga fase iniziale della «guerra» successiva al 7 ottobre, prima della cesura rappresentata dalla decisione della Corte internazionale di giustizia sul ricorso del Sudafrica. Era stato quello il momento a partire dal quale, come ricostruisce il sociologo francese Didier Fassin nel suo libro Una strana disfatta, appena uscito in Italia, in tanti si erano detti «improvvisamente favorevoli alla cessazione dei combattimenti, dopo aver perseguitato coloro che la chiedevano» (salvo comunque rimanere, perlopiù, sostanzialmente complici).

Ma ora il silenzio è tornato: come se la firma di ottobre potesse aver assunto di per sé, da un punto di vista fattuale, un’efficacia trasformativa della realtà data, o addirittura generativa, e cioè come se la pace potesse generarsi da sola per il solo fatto di essere stata dichiarata.

Oppure come se, da un punto di vista morale, quella firma potesse valere come assoluzione delle nostre coscienze: come se ci avesse autorizzato o ci autorizzasse a distogliere lo sguardo, a tornare finalmente a dirigerlo altrove – sollevati nell’animo, rassicurati nella nostra innocenza (perché quel che andava fatto è stato fatto). Eppure a Gaza si continua a morire: nonostante la firma del piano di ottobre e la costituzione, nei giorni scorsi, del «Consiglio per la pace» previsto da quel piano.

Cosa ci dice, dunque, il nuovo silenzio sceso su Gaza? Ci dice, o meglio: deve indurci a ricordare che la parola del diritto non è mai, né può mai pretendere di essere, una parola calata dall’alto, quale pura forma fine a sé stessa. Un diritto che coltivasse una simile pretesa sarebbe viziato dal peggiore dei possibili difetti: quello di voler imporsi dall’esterno, disinteressandosi della propria credibilità e, di conseguenza, della propria applicabilità.

Sarebbe un diritto vuoto, se non autoritario. Un grande giurista come Paolo Grossi insegnava che il diritto non è mai un’invenzione, se non nel significato etimologico del termine «invenzione», che è «scoperta»: il diritto esiste già nella realtà, prima ancora di essere enunciato, va solo cercato – per essere trovato o ritrovato nella sostanza dei rapporti umani. Il che appunto equivale a dire, dall’altro lato della medaglia, che un diritto che non esista nella realtà non può essere pronunciato, né può essere artificialmente creato.

Da questo punto di vista, la qualità del silenzio attuale è diversa da quella del silenzio che aveva preceduto la decisione della Corte internazionale di giustizia. Se, in relazione al silenzio di allora, Fassin può arrivare a parlare di una «polizia del linguaggio», che avrebbe impedito di nominare le cose nel tentativo di nasconderle, adesso sta invece accadendo il contrario: le cose hanno un nome, ma è un nome sbagliato. Dovremmo semmai parlare, più correttamente, di «illusione», o di «inganno»: si dà il nome di «pace» a ciò che pace non è; ci si illude, o ci si vuole illudere, che basti dire «pace» perché la pace sia reale.

L’ordine logico del discorso va rovesciato: la pace, prima di essere nominata, va costruita; e dopo essere stata costruita va protetta, e «custodita» (per citare qui Tommaso Greco, nella sua recentissima Critica della ragione bellica).

Del resto vale per tutte le cose fragili, e la pace per definizione lo è, una cosa fragile: forse lo è più di ogni altra. È questo, in definitiva, il senso del nuovo silenzio sceso su Gaza, se vogliamo attribuirgliene uno: il senso di un monito, di un richiamo alla responsabilità, alla consapevolezza della necessità di un impegno, da assumersi anche a titolo individuale, che non può minimamente permettersi di venire meno, o anche solo di affievolirsi. Sotto nessun profilo: né etico e morale, né pratico e fattuale.