Post dal tono giocoso su un parco di Tel Aviv cancella il fatto che sia stato costruito sulle rovine di un quartiere palestinese

La città ha chiesto ai follower sui social media “cosa avrebbe dovuto nascondere il Charles Clore Garden”, solo per poi cancellare il post, affermando che si riferiva a una questione ecologica. Il parco è stato costruito sulle rovine di Manshiya, i cui residenti furono espulsi da Israele nel 1948.

Fonte: English version

Immagine di copertina:  I venti di una tempesta invernale fanno oscillare gli alberi sulla spiaggia di Charles Clore a Tel Aviv, il mese scorso. Foto: Moti Milrod

Yair Foldes – 29 gennaio 2026 IST

Mercoledì il comune di Tel Aviv ha pubblicato e rapidamente cancellato un post sui social media in cui invitava i follower a spiegare perché un parco fosse stato costruito sulla spiaggia, e cosa avrebbe dovuto nascondere.

Il post sui social media, caricato sul profilo ufficiale della città, condivideva una foto del parco con una didascalia: “Chissà perché è stato costruito il Charles Clore Park e cosa dovrebbe nascondere?”

Secondo il post di Instagram, i primi dieci follower a rispondere correttamente avrebbero potuto vincere un premio: una loro foto, nascosta nel Charles Clore.

Il Charles Clore Park , che si trova sulla costa tra Tel Aviv e Giaffa, è stato costruito sulle rovine di Manshiya, un tempo un quartiere palestinese con una minoranza ebraica lungo la costa di Giaffa, che fu pesantemente bombardato e raso al suolo nel 1948.

Post di Facebook caricato dal Comune di Tel Aviv su Facebook, che recita: “Non scorrere verso il basso: chissà perché è stato costruito il parco Charles Clore e cosa nasconde? I primi dieci a rispondere correttamente vinceranno una loro foto nascosta nel Charles Clore”.
Foto Manshiya vista da sud, negli anni ’20.

I pochi edifici rimasti in piedi dopo la demolizione iniziale ospitavano gli immigrati ebrei giunti in Israele nei primi anni di vita dello Stato.

Negli anni ’70, le rovine del quartiere furono spostate verso ovest, in direzione del mare, formando un tumulo che domina le spiagge meridionali della città, sul quale venne infine costruito il Charles Clore Park, che prese il nome da un uomo d’affari e filantropo ebreo britannico.

Manshiya nel 1948. Credito: Rudi Weissenstein

Oggi, del quartiere Manshiya rimangono solo pochi edifici, tra cui l’edificio che ospita il Museo dell’Irgun (dedicato alla milizia sionista clandestina) e la moschea di Hassan Bek, rimasta abbandonata per molti anni e solo di recente ripristinata per le preghiere del venerdì dopo una lunga lotta pubblica.

Interpellato per un commento, il comune di Tel Aviv ha dichiarato che “il post, che riguardava l’ecologia, è stato pubblicato come parte di una rubrica settimanale di indovinelli sulla pagina Facebook ufficiale della città. Tuttavia, il post era formulato in modo poco sensato e, per questo motivo, il comune ha deciso di rimuoverlo”.

Il giardino Charles Clore di Tel Aviv, dove un tempo sorgeva Manshiya, visto da nord. Crediti: Eyal Toueg

La scorsa settimana, il comune di Tel Aviv ha annunciato di aver vietato a un bar situato in un centro comunitario della città di vendere articoli di un marchio esterno con cui aveva stretto una partnership, sostenendo che i prodotti recavano simboli nazionali palestinesi.

Secondo il comune, gli articoli venduti a Beit Barakat erano “suscettibili di offendere la sensibilità pubblica”. L’annuncio è arrivato in risposta a un post su Facebook dell’attivista di estrema destra Yoav Eliassi, noto come “L’Ombra”, in cui criticava l’attività per la vendita dei prodotti.

Il comune ha risposto al post diverse ore dopo la sua pubblicazione, affermando che gli oggetti erano stati “rimossi immediatamente” e aggiungendo che “i proprietari erano stati rimproverati”.

Eliassi ha pubblicato un messaggio che, a suo dire, gli è stato inviato da uno dei suoi follower, sostenendo che nel bar c’era “un’intera area dedicata alla vendita di articoli con simboli palestinesi”.

Secondo una foto allegata al post, gli articoli raffiguravano delle angurie – usate nelle proteste come simbolo della bandiera palestinese per via dei loro colori – e la parola araba “Biladi” (“Terra mia”). Il follower ha anche indicato un cartello con la scritta “Per sempre”(For ever), che ha identificato come un simbolo palestinese. In realtà, era il nome del marchio esterno che forniva gli articoli, chiamato “Fovero”.

Avshalom Halutz ha contribuito a questo rapporto.

Traduzione a cura di Grazia Parolari 
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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