Israele colpisce ogni luogo in cui il significato nasce fuori dal controllo statale: teatri, festival, schermi cinematografici. L’arte è una minaccia perché non si può ingabbiare. Raggiunge ciò che le bombe non riescono a colpire.
Fonte: English version
Immagine di copertina: Il Ministro della Cultura Miki Zohar agli Israeli Film Awards, una cerimonia di recente istituzione sponsorizzata dallo Stato, il mese scorso. Foto: Naama Grynbaum
Nagham Zbeedat – 29 gennaio 2026 IST
In un momento in cui Israele si trova ad affrontare sfide su più fronti, il governo israeliano sembra aver deciso che la minaccia più urgente non è l’Iran, Hezbollah o addirittura la crisi economica interna sempre più profonda, bensì l’arte.
La scorsa settimana, la polizia israeliana ha fatto irruzione in un cinema di Gerusalemme, interrompendo la proiezione di un film palestinese, “Palestine 36”. Nel frattempo, altri due film palestinesi, “The Voice of Hind Rajab”, candidato all’Oscar, e “All That’s Left of You”, non vengono proiettati in Israele perché i curatori hanno paura.
E due film israeliani, “The Sea” e “The Butcher’s Stain”, anch’esso candidato all’Oscar, sono stati attaccati non dalla critica straniera, ma dal ministro della cultura israeliano, Miki Zohar, che li ha accusati di essere “contro Israele” e di promuovere “la narrativa del nemico”.
La risposta di Israele alla cultura che si discosta, anche solo leggermente, dal suo copione militare ufficiale è diventata sempre più aggressiva. L’arte è tollerata solo finché lusinga lo Stato, ne afferma l’innocenza e cancella la presenza palestinese. Nel momento in cui complica la storia – non la condanna, ma la complica e basta – diventa sospetta. Questo schema non riguarda più la “sicurezza nazionale”, ma il controllo della narrazione.
Parallelamente a queste azioni, le autorità israeliane hanno demolito decine di case palestinesi a Gerusalemme Est, confiscando terreni e consentendo ai coloni di aggredire e terrorizzare i residenti palestinesi nella quasi totale impunità. A Gaza, la campagna militare israeliana, descritta da una commissione delle Nazioni Unite come genocidio, ha ucciso oltre 71.000 palestinesi, una cifra fornita dalle autorità sanitarie locali e confermata dall’esercito israeliano. Intere famiglie sono state spazzate via. Città ridotte in macerie.
Eppure, il panico culturale dello Stato sembra suggerire ciò che lo turba davvero: non le violazioni del diritto internazionale, le morti di massa o addirittura la possibilità di una guerra regionale, ma la proiezione di un film.
Il timore non è che l’arte inciti alla violenza, come sostengono le autorità israeliane, ma che racconti la storia in modo diverso.
I film palestinesi a cui è stata negata la distribuzione non impugnano armi. Non comandano eserciti. Ciò che fanno è insistere sulla soggettività palestinese – sui palestinesi come narratori delle proprie storie piuttosto che come oggetti all’interno del discorso sulla sicurezza di Israele. Questo da solo è sufficiente a innescare la repressione.
Persino i film israeliani non sono più al sicuro se si discostano dal registro emotivo approvato. La campagna del Ministro della Cultura contro i candidati israeliani all’Oscar, accusandoli di aver indebolito Israele in tempo di guerra, rivela quanto sia diventato ristretto lo spazio. L’arte non può più essere critica, riflessiva o scomoda. Deve servire allo sforzo bellico o essere messa a tacere.
Per anni, Israele ha inquadrato la repressione culturale come una questione marginale, una controversia di bilancio qui, una sovvenzione revocata là. Ma oggi, il controllo culturale è diventato una politica statale esplicita. Il messaggio non è più sottile: la lealtà è richiesta non solo nell’azione, ma anche nell’immaginazione.
L’ironia è che questa repressione arriva in un momento in cui Israele afferma di stare combattendo una battaglia esistenziale per la propria sopravvivenza. Uno Stato fiducioso nella propria legittimità non teme i film. Una società sicura della propria moralità non fa irruzione nei cinema. Solo i regimi incerti sulla propria narrativa hanno bisogno di applicarla in modo così aggressivo.
I film palestinesi, come più in generale le testimonianze palestinesi, minacciano la fondamentale richiesta israeliana che i palestinesi vivano la loro sofferenza in silenzio. L’arte sconvolge questo accordo. Insiste sul fatto che i palestinesi non sono solo soggetti di violenza, ma testimoni di essa.
Israele oggi combatte contro qualsiasi spazio in cui si possa produrre significato indipendentemente dal potere statale: teatri, festival, schermi. Il campo di battaglia si è esteso dal territorio alla narrazione.
L’arte è pericolosa proprio perché non può essere completamente controllata. Raggiunge luoghi in cui le bombe non arrivano.
Ed è per questo che Israele potrebbe temerlo più dell’Iran.
Perché le guerre possono essere inquadrate come una forma di difesa. Ma l’arte onesta pone una domanda ben più minacciosa: cosa si sta facendo e in nome di chi?
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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