La Morte del Diritto: lo stato di eccezione di Israele è un monito per il mondo

Mentre molte nazioni ricorrono occasionalmente allo “stato di eccezione” per affrontare crisi temporanee, Israele vive in uno stato di eccezione permanente.

Fonte: English version

Di Ramzy Baroud – 12 febbraio 2026

Israele ha già creato quel vuoto. Nelle mani di una Società Coloniale d’Insediamento Genocida, lo stato di eccezione è un incubo implacabile che non si fermerà ai confini della Palestina.

Mentre molte nazioni ricorrono occasionalmente allo “stato di eccezione” per affrontare crisi temporanee, Israele vive in uno stato di eccezione permanente. Questo eccezionalismo israeliano è l’essenza stessa dell’instabilità che affligge il Medio Oriente.

Il concetto di stato di eccezione risale al justitium romano, un meccanismo giuridico per sospendere la legge in periodi di disordini civili. Tuttavia, la concezione moderna è stata plasmata dal giurista tedesco Carl Schmitt, il quale scrisse la famosa frase “sovrano è colui che decide sull’eccezione”. Mentre la storia di Schmitt come giurista del Terzo Reich serve da agghiacciante promemoria di dove possano portare tali teorie, la sua opera fornisce un’anatomia innegabilmente accurata del potere puro: rivela come un governante che istituisce leggi detenga anche il potere di abrogarle, con il pretesto che nessuna costituzione può prevedere ogni possibile crisi.

Si sostiene spesso che Israele, che si autodefinisce democrazia, non abbia ancora una costituzione formale perché un tale documento lo costringerebbe a definire i propri confini, una prospettiva problematica per un Regime Coloniale di Insediamento con un’insaziabile sete di espansione. Ma c’è un’altra spiegazione: operando sulla base di “Leggi Fondamentali” piuttosto che di una costituzione, Israele evita un sistema giuridico completo che lo allinei ai fondamenti del Diritto Internazionale globalmente accettati. Senza una costituzione, Israele vive in un vuoto giuridico in cui l'”eccezione” è la regola. In questo ambito, le leggi razziali, l’espansione territoriale e persino il Genocidio sono consentiti purché siano in linea con l’agenda immediata dello Stato.

Isolare esempi specifici per illustrare questo punto è un compito arduo, soprattutto perché quasi ogni dichiarazione rilevante dei funzionari israeliani, in particolare durante il Genocidio di Gaza, è un esempio lampante dell’eccezionalismo israeliano. Si consideri l’incessante attacco di Israele all’UNRWA, l’organismo su mandato delle Nazioni Unite responsabile della sopravvivenza di milioni di rifugiati palestinesi. Per decenni, Israele ha cercato di smantellare l’UNRWA per un motivo: è l’unica istituzione globale che impedisce la Cancellazione Totale dei diritti dei rifugiati palestinesi. Questi diritti non sono semplici rivendicazioni; sono saldamente ancorati al Diritto Internazionale, in particolare attraverso la Risoluzione 194 delle Nazioni Unite.

Sebbene l’UNRWA non sia un’organizzazione politica in senso funzionale, la sua stessa esistenza è profondamente politica. In primo luogo, rappresenta l’eredità istituzionale di una specifica storia politica; in secondo luogo, e cosa più importante, la sua presenza garantisce che il rifugiato palestinese rimanga un’entità politica riconosciuta. Con la sua esistenza, l’UNRWA preserva lo status di rifugiato come soggetto con il diritto legale di chiedere il Ritorno nella Palestina Storica, una richiesta che lo “stato di eccezione” cerca di mettere a tacere in modo permanente.

Nell’ottobre 2024, Israele ha legiferato unilateralmente la chiusura dell’UNRWA, affermando ancora una volta la sua “eccezione” rispetto all’intero sistema delle Nazioni Unite. “È ora che la comunità internazionale si renda conto che la missione dell’UNRWA deve terminare”, aveva già dichiarato il Primo Ministro Benjamin Netanyahu il 31 gennaio 2024, annunciando l’imminente Cancellazione. Questa retorica ha raggiunto la sua conclusione fisica il 20 gennaio, quando il quartier generale dell’UNRWA nella Gerusalemme Occupata è stato demolito dall’esercito israeliano alla presenza del Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir.

“Un giorno storico!” annunciò Ben-Gvir in quello stesso giorno. “Oggi questi sostenitori del terrore vengono cacciati via”. Questo atto orribile fu accolto con reazioni timide, mute preoccupazioni o silenzio totale da parte delle stesse potenze incaricate di impedire agli Stati di porsi al di sopra della legge.

Consentendo a questa “eccezione” israeliana di rimanere incontrastata, la comunità internazionale ha di fatto sancito la demolizione delle proprie fondamenta giuridiche.

In passato, i dirigenti israeliani mascheravano le loro vere intenzioni con il linguaggio di una “luce per le nazioni”, proiettando un faro di moralità mentre praticavano violenza, Pulizia Etnica e Occupazione Militare sul territorio. Il Genocidio di Gaza, tuttavia, ha spazzato via queste pretese. Per la prima volta, la retorica israeliana riflette pienamente uno stato di eccezione in cui la legge non viene semplicemente ignorata, ma strutturalmente sospesa.

“Nessuno al mondo ci permetterà di far morire di fame due milioni di cittadini, anche se ciò potrebbe essere giustificato e morale, finché non ci restituiranno gli ostaggi”, ha ammesso il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich il 5 agosto 2024. Questa posizione “giustificata e morale” rivela una moralità localizzata che consente lo Sterminio di una popolazione come atto eticamente difendibile. Eppure Smotrich ha anche mentito; il mondo non ha fatto nulla di concreto per dissuadere Israele dalla sua selvaggia distruzione di Gaza.

La comunità globale è rimasta inerte anche quando Smotrich ha dichiarato, il 6 maggio 2025, che Gaza sarebbe stata “completamente distrutta” e la popolazione “concentrata in una stretta striscia”. Oggi, quella visione è realtà: una popolazione stremata dal Genocidio è confinata a circa il 45% del territorio, mentre il resto rimane vuoto sotto il controllo militare israeliano.

Lo stesso Netanyahu, che ha esteso lo stato di eccezione oltre ogni precedente, ha definito questa nuova realtà durante una riunione di gabinetto del 26 ottobre 2025: “Israele è uno Stato sovrano. La nostra politica di sicurezza è nelle nostre mani. Israele non cerca l’approvazione di nessuno per questo”. Qui, Netanyahu definisce la sovranità come il potere assoluto di agire, Genocidio incluso, senza riguardo per il Diritto Internazionale o i diritti umani.

Se tutti gli Stati adottassero questa definizione, il mondo precipiterebbe in una frenesia senza legge. Nel suo fondamentale “stato di eccezione”, Giorgio Agamben ha diagnosticato questo “vuoto”: uno spazio in cui il Diritto è sospeso ma la “forza della legge” rimane pura violenza. Sebbene le sue recenti posizioni abbiano diviso la comunità accademica, la sua critica dell’eccezione come strumento permanente di governo rimane una lente indispensabile per comprendere la Cancellazione della vita palestinese.

Israele ha già creato quel vuoto. Nelle mani di una Società Coloniale e di Insediamento Genocida, lo stato di eccezione è un incubo implacabile che non si fermerà ai confini della Palestina. Se si permettesse a questa “eccezione” di diventare la regola regionale permanente, nessuna nazione del Medio Oriente sarebbe risparmiata. Il tempo è essenziale.

Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri, tra cui “La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano”, curato insieme a Ilan Pappé. Il suo ultimo libro è Prima del Diluvio. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non di ruolo presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
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