Il Piano di Israele per ripulire il Genocidio con l’arte alla Biennale di Venezia

L’opera d’arte al centro del padiglione promette di proseguire il progetto di negazione dell’esistenza palestinese.

Fonte: English version

Di Adam Broomberg – 9 febbraio 2026 

Fin dall’inizio del Genocidio su vasta scala a Gaza, che ha infiammato la Resistenza in tutto il mondo, il padiglione israeliano della Biennale di Venezia si è mobilitato per ripulire dare un tocco artistico all’immagine nazionale.

Due mesi prima dell’apertura della Biennale di Venezia del 2024, una petizione redatta dall’Art Not Genocide Alliance (Alleanza Arte Non Genocidio) e firmata da migliaia di artisti e curatori chiedeva l’esclusione del “Padiglione del Genocidio” e sosteneva che rappresentasse uno Stato “coinvolto in continue atrocità contro i palestinesi”. Grandi manifestazioni hanno accompagnato l’appello, che riecheggiava le campagne di solidarietà con la Palestina lanciate dagli artisti alla Biennale di Venezia del 2015.

Piuttosto che impegnarsi seriamente in queste richieste, Ruth Patir, l’artista che rappresentava Israele, le ha eluse: insieme alle curatrici Mira Lapidot e Tamar Margalit, ha affisso un cartello sulla porta del padiglione alla vigilia dell’inaugurazione con la scritta: “L’artista e i curatori del padiglione israeliano inaugureranno la mostra quando verrà raggiunto un accordo per il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi”.

Patir non ha risposto alla richiesta di commento sulla sua intenzione di aprire il padiglione ora che queste condizioni sono state apparentemente soddisfatte. Questo boicottaggio autoinflitto ha permesso a Patir di mettere in pratica moralità e principi senza riconoscere le legittime voci anti-Sioniste ebraiche e palestinesi o incorrere in alcun rischio politico.

Questo è il pericolo della posizione Sionista liberale. Offre il linguaggio della coscienza e del dialogo, assolvendosi al contempo da ogni impegno o responsabilità. Patir è riuscita a presentarsi come eticamente in conflitto, pur accettando il cospicuo compenso per gli artisti e i fondi di produzione della Biennale, finanziati dal bilancio israeliano di 1,65 milioni di Shekel (449.329 euro), il tutto respingendo gli appelli alla cooperazione con le organizzazioni di solidarietà palestinesi.

Mai costretta a schierarsi, mai costretta a subirne le conseguenze, non ne è uscita sminuita, ma ricompensata. Il Museo Ebraico di New York ha acquisito la sua opera (M)otherland, realizzata per il padiglione della Biennale di quell’anno, nel dicembre 2024 per una cifra non rivelata.

Per il padiglione di quest’anno, l’Art Not Genocide Alliance ha ribadito la sua richiesta di esclusione del padiglione israeliano. Tuttavia, sia il contesto che l’esito sono stati predeterminati. Per evitare il ripetersi della controversia del 2024, il governo israeliano ha introdotto una clausola contrattuale che impone all’artista di garantire che il padiglione rimanga aperto indipendentemente dalle proteste. Qui l’arte non opera più, nemmeno simbolicamente, come una copertura; funziona come un meccanismo procedurale, attuato attraverso un artista selezionato per conformità piuttosto che per merito. La partecipazione di Israele alla Biennale di Venezia di quest’anno è stata quindi ridotta a un unico obiettivo: insistere sulla visibilità a qualsiasi costo, affermando la propria presenza sfidando un boicottaggio.

Ciò è avvenuto in collaborazione attiva con la direzione della Biennale di Venezia. Mentre il padiglione israeliano è in fase di ristrutturazione, la direzione della Biennale si è offerta di ospitarlo all’interno dell’Arsenale, invece di chiedere a Israele di affittare uno spazio sul mercato privato, come fanno le altre rappresentanze nazionali senza padiglioni permanenti. Secondo l’Art Not Genocide Alliance, invece di rispondere alle richieste degli artisti di escludere Israele, la direzione della Biennale insiste nel dire di avere le mani legate, pur facendo tutto il possibile per ospitare il padiglione.

Forse inconsapevolmente, la direzione ha assegnato a Israele lo spazio più adatto per un padiglione che funziona meno come proposta artistica che come gesto geopolitico: la Sala d’Armi G, risalente al 1460 circa, veniva utilizzata per conservare le armi e mettere in scena la potenza militare di Venezia per le élite in visita.

L’artista rumeno-israeliano Belu-Simion Fainaru evidentemente si adattava a questo ruolo, dichiarando alla rivista Portfolio Magazine di essere “particolarmente felice di rappresentare Israele in tempi così complessi”. In recenti interviste, Fainero ha di fatto riformulato una clausola contrattuale obbligatoria come sua missione artistica, dichiarando al quotidiano e sito Eeb quotidiano israeliano di economia e commercio Calcalist: “Anche se protestano contro di noi, il padiglione israeliano alla Biennale non deve essere chiuso”.

Fainaru, emigrato in Israele da Bucarest nel 1973, incarna le contraddizioni sapientemente miscelate che lo rendono uno strumento ideale di potere convincitivo culturale. Come ha affermato il Comitato del Premio Israele, la sua opera “combina simbolismo e misticismo ebraici, insieme alla memoria dell’Olocausto e a un approccio universale alla vita e alla morte, al vagabondaggio e alla fuga, ai rapporti di potere e alle infinite lotte a spirale”. Fainaru inquadra l’arte come una missione sociale e il mondo dell’arte come una piattaforma per la diplomazia, invocando la coesistenza arabo-ebraica e insistendo, paradossalmente, sul fatto di “non operare all’interno di quadri politici” e che l’essenza dell’arte è “superare il livello politico, istituzionale e diplomatico”. Questo minestrone ideologico, in parte universalismo, in parte mito nazionale, in parte discorso sul trauma, permette alla sua opera di circolare senza intoppi attraverso contesti istituzionali e diplomatici.

Ciò che più stride è la sua insistenza sull’arte come strumento di redenzione, che offre “un desiderio di vivere” e un processo di “riparazione e guarigione” dopo il “trauma israeliano”, un linguaggio che diventa perverso se confrontato con il Genocidio sistematico in corso a Gaza e il crescente sfollamento dei palestinesi in Cisgiordania.

Alla Biennale, Fainaru presenterà “La Rosa Del Nulla” (2015), realizzata per la prima volta nel 2015 alla Galeria Plan B di Berlino ed esposta ad Art Basel nel 2019, sviluppata con il musicista Iddo Bar-Shai e Sorin Heller del Museo Hecht di Haifa. “La Rosa Del Nulla” è composta da una vasca che raccoglie gocce d’acqua da una serie di gocciolatori sospesi sopra di essa. Incorniciata attraverso metafore di lacrime, Kabbalah e “Nulla”, l’opera celebra esplicitamente la tecnologia israeliana di irrigazione a goccia. Commercializzato nel 1965, il sistema di irrigazione è diventato un emblema dell’ingegnosità Sionista e dà credito al mito secondo cui Israele “ha fatto fiorire il deserto”.

Il “Nulla” è un’omissione mascherata: Israele controlla circa l’80% delle risorse idriche della Cisgiordania, regolandone l’accesso attraverso permessi, infrastrutture e restrizioni di movimento che limitano gravemente l’agricoltura palestinese e consentono al contempo l’espansione degli insediamenti. Come riportato dall’Associated Press, i coloni israeliani illegali possono consumare fino a 700 litri d’acqua al giorno, mentre alcune comunità palestinesi sopravvivono con appena 26 litri al giorno, il che dimostra che l’irrigazione non è una tecnologia neutrale, ma un sistema di controllo trasformato in un’arma. “La Rosa Del Nulla” perpetua così un mito nazionale ignorando la realtà dell’acqua usata come arma di coercizione.

L’opera fa riferimento alla poesia del 1948 “La Fuga Della Morte” del poeta ebreo rumeno Paul Celan. Una poesia inquietante che ha spinto i confini della forma e attinge ampiamente alla struttura compositiva della fuga musicale, descrive gli orrori dell’Olocausto, in cui Celan perse entrambi i genitori, attraverso immagini cupe ed evocative che dipingono un quadro frammentato e distorto della realtà. Fainaru coopta efficacemente la sofferenza storica degli ebrei europei, purificando le immagini nella calma pozza nera. La fuga musicale è definita da motivi e contrappunti ricorrenti, che ispirano un verso che riappare in tutta la poesia: “La morte è un maestro della Germania”. Ma l’unico motivo ricorrente in “La Rosa Del Nulla” è il suo rifiuto di confrontarsi con la realtà odierna, richiamando invece la narrazione nazionalista israeliana di un popolo che supera un destino orribile e si trasforma in ingegnosi inventori. Il contrappunto che “La Fuga Della Morte” ha eseguito magnificamente incombe su “La Rosa Del Nulla”, ostinatamente ignorato da Fainaru: è l’eccezione della Palestina.

Non sorprende che Israele cerchi ancora una volta di abbellire la propria immagine rievocando l’Olocausto, che è stato usato più e più volte per giustificare il Genocidio israeliano a Gaza e trasformare in un’arma la colpa storica per distogliere l’attenzione dal fatto che ora la morte è padrona di Israele.

Come sostiene l’Art Not Genocide Alliance, la Biennale di Venezia non è mai stata lo spazio neutrale che oggi pretende di essere. Nel 1974, in risposta alla dittatura di Pinochet, artisti e curatori chiesero solidarietà ai dissidenti cileni. La Biennale rispose abbandonando il suo tradizionale formato espositivo e ricostituendosi come forum politico. Questo rimane uno dei pochissimi momenti in cui un importante evento artistico globale sospese volontariamente la sua missione estetica per confrontarsi con un’urgente realtà politica.

Quello stesso anno, il Sudafrica fu di fatto escluso dalla Biennale. Il boicottaggio culturale fu ampiamente inteso come un rifiuto di legittimare l’Apartheid attraverso l’arte e fu sostenuto per quasi due decenni. In entrambi i casi, la Biennale riconobbe che la neutralità era di per sé una posizione politica e scelse da che parte stare.

Gli ultimi due anni hanno messo in luce la fragilità di qualsiasi rivendicazione di diritti umani universali e l’incapacità degli organismi delle Nazioni Unite di farli rispettare. Hanno anche rivelato scomode verità geopolitiche e prodotto dolorose rotture nelle relazioni personali e professionali, nel mondo dell’arte e oltre. In questo contesto, l’attuale posizione della Biennale di Venezia mette a nudo il cinismo del mondo dell’arte. Laddove un tempo agiva con decisione, ora si piega all’indietro per evitare di offendere Israele e gli Stati Uniti. Così facendo, si rende Complice di un Genocidio in corso, nonostante le proteste di decine di migliaia di artisti e del 40% dei padiglioni nazionali annunciati che hanno firmato la lettera dell’Art Not Genocide Alliance che chiede l’esclusione del padiglione israeliano. Ciò che rimane non è resistenza, ma la facciata estetica della violenza.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
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