I bombardamenti israeliani hanno decimato i siti culturali di Gaza, mentre l’UNESCO risponde tiepida

Gaza ospita anche siti storici importanti per le tre principali religioni della Regione: Ebraismo, Cristianesimo e Islam.Gran parte di questo patrimonio culturale è ora in rovina. L’elenco dei danni a Gaza dell’UNESCO include 150 siti che sono stati danneggiati o distrutti dall’inizio della guerra.

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Immagine di copertina: La Grande Moschea di Omari a Gaza City dopo essere stata danneggiata da un attacco israeliano. Ali Jadallah/Anadolu/Getty Images

Di Benjamin Isakhan e Eleanor Childs – 23 febbraio 2026

Dall’ottobre 2023, la guerra israeliana a Gaza ha causato enormi sofferenze umane. Ma ha anche devastato il patrimonio culturale del popolo palestinese.

Nel nostro recente articolo sulla Rivista Internazionale di Studi sul Patrimonio, abbiamo documentato l’entità della distruzione del patrimonio culturale a Gaza e analizzato la risposta sorprendentemente limitata dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO).

Sosteniamo che i fallimenti dell’UNESCO abbiano conseguenze che vanno oltre Gaza, poiché indeboliscono la deterrenza degli attacchi ai siti culturali a livello globale e rischiano di normalizzare l’impunità per questo tipo di crimini durante i conflitti.

Distruzione del patrimonio culturale a Gaza

Gaza ha un patrimonio ricco e stratificato, con tracce archeologiche risalenti almeno al 1300 a.C. È stata a lungo crocevia di molte culture ed è stata sotto il controllo degli antichi Egizi, Greci e Romani.

Gaza ospita anche siti storici importanti per le tre principali religioni della Regione: Ebraismo, Cristianesimo e Islam.

Gran parte di questo patrimonio culturale è ora in rovina. L’elenco dei danni a Gaza dell’UNESCO include 150 siti che sono stati danneggiati o distrutti dall’inizio della guerra.

Alcuni di questi sono siti di importanza mondiale. Due sono nella Lista Propositiva del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO:

Le zone umide costiere di Wadi Gaza, considerate una riserva di straordinaria biodiversità;

Il Porto di Antedone, il più antico porto marittimo conosciuto di Gaza, abitato tra l’800 a.C. e il 1100 d.C.

Altri siti danneggiati o distrutti includono:

La chiesa greco-ortodossa di San Porfirio, che risale al 425 d.C. ed è talvolta definita la terza chiesa più antica del mondo.

La Grande Moschea di Omari, del Settimo secolo, ritenuta la prima moschea di Gaza, insieme alla sua biblioteca dell’Ottavo secolo contenente rari manoscritti islamici.

il Qasr al-Basha, una fortezza nota anche come Palazzo del Pascià, costruita a metà dell’Ottavo secolo dal sultanato mamelucco e trasformata in museo archeologico.

Un cimitero Romano (Ard-al-Moharbeen), che si ritiene contenga almeno 134 tombe risalenti al 200 a.C.

I fallimenti dell’UNESCO

Oltre a creare questa lista, l’UNESCO è stata relativamente silenziosa nella sua risposta, rispetto al ruolo che l’agenzia ha svolto in altri conflitti.

Questo non significa che sia rimasta completamente in silenzio. Ha rilasciato diverse dichiarazioni in cui condanna la distruzione a Gaza e invita “tutte le parti coinvolte a rispettare rigorosamente il Diritto Internazionale”.

Ha anche inserito un sito del patrimonio nella Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo: il Monastero di Sant’Ilarione. Questa iniziativa rafforza le misure di protezione attorno al sito, con potenziali sanzioni per danni intenzionali.

Tuttavia, nonostante questi sforzi, ci chiediamo se l’UNESCO abbia davvero colto il momento. La nostra analisi identifica un modello di omissione e minimizzazione che è difficile da conciliare con il mandato dell’UNESCO stesso e con l’architettura giuridica esistente per la protezione dei beni culturali nei conflitti armati.

Ad esempio, l’UNESCO non ha invocato pubblicamente la Convenzione dell’Aja del 1954 in relazione a Gaza, che mira a proteggere i siti culturali durante i conflitti. L’agenzia l’ha citata praticamente in ogni conflitto importante dalla sua ratifica.

Inoltre, non ha chiesto un’azione urgente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite o all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per proteggere i siti culturali. L’agenzia lo ha fatto in risposta alle azioni dello Stato Islamico in Siria e Iraq (inclusa la profanazione del sito Patrimonio dell’Umanità di Palmira). Nel 2017, ad esempio, il Consiglio di sicurezza ha approvato una Risoluzione sostenuta dall’UNESCO che delineava una serie di misure per contribuire alla protezione del patrimonio culturale durante i conflitti.

Analogamente, l’UNESCO non ha collaborato con la Corte Penale Internazionale o la Corte Internazionale di Giustizia per avviare procedimenti contro Israele o funzionari israeliani per la distruzione del patrimonio culturale a Gaza. L’agenzia lo ha fatto dopo i conflitti nei Balcani e in Mali. Questi processi hanno stabilito che la distruzione intenzionale di beni culturali durante i conflitti è un Crimine di Guerra.

Infine, l’UNESCO non ha adottato il suo consueto approccio di indicare esplicitamente Israele come responsabile della distruzione culturale a Gaza. Ha adottato questa misura in molti conflitti recenti, tra cui l’Ucraina, dove ha spesso indicato e condannato la Russia come responsabile.

Perché l’UNESCO è stata così cauta?

Una spiegazione fornita dai critici è la limitazione geopolitica. L’UNESCO è stata sempre più criticata per la sua eccessiva dipendenza dai contributi volontari degli Stati. Questo può rendere l’agenzia riluttante a confrontarsi con Paesi potenti per timore di alienarsi i sostenitori.

Questa dinamica è certamente evidente nel lungo e teso rapporto dell’UNESCO con Israele e gli Stati Uniti. Entrambi si sono formalmente ritirati dall’UNESCO nel 2019 perché l’agenzia aveva descritto Israele come una Potenza Occupante a Gaza e in Cisgiordania e ne aveva condannato la distruzione del patrimonio palestinese.

Ma noi sosteniamo che si stia verificando qualcosa di più preoccupante: l’erosione della volontà e della capacità dell’UNESCO di attivare gli strumenti legali e normativi che ha contribuito a costruire.

Un tempo potente sostenitrice della protezione della cultura in tutto il mondo, l’UNESCO si è lentamente trasformata in un’agenzia in gran parte inefficace e tecnocratica che elude questioni complesse ed è ostacolata da divisioni interne.

Risposta dell’UNESCO

In risposta alle argomentazioni sollevate, l’UNESCO ha inviato un’e-mail dettagliata in cui spiega le sue azioni in materia di tutela del patrimonio culturale a Gaza. Questi sono alcuni dei punti sollevati da un portavoce dell’UNESCO:

Sulla citazione della Convenzione dell’Aja del 1954:

In diversi conflitti, l’UNESCO a volte cita esplicitamente la Convenzione dell’Aja del 1954 e in altri casi utilizza la formulazione più ampia di “Diritto Internazionale”.

L’UNESCO comunica anche bilateralmente con gli Stati membri interessati. Ciò è stato fatto in diverse occasioni attraverso la corrispondenza indirizzata alle autorità israeliane, ad esempio per ricordare a Israele i suoi obblighi ai sensi della Convenzione dell’Aja del 1954.

In merito all’esplicita designazione di Israele come responsabile:

L’UNESCO non è un organo giudiziario, pertanto il suo ruolo non è quello di attribuire responsabilità. Nel caso specifico dell’Ucraina, diverse decisioni del Consiglio di Sicurezza e/o degli organi direttivi dell’UNESCO possono spiegare dichiarazioni specifiche.

Sulla mancanza di volontà di utilizzare i propri strumenti e risorse a Gaza:

L’UNESCO attiva i propri strumenti legali, normativi e programmatici nell’ambito del suo mandato e dei fondi disponibili. Le necessità sono enormi e cogliamo l’occasione per rinnovare l’appello dell’UNESCO a sostegno della popolazione di Gaza.

Perché Gaza è importante

La risposta limitata dell’UNESCO alla distruzione di Gaza è importante. La tutela del patrimonio non riguarda solo il recupero dei siti danneggiati e la loro ricostruzione. È anche fondamentale per definire le condotte inaccettabili e scoraggiare future violazioni.

Quando il principale organismo mondiale per la protezione del patrimonio culturale si limita a caute generalizzazioni, favorisce un clima permissivo. Permette che questa distruzione venga trattata come un deplorevole danno collaterale della guerra, piuttosto che come un crimine perseguibile. Ciò mina la credibilità dell’UNESCO.

Può anche creare un pericoloso precedente. Se la distruzione su larga scala del patrimonio avviene sotto gli occhi di tutto il mondo, senza ripercussioni, i futuri belligeranti potrebbero credere che i costi dei crimini contro il patrimonio saranno tollerati.

Benjamin Isakhan è Professore di Politica Internazionale, all’Università di Deakin.

Eleanor Childs è Ricercatrice Laureata all’Università di Deakin.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
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