Perché il Diritto al Ritorno palestinese è ancora un problema 

Recenti notizie hanno riportato alla ribalta la questione del Ritorno dei palestinesi alle loro case e terre. Il Diritto al Ritorno rimane la rivendicazione centrale palestinese perché è fondamentale per ciò che significa essere palestinesi.

Fonte: English version

Immagine di copertina: Una ragazza tiene in mano la chiave del ritorno durante la Heritage Gallery Marking che celebra il 74° anniversario della Nakba, città di Gaza, 12 maggio 2022. (Foto: Ashraf Amra/APA Images)

Di Ahmad Ibsais – 10 febbraio 2026 

La scorsa settimana, Israele ha “riaperta” il Valico di Rafah. A dodici palestinesi è stato permesso di tornare a casa. Dodici persone hanno scelto di tornare a Gaza, pur sapendo che avrebbero potuto essere uccise di nuovo, perché preferivano morire sulla loro terra piuttosto che vivere come stranieri in Paesi che non sarebbero mai stati la loro casa. Questo a seguito di un “Piano Generale” per Gaza presentato da Israele e Stati Uniti, che ha respinto il contributo palestinese e ha escluso un Ritorno palestinese su larga scala come opzione. Poi è arrivata la notizia che Omar Shakir di Human Rights Watch si è dimesso dopo che un rapporto prodotto dal suo gruppo sul Diritto al Ritorno palestinese è stato respinto dalla sua stessa organizzazione.

In un momento in cui il Ritorno è fondamentale per la sopravvivenza palestinese, il mondo si sta impegnando per farlo sembrare impossibile e punendo coloro che lo sostengono. Ogni “piano di pace” offre ai palestinesi tutto tranne l’unica cosa che conta: il Diritto di Tornare a casa. Tutte queste recenti storie ci dimostrano che la questione del Ritorno dei palestinesi nella loro terra continua a essere una questione se ai palestinesi sia permesso di esistere come popolo.

Il Diritto al Ritorno è il diritto dei palestinesi espulsi o costretti a fuggire dalle loro case nel 1948 e in seguito, di tornarvi, di reclamare le loro proprietà e di viverci dignitosamente. È un diritto individuale e collettivo riconosciuto dal Diritto Internazionale che non decade nel tempo, attraverso negoziati politici o cambiamenti di sovranità.

Ma il Diritto al Ritorno è più di un oscuro diritto legale. Il Diritto al Ritorno è inscindibile dalla nostra identità di palestinesi ed è necessario per il nostro diritto di determinare il nostro futuro.

Nel Michigan in cui vivo, c’è un bambino di Gaza che sta ricevendo cure per una protesi alla gamba tramite HEAL Palestine. Quando gli ho parlato, mi ha raccontato di tutti i suoi familiari, tutti martirizzati durante il Genocidio, tranne un fratello. Ma lui vuole comunque tornare a Gaza, ricostruire e morire un giorno dove è morta la sua famiglia.

Perché mai qualcuno dovrebbe scegliere una cosa del genere? Perché qualcuno che ha perso tutto dovrebbe tornare in un luogo che apparentemente ha perso anche tutto? Perché questa terra specifica è così importante che le persone preferirebbero morire lì piuttosto che vivere al sicuro altrove?

Per i palestinesi, la terra non è un ambiente passivo per la vita. È il tessuto stesso dell’esistenza palestinese, intrecciato nell’identità, nella memoria e nella continuità attraverso le generazioni. Non torno a casa da molti anni, ma ricordo ancora la sensazione del sole sulla mia pelle. Come il calore in qualche modo sia più caldo. Come il profumo degli ulivi e dello yansoon (anice) faccia sentire ogni negozio all’angolo e ogni mercato all’aperto come casa. Essere palestinesi significa portare il proprio nome e il proprio Paese nel sangue, come ha scritto Mahmoud Darwish, significa “soffrire di una malattia incurabile: la speranza”.

I palestinesi di Gaza, sopravvissuti a due anni di bombardamenti Genocidi, si svegliano ancora ogni mattina da palestinesi. Insegnano ancora l’arabo ai loro figli. Raccontano ancora loro storie di villaggi che i loro bisnonni amavano. I palestinesi della Cisgiordania piantano ulivi, sapendo che potrebbero non raccoglierli mai, perché piantare è un atto di fede nel futuro. Ricostruiscono case che vengono demolite perché non hanno altra scelta. Hanno figli perché crescere figli palestinesi è di per sé una rivoluzione per coloro che sostengono che i palestinesi non esistano.

Quando iniziò la Nakba nel 1948, oltre 750.000 palestinesi furono espulsi, oltre il 50% della popolazione palestinese totale dell’epoca. Oltre 400 villaggi furono distrutti e oltre il 70% della Palestina Storica fu rubato. Come sostiene Rabea Eghbariah, la Nakba è una violenza quotidiana che comprende contemporaneamente e simultaneamente lo sfollamento, l’Occupazione, l’Apartheid e il Genocidio.

La Nakba ha frammentato demograficamente il popolo palestinese, lo ha privato dell’integrità territoriale e ha distrutto l’infrastruttura sociale necessaria per un governo collettivo. Le famiglie sono state disperse nei campi profughi in Libano, Giordania e Siria. Le comunità sono state disgregate, alcune sono finite in Cisgiordania, altre a Gaza, altre in quello che sarebbe diventato Israele, e altre ancora sono fuggite nella Diaspora. Questa frammentazione ha reso impossibile l’autodeterminazione palestinese, poiché non potevamo governare come un popolo unito.

Il campo profughi avrebbe dovuto essere temporaneo, ma è diventato permanente. Gli Accordi di Oslo avrebbero dovuto portare alla creazione di uno Stato. Hanno portato trent’anni di espansione degli insediamenti e di aggravamento dell’Apartheid. Ogni quadro offerto ai palestinesi ha richiesto che accettassimo meno di quanto ci è stato rubato. Ogni negoziato è partito dal presupposto che il 1948 è il passato, che ciò che è accaduto allora è troppo lontano per essere corretto, che i palestinesi dovrebbero accettare ciò che esiste ora e andare avanti. Ma non si può avere l’autodeterminazione palestinese senza affrontare la Nakba, perché la Nakba è in corso.

Non si può avere l’autodeterminazione palestinese senza il Diritto al Ritorno.

L’autodeterminazione palestinese non può esistere senza ritorno perché non esiste un popolo palestinese separabile dalla Palestina. L’identità palestinese è inseparabile da questa terra specifica: dagli aranci di Jaffa e dal mare di Haifa, dagli uliveti di Jenin e dalle colline di Gerusalemme. Affermare che i palestinesi possano avere l’autodeterminazione altrove significa affermare che possono cessare di essere palestinesi e diventare qualcosa di completamente diverso.

L’autodeterminazione è definita dal Diritto Internazionale come il diritto dei popoli a determinare liberamente il proprio status politico e a perseguire liberamente il proprio sviluppo economico, sociale e culturale. Ma per i palestinesi, questo non può avvenire in esilio. Il nostro sviluppo economico era legato all’agricoltura, con colture e stagioni specifiche su terreni specifici. Il nostro sviluppo sociale era strutturato attorno alla vita nei villaggi e a reti familiari estese radicate sul territorio. Il nostro sviluppo culturale è emerso dal paesaggio stesso, la nostra poesia sugli ulivi, la nostra cucina costruita con ciò che la terra ci offriva, e il nostro intero modo di essere nel mondo è stato plasmato dalla geografia da cui proveniamo.

Affermare che i palestinesi possano esercitare l’autodeterminazione in uno Stato troncato sul 22% della Palestina Storica, o nei campi profughi, o nella Diaspora, significa affermare che i palestinesi possono essere separati da ciò che ci rende palestinesi.

Per i palestinesi, il Ritorno è autodeterminazione. È l’affermazione che rimaniamo un popolo legato a quel territorio specifico, che il nostro esilio non ha scadenza. Quasi otto decenni di sfollamento ci hanno frammentato demograficamente, ma non hanno distrutto la verità fondamentale che apparteniamo a quella terra e che essa appartiene a noi.

Ecco perché il Diritto al Ritorno rimane la prova definitiva per sostenere i palestinesi. Il Ritorno richiede il riconoscimento che Israele è una Colonia di Coloni costruita sulla Pulizia Etnica. Che “l’unica democrazia in Medio Oriente” è in realtà uno Stato di Apartheid. Ciò che accadde nel 1948 è il crimine fondamentale che struttura tutto ciò che è accaduto da allora.

Sostenere il Ritorno significa accettare che rubare la terra non diventa legale solo perché la si possiede abbastanza a lungo e si uccidono abbastanza persone. Significa accettare che i popoli nativi hanno diritti sulla loro terra che sopravvivono all’Occupazione, che persistono nonostante il Genocidio, che non possono essere estinti dal tempo o dalla violenza. E la pace richiede giustizia, e la giustizia richiede il Ritorno, e il Ritorno richiede l’ammissione che l’intero Progetto Sionista è stato costruito su un crimine che deve essere corretto.

Israele sostiene che il Ritorno sia impossibile. Ma in Ruanda, il “diritto inalienabile” dei rifugiati Tutsi al Ritorno dopo trentaquattro anni di esilio è stato riconosciuto, nonostante il loro Ritorno avrebbe alterato l’equilibrio etnico del Paese. La Bosnia ha reso il Ritorno dei rifugiati un elemento centrale del suo accordo di pace, affermando che “tutti i rifugiati e gli sfollati hanno il Diritto di Tornare liberamente alle loro case d’origine”. Cipro ha accolto le richieste di Ritorno dei greco-ciprioti per cinquant’anni, nonostante l’occupazione turca. Il Kosovo ha incluso nella sua costituzione del 2008 una disposizione che riconosce il diritto di tutti i cittadini che vi vivevano prima del 1998 al Ritorno, indipendentemente dalla cittadinanza attuale o dalle appartenenze politiche.

Questi precedenti dimostrano che il Ritorno è possibile. Il Ritorno è impossibile solo se si insiste nel perpetuare il crimine che ha causato lo sfollamento.

Oltre 70.000 palestinesi sono stati uccisi a Gaza, con una media di 91 morti al giorno per ventiquattro mesi. Stime indipendenti indicano che il bilancio delle vittime ha raggiunto le 680.000 unità, principalmente donne e bambini. Il 70% di tutte le strutture di Gaza è stato distrutto o danneggiato, incluso il 92% delle abitazioni. Ogni singola università è stata bombardata. Il 95% delle scuole è stato danneggiato o distrutto. Quasi 1.600 operatori sanitari sono stati assassinati. Oltre 1.000 palestinesi in cerca di aiuto sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco dalle forze israeliane.

Torneremo a questo. Alle città ridotte in macerie. Ai campi avvelenati dal fosforo bianco. Ai sistemi idrici distrutti. Agli ospedali bombardati. Torneremo alle tombe che dobbiamo dissotterrare per riseppellirle adeguatamente. I palestinesi torneranno all’assenza di tutti coloro che amavano e che non sono sopravvissuti. I palestinesi torneranno alla terra che è stata intrisa del nostro sangue per settantotto anni.

E ricostruiremo. Perché questo è ciò che fanno i palestinesi. Ci rifiutiamo di scomparire e torneremo perché non ce ne siamo mai andati. Ma non torneremo come rifugiati riconoscenti che implorano un rifugio nella nostra Patria. Torneremo come un popolo sopravvissuto al Genocidio, che ha resistito alla Pulizia Etnica, che si è rifiutato di essere Cancellato. Torneremo con la nostra dignità intatta e i nostri diritti intatti, perché qualsiasi cosa di meno perpetua la logica coloniale che ha creato questa catastrofe.

Ahmad Ibsais è un palestinese americano di prima generazione e studente di giurisprudenza, autore della newsletter (bollettino) State of Siege (Stato d’Assedio).

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
Tutti gli articoli del BLOG: Invictapalestina.org
Eventi a noi segnalati: Eventi

Disclaimer: non sempre Invictapalestina condivide le opinioni espresse negli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire e approfondire gli argomenti da noi proposti. I contenuti offerti dal BLOG sono redatti/tradotti gratuitamente con la massima cura/diligenza, Invictapalestina tuttavia, declina ogni responsabilità, diretta e indiretta, nei confronti degli utenti e in generale di qualsiasi terzo, per eventuali imprecisioni, errori, omissioni.