“Il terrore serviva per far partire gli arabi”: cosa ha fatto l’esercito israeliano nel 1948

Migliaia di documenti recentemente scoperti permettono ora di raccontare la vera storia dell’espulsione dei palestinesi da parte di Israele nel 1948, e di iniziare a comprenderne le amare implicazioni, dopo il 7 ottobre.

Fonte: English version

Immagine di copertina: Un bambino palestinese lascia il suo villaggio con i suoi vicini, nel 1948. Questa e altre foto in queste pagine facevano parte di una raccolta di rari documenti raccolti dal soldato Golani Rafi Kotzer, ritrovati di recente abbandonati per strada

Di Adam Raz – 27 febbraio 2026

Circa due anni fa, alla fine di marzo 2024, Ronit Zilberman, una zoologa, stava camminando vicino a casa sua nel quartiere Ramat Hahayal di Tel Aviv quando notò delle scatole contenenti quelle che capì essere migliaia di documenti che qualcuno aveva lasciato accanto a un cassonetto.

Curiosa, Zilberman iniziò a rovistare tra il materiale. Ciò che scoprì fu un numero straordinario di documenti relativi alla Guerra d’Indipendenza, tra cui alcuni etichettati come riservati, altri che descrivevano operazioni militari nel nascente Israele e nei Paesi limitrofi, e mappe e fotografie storiche che, come emerse, non erano mai state rese pubbliche.

Documentazione di questo tipo e di questa portata deve essere adeguatamente ricercata e archiviata, pensò Zilberman. Sebbene le scatole fossero piuttosto pesanti, le trascinò a casa. Il suo passo successivo fu contattare l’Istituto per la Ricerca sui Conflitti Israelo-Palestinesi Akevot, dove lavoro come ricercatore.

La collezione si rivelò appartenere a Rafi Kotzer, uno dei primi combattenti della Brigata di fanteria Golani e fondatore dell’Unità Commando del 12° Battaglione, che in seguito divenne Sayeret Golani, la forza di ricognizione d’élite della Brigata. Kotzer comandò diverse battaglie nel 1948 e in seguito fu uno dei fondatori dell’Organizzazione dei Veterani Disabili delle Forze di Difesa Israeliane.

Parte della collezione era personale: corrispondenza, pagelle scolastiche, disegni di bambini, ecc., e quindi non rilevante ai fini della ricerca. Ma c’erano anche diari di bordo, appunti e riassunti, ad esempio, che documentavano le discussioni del Mapam, il partito politico di sinistra che ebbe un ruolo chiave nei primi decenni di Israele, tra gli altri argomenti, sul pericolo delle armi nucleari e sul governo militare imposto alla popolazione araba di Israele dal 1948 al 1966. I documenti più importanti per un esame storico più approfondito erano quelli che riguardavano la Guerra d’Indipendenza.

Un documento che spiccava tra i documenti gettati nella spazzatura era scritto da Yitzhak Broshi, comandante del 12° Battaglione di Golani durante la guerra. Si trattava di un ordine del luglio 1948, intitolato: “Condotta nei villaggi catturati dove c’è una popolazione”, che Broshi inviava ai comandanti delle compagnie della Brigata impegnate in combattimento nella parte settentrionale del Paese.

Il contenuto di questo documento non è il tipo di materiale che si trova nei libri di storia israeliani.

Broshi informò gli ufficiali che, dopo la cattura di un villaggio arabo, dovevano essere rilasciati certificati di identificazione agli abitanti. Se qualcuno avesse trasferito il proprio certificato a un’altra persona, entrambi sarebbero stati fucilati. Se qualcuno non si fosse presentato in tempo per l’ispezione militare, sarebbe stato fucilato e la sua casa sarebbe stata fatta saltare in aria.

Se un “arabo straniero” fosse stato trovato in un villaggio, secondo le direttive di Broshi, avrebbe dovuto essere fucilato immediatamente. In generale, la regola prevedeva di sparare a “un uomo su dieci” in un villaggio catturato in cui fossero stati trovati stranieri. Inoltre, tutti gli uomini di qualsiasi famiglia in cui fossero stati trovati beni rubati agli ebrei sarebbero stati giustiziati.

Inoltre, sebbene ci fosse l’ordine di radere al suolo i villaggi, in alcuni casi non era sufficiente. Ad esempio, nel caso di Arab a-Zabah, una comunità beduina nella Bassa Galilea, non sarebbe rimasta anima viva o traccia. “Ogni arabo tra gli Zabahim deve essere ucciso”, affermava l’ordine.

Non si trattava di vaghe direttive trasmesse oralmente. Questa e altre apparivano “nero su bianco” e furono firmate di pugno da Broshi.

In un altro ordine datato luglio 1948, Broshi ordinò alle sue truppe di avviare la ricerca di arabi che potessero essersi nascosti nella zona del Monte Turan, nella Bassa Galilea, dopo che il sito era già stato conquistato. L’ordine recitava: “Uccidete chiunque si nasconda”.

Tra i documenti ce n’è uno che afferma che “un piccolo numero di arabi vaga nei villaggi catturati”, apparentemente per raccogliere beni e cibo. Come da istruzioni contenute nel documento: “L’area deve essere ripulita dagli arabi”. Sotto il titolo “Il metodo”, il documento aggiunge che “ogni arabo che verrà incontrato deve essere eliminato”.

Sono trascorsi quasi 80 anni dalla Guerra d’Indipendenza, ma molto materiale negli archivi israeliani rimane classificato. La segretezza del Paese a questo riguardo ha lasciato aperta una delle questioni più fondamentali relative alla guerra: se quasi 800.000 arabi siano fuggiti di propria iniziativa e su ordine dei loro leader, oppure siano stati espulsi. E se espulsi, quale ruolo hanno avuto Massacri e Omicidi nell’accelerare tale processo? Il fatto che Israele abbia impedito agli arabi di tornare e abbia demolito i loro villaggi, perpetuando così deliberatamente la loro espulsione dalla propria Patria, è spesso assente dal dibattito storico.

Secondo molti israeliani, se gli arabi hanno deciso di fuggire, Israele non è responsabile della tragedia palestinese. Ma se Israele ha espulso i palestinesi e le sue truppe apparentemente non hanno esitato a versare il sangue di coloro che si sono rifiutati di andarsene, allora una nube molto oscura incombe sul periodo della fondazione dello Stato. Se la missione di fondo del nascente esercito non era quella di garantire la “purezza delle armi” come concepita all’epoca, ovvero che i soldati non avrebbero fatto del male a persone innocenti e avrebbero usato le loro armi solo contro individui che perpetravano atti violenti, ma piuttosto quella di perpetuare la Pulizia Etnica, ne consegue che la memoria storica in Israele è un inganno.

Se così fosse, anche coloro che sottolineano il contesto della guerra, il fatto che i Paesi arabi avessero respinto il Piano di spartizione delle Nazioni Unite nel 1947, che l’Olocausto fosse terminato solo tre anni prima e che altri conflitti dell’epoca si fossero conclusi con l’espulsione della popolazione, dovranno riconoscere ciò che è realmente accaduto.

Questa discussione storica non si riferisce solo al passato. Il riconoscimento dell’ingiustizia commessa potrebbe avere implicazioni per il futuro di Israele e aprire la strada alla conciliazione. La mancanza di riconoscimento, tuttavia, ha un prezzo. Ciò che viene collettivamente represso riaffiora in modo sgradevole in seguito. Vale la pena dare una possibilità al potere della verità.

L’impulso per questo rapporto investigativo nasce da un’opportunità recentemente emersa per affrontare questo passato dimenticato in forma diretta. La vasta raccolta di Kotzer, parte della quale è stata citata sopra, fa parte di una raccolta di migliaia di documenti legali del 1948 che sono stati declassificati dai tribunali militari a seguito di recenti procedure avviate dall’Istituto Akevot.

Questa ricca risorsa, approvata per la pubblicazione dalla Censura Militare, getta nuova luce sulla storia della questione dei rifugiati palestinesi. Inoltre, sfata completamente la narrazione israeliana secondo cui gli abitanti arabi del Paese sarebbero fuggiti di loro spontanea volontà su ordine dei loro stessi leader. Sebbene alcune di queste istruzioni siano state effettivamente diffuse e alcune persone se ne siano andate di propria iniziativa, ora si può confermare, sulla base di un’impressionante quantità di prove, che le IDF abbiano espulso gli arabi in modo sistematico e violento durante la Guerra d’Indipendenza. L’espulsione fu effettuata tramite Massacri, Omicidi e una serie di manovre volte a terrorizzare la popolazione civile e ad accelerarne la fuga.

I documenti più importanti rilasciati per la pubblicazione e alla base di questo rapporto riguardano Shmuel Lahis. Lahis era un comandante di compagnia della Brigata Carmeli che, con le sue stesse mani, massacrò decine di residenti di Hula, un villaggio vicino al Kibbutz Manara, sul lato libanese del confine. Lahis è l’unico soldato israeliano ad essere mai stato processato per l’omicidio di arabi durante la Guerra d’Indipendenza, grazie all’insistenza del suo superiore, il vice comandante di battaglione Dov Yermiya, affinché lo consegnasse alla giustizia. Lahis sostenne di aver agito in conformità con gli ordini dei suoi comandanti e fu condannato a un anno di prigione. In pratica, tuttavia, non fu mai incarcerato, ma prestò servizio per un breve periodo in una base militare e gli fu presto concessa la grazia. Sarebbe poi diventato direttore generale dell’Agenzia Ebraica.

Gideon Eilat, uno dei giudici del caso, osservò che durante la Guerra d’Indipendenza si verificarono atrocità peggiori di quelle perpetrate da Lahis, e si chiese perché solo lui fosse stato processato. Affermò di non aver ricevuto alcuna risposta dai vertici “ai molteplici Crimini di Guerra commessi da comandanti e soldati”, e vedeva chiaramente Lahis come un capro espiatorio.

Le osservazioni del giudice Eilat non sono state fatte a caso. La linea difensiva adottata dagli avvocati di Lahis, ovvero che stava eseguendo gli ordini, è stata sostenuta da molti alti ufficiali che hanno testimoniato al suo processo. Le loro testimonianze vengono rese pubbliche per la prima volta e compaiono in un libro attualmente in corso di pubblicazione presso l’Istituto Akevot.

Uno dei testimoni del processo Lahis era Mordechai Maklef, un ufficiale operativo sul fronte settentrionale che quattro anni dopo fu promosso a Capo di Stato Maggiore delle IDF. “Ci sono state operazioni in cui il potenziale nemico, ovvero i civili, è stato annientato”, ha dichiarato alla Corte. “Ad esempio, a Safsaf, Jish, Ilaboun, Lod, Ramle e nel Sud, su larga scala. L’intenzione era di espellere. È impossibile espellere 114.000 persone che vivevano in Galilea senza terrore. Deve esserci stato un elemento di terrore iniziale perché se ne andassero”.

Maxim Cohen era il comandante della Brigata Carmeli, una delle più grandi e importanti brigate di fanteria coinvolte nella guerra, nel 1948-49. Convocato al banco dei testimoni dall’avvocato di Lahis, fornì una testimonianza raccapricciante. “Come si espelle un villaggio?” chiese. “Si taglia l’orecchio a uno degli arabi davanti agli occhi di tutti, e tutti fuggono. In pratica, nessun villaggio è stato evacuato senza pugnalare qualcuno allo stomaco o con metodi simili. Abbiamo vinto solo grazie alla paura degli arabi, e loro temevano solo azioni contrarie alla legge”.

Haim Ben-David, un ufficiale operativo di Carmeli che raggiunse il grado di Maggiore Generale delle IDF e in seguito divenne segretario militare del Primo Ministro David Ben-Gurion, spiegò nella sua testimonianza che l’espulsione degli arabi era una questione normale e che la bonifica di un’area “assume la forma di uccisioni”, a seconda delle circostanze.

“Nei nostri ordini operativi facevamo attenzione a non menzionare le uccisioni. Gli ordini relativi alla condotta venivano trasmessi a voce ai comandanti di battaglione”, spiegò Ben-David, osservando che le direttive scritte provenienti dallo Stato Maggiore non richiedevano espressamente la distruzione dei villaggi, ma le azioni sul campo venivano intraprese “con la conoscenza dell’Alto Comando”.

E se un arabo avesse insistito per rimanere a casa sua? In quel caso “avrebbe ricevuto una pallottola”, disse Ben-David alla Corte. “Conoscevamo le leggi internazionali, ma so anche che spesso non ci siamo comportati secondo quelle leggi. Abbiamo fatto ricorso a mezzi illegali”. Tali mezzi, ha aggiunto, venivano utilizzati anche contro donne e bambini.

Un altro ufficiale di alto rango chiamato a testimoniare era Yosef Eitan, comandante della 7ª Brigata Corazzata, che in seguito sarebbe diventato capo del Comando Centrale. Eitan fece riferimento alla disparità tra gli ordini scritti e ciò che veniva detto oralmente alle truppe: “Non ho visto un ordine scritto di eliminare ogni anima vivente, ma sotto forma di indizi, questo sì”. Aggiunse che gli ufficiali sul campo avevano “il permesso di interpretare l’ordine”, aggiungendo che “i nostri soldati eliminavano gli abitanti” sulla base delle direttive ricevute.

Yisrael Carmi, comandante di battaglione della 7ª Brigata, testimoniò al processo Lahis sulla conquista di Be’er Sheva nell’ottobre del 1948, spiegando che il metodo consisteva nell’uccidere i civili che si opponevano all’espulsione e che era stato utilizzato sia nel Nord che nel Sud.

“Ho conquistato la città”, testimoniò Carmi. “Nel ripulire quella zona, ho dato ordine di eliminare chiunque si presentasse per strada, che opponesse resistenza o meno. È stato dato l’ordine di distruggere tutto. Dopo la conquista della stazione di polizia, dopo la resa, gli omicidi sono cessati. Fino ad allora tutti sono stati uccisi compresi donne e bambini. Poi è stato dato l’ordine alla gente di andare a Hebron. Chiunque non ci andasse è stato ‘rimosso'”.

Un altro fascicolo d’archivio, i cui materiali sono stati resi disponibili, riguarda il processo ai soldati che violentarono e uccisero una ragazza beduina nel Sud, nel 1949. I documenti mostrano come l’uccisione di civili servì non solo ad accelerare la loro espulsione, ma anche a impedire il Ritorno degli arabi nelle loro terre. Un comando operativo impartito per iscritto ai soldati poco dopo gli accordi di cessate il fuoco ordinò loro di “sparare a ogni arabo che si trovasse nella zona fino al confine dell’armistizio”. Firmato da: A. Rosenblum. Capitano. Comandante di linea.

Il verdetto in questo caso stabiliva che gli ordini impartiti ai soldati “erano di sparare senza riserve a ogni arabo, quindi non fa differenza se si tratta di un uomo o di una donna, se l’arabo è armato o meno, se fugge o alza le mani e si arrende. Se si vedeva un arabo durante un pattugliamento, si era obbligati a sparargli”.

Alla luce di ciò, hanno osservato i giudici, è difficile considerare i soldati responsabili di omicidio, e i conti dovrebbero essere risolti con loro solo per lo stupro. “Se l’ufficiale avesse ucciso la donna araba invece di ‘struprarla’, è possibile che non avrebbe meritato alcuna punizione”.

La raccolta di documenti recentemente resa pubblica fa riferimento anche a un altro caso, relativo all’omicidio di tre anziani arabi, due donne e un uomo, ad Al-Bureij, a Sud di Hebron. I soldati delle IDF conquistarono il villaggio nel luglio 1948 e tre mesi dopo si chiesero come sbarazzarsi dei quattro arabi che si trovavano ancora lì.

Il soldato Arye Ben-Shem, del 143° Battaglione, raccontò che uno dei quattro era ritenuto utile alle truppe in cucina, e si decise di risparmiarlo. Per quanto riguarda gli altri tre, secondo la testimonianza di Ben-Shem, il tenente Yosef Fishel ordinò alle truppe di farli entrare in un edificio e sparargli contro un proiettile anticarro Fiat. “Finiteli”, ordinò Fishel.

Dopo che il proiettile mancò l’edificio, si decise che le truppe avrebbero dovuto lanciarvi delle granate e poi dargli fuoco. “Quando sono entrato in casa, un uomo stava morendo e gli ho sparato”, ha testimoniato uno dei soldati. “Erano sdraiati a terra. Ho dato dei calci alle gambe agli altri due. Non hanno risposto”.

Un soldato ha testimoniato che “liquidare degli arabi secondo un ordine di una persona autorevole non è sorprendente, perché ho sentito parlare di molti casi in cui è stato fatto”.

A differenza di Lahis, accusato di omicidio nel Massacro di Hula, Fishel è stato processato e condannato per tentato omicidio. La Corte ha spiegato che l’accusa era stata negligente e non aveva compiuto gli sforzi necessari per dimostrare che fosse stato effettivamente commesso un omicidio. Fishel è stato condannato a 60 giorni di carcere, aumentati a un anno di carcere in appello, e la Corte ha osservato che l’imputato avrebbe potuto essere indotto a credere che le sue azioni fossero giustificate sia moralmente che militarmente.

L’avvocato di Fishel ha affermato di non riuscire a capire “perché l’imputato debba scontare una pena detentiva. Per aver esagerato nelle sue azioni? Ha svolto un dovere spiacevole e ha agito per la più pura delle ragioni”. Qui non è stato punito un singolo ufficiale, ma un’intera scuola di pensiero.

Il fatto che gli atti di omicidio e di espulsione fossero considerati parte di “un’intera scuola di pensiero” è stato offuscato nel corso degli anni, emergendo solo raramente negli studi di ricerca. E anche allora l’attenzione era rivolta all’Operazione Hiram, il cui obiettivo era la conquista della Galilea e che fu lanciata alla fine della guerra.

Di fatto, i metodi qui descritti furono praticati nella guerra locale che ebbe luogo tra il novembre 1947 e il maggio 1948, e più intensamente nella fase della successiva conflagrazione regionale. Infatti, gli atti di violenza aumentarono a partire da aprile-maggio 1948, quando l’esercito pre-indipendenza dell’Haganah passò all’offensiva. Durante quel periodo, molte città arabe furono conquistate e i loro abitanti espulsi. Centinaia di villaggi subirono la stessa sorte nei mesi successivi.

Descrizioni di questi sviluppi compaiono in un’ampia ricerca sull’Operazione Hiram condotta negli anni ’50 dal Maggiore Yitzhak Moda’i, che tre decenni dopo sarebbe diventato Ministro delle Finanze israeliano. Scritto su richiesta del Dipartimento di Storia dell’IDF, il suo studio si basava su documenti interni e non era destinato al pubblico. In esso, Moda’i osserva che Yigael Yadin, capo delle operazioni dell’IDF durante la guerra e secondo Capo di Stato Maggiore dell’IDF a partire dalla fine del 1949, che in seguito divenne un archeologo di fama mondiale e ebbe una lunga carriera politica, dichiarò chiaramente in un ordine scritto: “Non siamo interessati agli abitanti arabi”.

Moda’i scrive inoltre che “Nelle fasi finali dell’Operazione Hiram, il capo del comando del fronte settentrionale informò le brigate come segue: ‘Fate tutto il possibile per effettuare una rapida e immediata epurazione dei territori conquistati da tutti gli elementi ostili. In conformità con gli ordini impartiti, gli abitanti devono essere aiutati ad andarsene'”.

In sintesi, osservava che le unità dell’IDF avevano cercato di espellere la popolazione araba dalla Galilea “e frequentemente e non necessariamente con mezzi legali e gentili”.

L’ordine di espulsione citato da Moda’i nel suo studio era attribuito al comandante del fronte settentrionale, il Maggior Generale Moshe Carmel. Il documento fu declassificato dagli Archivi dell’IDF alla fine degli anni ’90 e costituì la base per un libro dello storico israeliano Benny Morris, “Correggere un Errore: Ebrei e Arabi in Palestina/Israele, 1936-1956”, pubblicato nel 2000, in ebraico.

In un precedente studio pionieristico intitolato: “La Nascita del Problema dei Rifugiati Palestinesi, 1947-1949” (Edizioni Università di Cambridge; 1987), Morris descrisse l’espulsione degli arabi come un evento che fomentava disordine e confusione, alla luce dell’assenza di una politica chiara. Nel suo libro successivo, cercò di correggere tale descrizione e scrisse che l’ordine scritto di Carmel, che era stato declassificato nel frattempo, chiariva che l’espulsione degli abitanti locali era “estremamente urgente”.

Nel frattempo, la documentazione relativa all’espulsione fu relegata nell’oscurità degli archivi dell’IDF, insieme a quella attestante i Crimini di Guerra. Per comprendere quanto siano rare le testimonianze e le direttive citate qui per la prima volta, dobbiamo esaminare la politica di occultamento attuata da Israele in decenni di attività. Dei 17 milioni di documenti conservati negli Archivi di Stato israeliani e negli Archivi dell’IDF e dell’Ente di Difesa, oltre 16 milioni sono inaccessibili al pubblico.

Un documento interno degli archivi dell’IDF, classificato fino a pochi anni fa e recentemente scoperto da Akevot, specificava al personale degli archivi quali argomenti e motivazioni avrebbero dovuto cercare di tenere nascosti al pubblico. Ad esempio, “materiale che potrebbe danneggiare l’immagine dell’IDF e presentarlo come un esercito occupante privo di fondamenti morali, che mostra comportamenti violenti contro una popolazione araba e atti crudeli come uccisioni e omicidi”.

Inoltre, la documentazione relativa all'”espulsione degli arabi” non deve essere scoperta, né quella riguardante “ordini di colpire gli infiltrati arabi che cercano di tornare ai loro villaggi”. Il memorandum impartiva istruzioni al personale anche riguardo a materiale che facesse riferimento a “comportamenti violenti contro i prigionieri, contrari alla Convenzione di Ginevra (uccisione”), e a “non prestare attenzione alle bandiere bianche”.

Gli sforzi di occultamento riguardavano anche archivi detenuti da partiti politici e collezioni private, una risorsa alternativa per ricercatori e giornalisti. Negli ultimi 25 anni, il personale di quello che in ebraico viene chiamato Malmab, l’ufficio del direttore della sicurezza dell’apparato di difesa, si è spostato da un archivio all’altro, assicurandosi che i documenti potenzialmente rivelatori fossero tenuti segreti al pubblico, senza alcuna autorità legale in tal senso.

Anche l’Alta Corte di Giustizia ha svolto un ruolo in questa politica. Richiesto di autorizzare la pubblicazione di documenti e immagini del Massacro del 1948 nel villaggio arabo di Deir Yassin, ai margini di Gerusalemme, il tribunale si è rifiutato di farlo nel 2010, adducendo la debole motivazione che ciò avrebbe potuto danneggiare la politica estera di Israele e le “relazioni con la minoranza araba” nel Paese.

Allo stesso modo, i verbali delle riunioni di gabinetto pertinenti non sono ancora stati declassificati, nonostante siano trascorsi quasi 80 anni. Tuttavia, alcuni degli scambi tra i ministri sono stati resi disponibili per la consultazione negli ultimi anni, a seguito delle pressioni esercitate dagli archivi di Stato.

Ad esempio, in una discussione in tempo reale sugli ordini di “ripulire il territorio”, il Ministro degli Interni Yitzhak Gruenbaum ha affermato: “Chiunque guardi dall’esterno a tutte queste questioni non può trovare una spiegazione per la fuga degli arabi. È logico che siano stati spinti a fuggire perché la gente ha derubato, violentato, assassinato, espulso”. Ha sollecitato l’emissione di un ordine per fermare le espulsioni.

Un altro ministro, Mordechai Bentov, ha dichiarato in una riunione di gabinetto: “È facile espellere, Hitler è stato il primo”, aggiungendo: “Tutto ciò che stiamo facendo è contrario alle convenzioni internazionali”. E il ministro di lunga data Moshe Haim Shapira ha affermato che la violenza delle truppe israeliane contro gli arabi aveva raggiunto proporzioni epidemiche.

Un motivo ricorrente nei documenti qui rivelati per la prima volta è la direttiva contro la cattura di prigionieri. La definizione di prigionieri risulta essere stata piuttosto ampia, a volte includendo donne e bambini, ed è stata menzionata nel contesto della linea di difesa di Lahis. Si sostenne che il trasferimento degli abitanti del villaggio conquistato in una base militare di retrovia fosse “contrario all’ordine” dato a Lahis dal suo comandante, ovvero “che non abbiamo bisogno di fare prigionieri ed è necessario ripulire l’intero territorio dal nemico”.

L’ufficiale operativo Ben-David, della Brigata Carmeli, testimoniò al processo Lahis che l’ordine in merito fu trasmesso a voce alle truppe e conteneva un messaggio inequivocabile: “Era chiaro a tutti”, disse. “Non furono poste domande su cosa significasse non fare prigionieri”.

Durante la guerra, aggiunse Ben-David, i giovani arabi “non erano considerati civili” e potevano essere uccisi. Il soldato Yitzhak Soroka dichiarò alla Corte, durante lo stesso procedimento, che le istruzioni prevedevano di uccidere gli uomini che non fuggivano dai loro villaggi. Interrogato sull’età degli uomini in questione, affermò di aver ricevuto in un’occasione “un ordine operativo che definiva l’età a partire dai 15 anni”.

Un ufficiale dei servizi segreti di nome Yaakov D. (il cui nome è oscurato nei documenti resi disponibili) ha fatto riferimento all’uccisione di arabi arrestati nelle loro comunità: “Questo è chiaro ed evidente dal corso per ufficiali dei servizi segreti: quando si dice di non prendere un prigioniero, non significa espellerlo, ma ucciderlo”, ha spiegato Yaakov D., aggiungendo che nei casi in cui le truppe combattenti prendevano prigionieri, li uccidevano in seguito. Ai comandanti, ha osservato, era stato ordinato di uccidere chiunque fosse rimasto indietro e questo è accaduto “in parecchi villaggi”.

Uno dei documenti ritrovati

I testimoni chiamati a deporre hanno spesso fatto riferimento alla questione delle convenzioni internazionali. “Conosciamo le leggi internazionali”, ha detto Ben-David. “Ma so anche che parecchie volte non ci siamo comportati secondo quelle regole. Abbiamo usato mezzi illegali”, e questo è stato fatto, ha aggiunto, con il consenso dell’Alto Comando e persino su suo ordine. Mordechai Maklef, ad esempio, ha affermato che i soldati non avevano familiarità con la Convenzione di Ginevra, mentre il comandante della 7ª Brigata, Yosef Eitan, ha osservato che è possibile che alle unità siano state inviate informazioni sulle “regole dell’Aja ma non vi abbiamo prestato particolare attenzione”. Carmi, della 7ª Brigata, ha affermato: “Ci siamo comportati verso il prigioniero non in conformità con la Convenzione di Ginevra”, e il comandante di brigata, Cohen, ha testimoniato che anche nel periodo della forza dell’Haganah pre-statale, venivano diffusi ordini secondo cui “gli arabi disarmati dovevano essere uccisi”.

Carmi ha aggiunto che a volte veniva emanata una direttiva per “non appesantire il servizio informazioni”, il che significava essenzialmente consentire che coloro che venivano catturati venissero uccisi. Dal suo punto di vista, ogni “uomo che ha mani e testa costituisce un pericolo” e il destino di una persona sarebbe stato determinato, nel bene o nel male, “in base ai volti”. Nei casi in cui Carmi riteneva che gli arabi che incontrava fossero pericolosi, li uccideva sul posto.

Oltre alla liquidazione dei prigionieri, in alcuni casi i documenti in esame attestano l’uccisione di civili arabi che cercavano di tornare nei villaggi conquistati. Un esempio sono i verbali di un processo del 1951 che riguardava tali atti nella città araba di Majdal (l’odierna Ashkelon), nel 1949. In discussione c’erano le azioni di una compagnia di stanza lì per impedire il ritorno dei residenti. La corte stabilì che “i soldati a volte si scatenavano. Alcuni pensavano di essere liberi di comportarsi nei confronti degli arabi, soprattutto degli infiltrati, come meglio credevano”. Secondo diverse testimonianze, ritenute attendibili dalla Corte, uccidere arabi “era considerato legale” dalle truppe, e il soldato che aveva commesso l’omicidio era persino considerato dai suoi commilitoni come “un bravo sportivo”.

Il processo in questo caso riguardava un episodio in cui alcuni giovani arabi si “infiltrarono” a Majdal per far visita ai genitori, che erano tra le poche centinaia rimaste nella località allora controllata da Israele durante un graduale processo di espulsione. Furono catturati dai soldati, che li giustiziarono. In una rara eccezione, i genitori hanno testimoniato al processo.

“Mio figlio è venuto da Gaza a casa mia a Majdal”, ha dichiarato il padre. “Gli ho detto che, dopo la fine del coprifuoco, lo consegnerò agli ebrei”. Ha poi raccontato il ritrovamento del corpo di suo figlio. “Ho visto proiettili nel petto di mio figlio e tre o quattro proiettili nella testa e nella schiena. Sono svenuto e sono caduto. C’erano segni di percosse”.

Le testimonianze citate in questo rapporto investigativo non sono isolate. Negli ultimi quindici anni, è apparsa un’ondata di pubblicazioni sull’espulsione dei palestinesi nel 1948, ma non si sono ancora concretizzate in una storia coerente né hanno generato un dibattito pubblico. Alcune non sono nemmeno state tradotte in ebraico dall’arabo.

Il materiale in questione proviene da diverse fonti: ricerche israeliane (Alon Confino, Shay Hazkani); ricerche palestinesi (Saleh Abd al-Jawad, Adel Manna); Narrativa araba (Elias Khoury, Salman Natour), resoconti giornalistici (Hagar Shezaf su Haaretz); libri di saggistica (ad esempio, “La Mia Terra Promessa” di Ari Shavit); documentari (“Ricorda, Non Ricordare” di Neta Shoshani, “Tantura” di Alon Schwarz e “Punto all’Ordine del Giorno: Cancellazione” di Einat Weizman) e attività di organizzazioni della società civile (le organizzazioni non profit Zochrot e Istituto Akevot).

Il successo editoriale di Shavit, in inglese, che suscitò molte discussioni negli Stati Uniti ma non fu tradotto in ebraico, racconta dettagliatamente la conquista di Lod da parte degli arabi nel 1948, basandosi su numerose interviste con ufficiali e soldati. L’autore racconta come la città fu rapidamente conquistata, dopodiché migliaia di residenti furono condotti in due moschee e una chiesa. Il giorno successivo, due veicoli blindati giordani entrarono per errore in città, innescando una nuova ondata di violenza, poiché gli abitanti del posto pensarono, erroneamente, che si trattasse di una forza ausiliaria araba giunta per liberarli. Le IDF risposero sparando in ogni direzione e spararono un proiettile anticarro Fiat contro una delle moschee in cui si erano concentrati gli arabi.

Shavit, citando una confessione del soldato che sparò il proiettile, scrive che in 30 minuti furono uccisi 200 civili, aggiungendo che, dopo la cessazione degli spari, Ben-Gurion ordinò a Yigal Allon, comandante del Palmach (l’unità di commando dell’Haganah), di espellere gli abitanti. Shavit cita un ordine scritto che un altro comandante del Palmach, Yitzhak Rabin, coinvolto nella conquista di Lod nell’ambito dell’Operazione Dani, inviò alla Brigata Yiftah e che fu diffuso poco dopo: “Gli abitanti di Lydda (Lod) devono essere espulsi rapidamente, senza riguardo all’età”.

Lo stesso proiettile Fiat è menzionato anche nei documenti relativi al processo Lahis, che vengono qui pubblicati. Secondo Carmi, il comandante del battaglione, “A Lod, centinaia di arabi furono condotti in una moschea e spararono contro di essa con i Fiat”.

Il film di Shoshani affronta anche gli eventi di Lod, citando un diario congiunto tenuto dai soldati di Yiftah: “Dopo colazione, due veicoli corazzati nemici apparvero all’improvviso e iniziarono ad avvicinarsi. Le canne dei fucili uscirono immediatamente da ogni finestra. Ribellione. Sconfigemmo il nemico, ma al bilancio si aggiunsero altri 15 feriti e tre morti.

“I ragazzi ribollivano di rabbia; erano pronti a uccidere sul posto. Fu dato l’ordine di effettuare una Pulizia completa, e in effetti la Pulizia fu eseguita. Un tanfo si levò e avvolse ogni angolo. Il resto della giornata trascorse relativamente tranquillo, a parte i momenti felici che avevamo trascorso”.

Nel film, Shoshani fornisce anche una cupa testimonianza che getta ulteriore luce su uno degli eventi più cruenti della guerra: il Massacro dell’ottobre 1948 a Dawayima, nella Regione di Lachish, nel Negev settentrionale. Questa testimonianza, che in passato aveva attirato l’attenzione degli storici, era stata tenuta segreta in un archivio dal personale del Malmab (un dipartimento del Ministero della Difesa israeliano), ma alla fine è stata resa pubblica grazie alle pressioni dell’Istituto Akevot. È menzionato in una lettera scritta da un membro del Partito Mapam di nome S. Kaplan a Eliezer Peri, direttore del giornale del Partito, Al Hamishmar, e riporta la testimonianza oculare di un soldato di nome Meir Efron: “Il soldato, uno dei nostri, è un intellettuale, affidabile al 100%. Arrivò al villaggio subito dopo la conquista. Non ci fu battaglia né resistenza. I primi conquistatori uccisero da 80 a 100 arabi: uomini, donne e bambini.

“Un comandante ordinò al geniere di mettere due anziane donne arabe in una certa casa e di farla saltare in aria con loro dentro. Un altro soldato si vantò di aver violentato una donna araba e poi di averle sparato. Una donna che teneva in braccio un neonato lavorava come donna delle pulizie. Lavorò per un giorno o due e alla fine uccisero lei e il suo bambino”.

Il documentario “Tantura” di Alon Schwarz ha aggiunto preziose informazioni sul Massacro del maggio 1948 in quel villaggio, situato sulla costa a Nord di Zichron Yaakov, comprese diverse testimonianze di prima mano. “Non ne ho parlato con nessuno”, dice un veterano della Brigata Alexandroni. “Cosa avrei detto, che ero un assassino?” Secondo altre testimonianze, “Un soldato li prese e li uccise nei recinti. Si scatenarono a Tantura, fu qualcosa di orribile.” Un terzo testimone ha ricordato: “Molti furono uccisi. Li ho seppelliti”.

Mentre i registi ebrei si concentravano sulla Nakba nei documentari, gli scrittori arabi sceglievano di pubblicare le memorie dei sopravvissuti in un contesto di finzione. Questo formato, privo di prove a sostegno o note a margine, permetteva agli storici israeliani di ignorare le brutali testimonianze e di considerarle inaffidabili. In un libro pubblicato dieci anni fa: “La Memoria Mi Ha Parlato e Se N’è Andata”, Salman Natour descrive un’esecuzione in modo quasi identico alla descrizione contenuta nei documenti che informano questo articolo.

Segue una scena tratta dal libro che descrive l’invasione di un villaggio arabo da parte dei soldati dell’IDF: “‘Mani in alto!’ Alzarono le mani. ‘Inginocchiati’. Si inginocchiarono a terra. ‘Alzatevi in ​​piedi’. Si alzarono. ‘Consegnate le armi’. Non avevano armi. ‘Tu, tu, tu e tu. Vieni con me’. Quattro giovani, non ancora trentenni.

“Ordinò a un soldato di prenderli e allontanarsi. Si allontanò con i quattro a una distanza di 50 metri. ‘Alzate le mani. Con le spalle al muro.’ Arretrò di qualche metro e premette il grilletto. Sentì dei sussurri: ‘State zitti. State zitti, asini’. Poi gli spari. In pochi secondi i corpi erano davanti ai nostri occhi”.

E qui, quasi in un’immagine speculare, la testimonianza di un soldato sul Massacro di Hula, dal processo Lahis: “Il Tenente Shmuel Lahis mi chiese di 15 persone tra gli abitanti arabi. Scelse i giovani. Mi disse di andare con loro in una casa isolata del villaggio. Il comandante di compagnia era armato. Aveva una pistola e un fucile Sten. Io avevo un fucile.

“Quando arrivammo, il comandante di compagnia disse loro, tramite me, di voltarsi verso il muro. Si voltarono verso il muro. Poi il Tenente Lahis mi disse di chiedere loro dove fossero le armi. Dissero di non averne. Dopodiché, Lahis iniziò a sparare con lo Sten. Sparò a raffiche, e gli arabi implorarono e gridarono, e poi caddero. Le grida e le suppliche non influenzarono nessuno”.

Lo stesso Lahis disse alla Corte che il comandante del battaglione, Avraham Peled, aveva affermato che la compagnia “andrà a compiere la vendetta per conto dei propri commilitoni”. Lahis si rivolse poi al soldato Ephraim Huberman e disse: “Se volete vendicarvi, ce ne sono ancora quattro vivi, prendeteli e vendicatevi”.

Un libro della storica Shay Hazkani (“Cara Palestina: Una Storia Sociale della Guerra del 1948”, Edizioni Università di Stanford; 2021) cita una lettera scritta da una soldatessa che visitò la Galilea, che illumina il tema della vendetta. “Penso che un’occupazione del genere sia opera del diavolo”, scrisse. “I cadaveri arrivavano fino alle ginocchia”. Vide soldati che si comportavano “con terribile brutalità”, ma li capiva per ciò che avevano sofferto. “I primi ragazzi in Galilea, anche a loro dovrebbe essere permesso di scatenarsi e uccidere proprio così, inebriati di vendetta e piacere”.

I lettori di ebraico interessati agli annali della guerra possono consultare le opere di storici e documentaristi israeliani. Ma che dire della parte palestinese? Per molti anni, ricercatori e altri cronisti palestinesi non si sono concentrati sulla raccolta di testimonianze e sull’analisi degli orrori degli eventi relativi alla guerra del 1948.

Le ragioni erano molteplici: il puro desiderio di sopravvivere dopo la brutale espulsione di massa; il raddoppiato impegno nel promuovere la lotta nazionale; la vergogna; il timore di ritorsioni israeliane contro coloro che parlavano; e la dispersione del popolo palestinese in tutto il mondo, dal Medio Oriente al Cile. Tuttavia, nei molti decenni successivi alla Nakba, alcuni raccolsero le testimonianze dei sopravvissuti.

Nel 2017, Adel Manna, storico palestinese e cittadino israeliano, ha pubblicato uno studio intitolato “Nakba e Sopravvivenza: La Storia dei Palestinesi Rimasti ad Haifa e in Galilea, 1948-1956” (in lingua ebraica). Affermava che “i Massacri dell’Operazione Hiram furono organizzati ‘dall’alto’ e avevano lo scopo di provocare la fuga”. Lo storico Morris è stato critico nei confronti del libro, sostenendo che “Manna non ha prove a sostegno di questi fatti”. Ma le prove che continuano a emergere dimostrano che Manna ha ragione: le Forze di Difesa Israeliane hanno avviato Massacri e Omicidi per spingere gli arabi alla fuga. Come ha testimoniato Mordechai Maklef: “Ci doveva essere un elemento di terrore iniziale perché se ne andassero”.

Ma quanto fu esteso questo bagno di sangue? Morris ne elencò 24. Ho già affermato in queste pagine che ci furono decine di atti di questo tipo. Oggi sembra che anche questa cifra sia al ribasso. In questo contesto, uno degli studi più impressionanti sulla Nakba è stato condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Bir Zeit in Cisgiordania, sotto l’egida dello storico palestinese Salah Abd al-Jawad.

Il suo lavoro completo si basa su 300 interviste approfondite con i sopravvissuti, condotte a partire dalla fine degli anni ’90. I ricercatori hanno persino deciso che i testimoni dovessero essere interrogati sotto giuramento. Successivamente, le testimonianze sono state confrontate tra loro e con vari documenti.

Inizialmente, al-Jawad ha concluso che tra il 1947 e il 1949 erano stati perpetrati più di 70 Massacri. Tuttavia, negli ultimi anni, in uno studio di verifica basato su diverse fonti e su un ulteriore gruppo di testimonianze vocali, al-Jawad ha scoperto che si sono verificati almeno 100 Massacri. In altre parole: i civili sono stati Massacrati in un villaggio su cinque conquistati dai militari.

I Massacri possono essere suddivisi in cinque tipologie: uccisioni generalizzate e indiscriminate (Dawayima); uccisioni indiscriminate durante la conquista (Be’er Sheva); uccisioni motivate da un desiderio di vendetta scatenato dalla morte dei soldati (Balad ash-Sheikh); Esecuzione selettiva di un gruppo di uomini non combattenti tramite plotone di esecuzione (Majd al-Kurum); esecuzione di tutti i prigionieri maschi (Hula); e uccisione di civili che cercavano di tornare a casa (Majdal).

La letteratura scientifica aggiornata consente di mappare un gran numero di Massacri con un elevato livello di certezza. Di seguito è riportato un elenco parziale: i tre eventi più gravi, ovvero quelli in cui sono stati uccisi 100 o più civili, hanno avuto luogo a Deir Yassin, Dawayima e Lod. Sei Massacri hanno causato tra le 50 e le 100 vittime: a Jish, sulle pendici del Monte Miron, a Safsaf e Ein Zeitun vicino a Safed, a Salha, al confine con il Libano, ad Abu Shusha, vicino a Ramle, e nel villaggio di Bureir a Nord di Gaza.

Alcune decine di civili furono Massacrati a Tantura, Be’er Sheva, Kafr Inan nella zona di Safed, Tira nella zona di Haifa e Hula, al confine con il Libano. Circa 20 vittime furono uccise a Ilaboun, a ovest del lago Kinneret, a Nasir al-Din, vicino a Tiberiade, a Sabbarin, vicino ad Haifa, ad Al-Bassa, a nord di Acri e in una comunità beduina a Sud di Acri. Ulteriori Massacri degni di nota ebbero luogo a Majd al-Kurum, a Kfar Sava, a Rehovot (nel villaggio di Zarnuga), a Sud di Nahariya e nei pressi di diversi kibbutz: Kabri, Negba e Kfar Menahem.

Nel 2021, una selezione di testimonianze raccolte dal gruppo di al-Jawad, coerenti con quelle raccolte da parte israeliana, è stata pubblicata in forma di libro con il titolo “Voci della Nakba: Una Storia Vivente della Palestina” (Pluto Press). Sulla base di queste strazianti testimonianze, l’autore ha individuato uno schema ricorrente, articolato in quattro fasi, durante le conquiste di quell’epoca: accerchiamento dei villaggi da tre direzioni, terrorizzati da spari e bombardamenti; concessione della fuga di alcuni abitanti nei paesi vicini; assassinio degli abitanti che non se ne andavano, in particolare uomini di età compresa tra i 15 e i 50 anni; e distruzione e incendio di edifici, non di rado con persone ancora all’interno.

Anche questa è un’eredità della Guerra d’Indipendenza.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
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