LIBANO: Resistenza e Stato Compradore! Sulla contraddizione strutturale tra liberazione e dipendenza.

Una prospettiva in netto contrasto con la narrazione dominante presentata dai “nostri” media, che parlano tutti con una sola voce: la guerra attuale è stata imposta al Libano per ragioni del tutto estranee al Paese, al servizio di interessi esterni, come se la base sociale di Hezbollah, e più in generale della resistenza alla politica israeliana e alle molteplici invasioni militari, non fosse libanese e patriottica. Come al solito, questo viene presentato senza alcuna contestualizzazione, e soprattutto senza alcuna profondità storica che implichi la responsabilità di lunga data del progetto coloniale per la regione.

Fonte: Versione in francese

Dott. Tannous Chalhoub – 9 marzo 2026

La guerra contro la resistenza in Libano non è iniziata oggi, ma è realmente iniziata con l’umiliante ritiro di Israele dal Libano meridionale nel 2000, quando il mito dell'”esercito invincibile” crollò clamorosamente. Quel giorno, anche il sistema dei collaborazionisti crollò, e molti dei suoi membri fuggirono dietro l’esercito occupante dopo aver compreso la propria inutilità. Al contrario, l’immagine di una resistenza capace di ottenere la vittoria si affermò agli occhi dei libanesi e degli arabi. Eppure, questa situazione non si è verificata all’improvviso; i suoi semi erano stati gettati con i primi colpi sparati nel cuore dell’occupazione a Beirut nel 1982, con la creazione del Fronte di Resistenza Nazionale Libanese, prima che questa traiettoria raggiungesse il suo apice con la liberazione ottenuta dalla Resistenza Islamica. Come per tutte le liberazioni nazionali, il prezzo pagato dai libanesi fu esorbitante, anzi estremamente esorbitante.

Ma la liberazione del Paese non fu accompagnata da un progetto socio-economico volto a liberarsi dalla dipendenza dal potere imperiale. Un’impresa del genere richiede forze interne capaci di condurre una lotta lunga e complessa contro una struttura economica e politica profondamente radicata. Questo contesto storico fu caratterizzato dal dominio imperialista globale, dalla mancanza di sostegno internazionale ai movimenti di liberazione e dal declino dei progetti di “indipendenza” promossi dai leader nazionalisti arabi in paesi come la Siria e l’Iraq. A livello nazionale, parte della “sinistra” si unì alla struttura di potere esistente e ne abbandonò gradualmente i programmi, mentre il Partito Comunista Libanese sprofondò in una profonda crisi e in un declino politico e organizzativo. Al contrario, Hezbollah, che portò a termine con successo la liberazione militare, era privo di un programma socio-economico che offrisse un’alternativa al modello rentier (1) radicato dalla borghesia compradora in Libano.

Tuttavia, la vittoria militare della resistenza non fu accompagnata da una parallela trasformazione della struttura economica dello Stato. Il Libano è rimasto intrappolato in un modello economico rentier basato su servizi finanziari e bancari e rimesse, un modello che perpetua la sua dipendenza dai centri capitalistici globali. Da ciò è emersa una contraddizione oggettiva: una resistenza che si oppone militarmente al progetto imperialista e uno Stato la cui economia è organicamente legata a quello stesso progetto. In un simile contesto, la vittoria militare, per quanto significativa, è limitata dai vincoli della struttura economica che la sostiene.

Non si tratta semplicemente di posizioni politiche o di alleanze opportunistiche, ma piuttosto della natura stessa dello Stato. Lo Stato libanese, istituito sotto il Mandato, non è stato concepito come uno Stato-nazione pienamente sovrano, ma piuttosto come un quadro per la gestione di dinamiche di potere settarie ed economiche legate a potenze esterne. Questa entità è stata concepita come uno spazio di compromesso tra interessi nazionali e internazionali intrecciati, più che come uno Stato in grado di condurre una lotta duratura contro il sistema egemonico globale. Da qui la tensione pressoché costante tra un movimento di resistenza che cerca di imporre un’equazione sovrana e una struttura statale la cui funzione primaria è quella di impedire tale confronto.

Inoltre, l’ostilità verso la resistenza all’interno di alcuni ambienti libanesi non si limita a disaccordi sulle armi o sui rapporti con Israele, ma riflette anche una paura sociale e di classe riguardo alle trasformazioni che il riequilibrio del potere portato dalla resistenza potrebbe generare. L’emergere di forze sociali storicamente emarginate all’interno della struttura politica ed economica del Paese minaccia la gerarchia tradizionale che ha governato la società libanese per decenni. Ciò porta alcune élite a percepire la resistenza non solo come una forza militare, ma anche come un potenziale catalizzatore per la ridistribuzione del potere all’interno della società stessa.

È qui che risiede la domanda fondamentale sollevata da questo sviluppo: un progetto di resistenza a lungo termine può davvero radicarsi in uno Stato la cui struttura economica e politica si fonda su una logica di dipendenza? Oppure questa contraddizione strutturale continuerà a perpetuarsi attraverso crisi successive?

In questo contesto, il settarismo in Libano sembra essere molto più di una semplice “malattia” passeggera che può essere curata con riforme politiche. In sostanza, è la forma storica specifica della struttura di potere del Paese, e la sua funzione primaria è quella di garantire la perpetuazione della dipendenza economica e politica, servendo gli interessi del centro imperialista all’estero e della borghesia compradora all’interno del Paese.

Dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, l’imperialismo americano ha cercato di rimodellare la regione araba al di là dell’accordo Sykes-Picot, che riteneva incapace di garantire i propri interessi strategici. L’obiettivo primario era integrare il progetto sionista nella regione come parte integrante del suo sistema politico ed economico, capitalizzando sul declino storico del movimento arabo di liberazione nazionale e sullo spostamento del baricentro della causa palestinese da movimento di resistenza a autorità coesistente con l’occupazione. In questo contesto, la resistenza in Libano ha costituito uno degli ostacoli più significativi a questo progetto, spingendo Israele a lanciare la sua devastante guerra contro il Libano nel 2006, nella speranza di schiacciare la resistenza e imporre condizioni di resa. Tuttavia, l’esito della guerra ha contraddetto queste aspettative. Nonostante le immense distruzioni, le perdite di vite umane e gli sfollamenti di popolazione, la resistenza è riuscita a impedire all’esercito israeliano di raggiungere i suoi obiettivi politici e militari, infliggendogli persino una sonora sconfitta.

Dopo il 2005, e di fronte alle trasformazioni politiche del Libano, le forze politiche contrarie alla resistenza – che rappresentavano essenzialmente gli interessi della borghesia libanese legata a interessi stranieri – passarono da una difficile coesistenza con la resistenza armata a un’aperta ostilità, sostenuta dagli Stati del Golfo e direttamente orchestrata dagli Stati Uniti.

Con la battaglia di Al-Aqsa e l’ingresso della resistenza libanese nella guerra di supporto, la retorica anti-resistenza raggiunse livelli di istigazione senza precedenti. Non si limitò ad attaccare la resistenza stessa, ma si estese all’ambiente sociale che ne costituiva la principale base di sostegno, rilanciando immagini storiche di emarginazione e sfruttamento sociale subite da ampi segmenti di questo ambiente. Questa retorica mescolava critica sociale con incitamento all’odio settario e alla ridicolizzazione di usanze e rituali religiosi, in un chiaro tentativo di distruggere il tessuto sociale e alimentare le divisioni interne, favorendo così la pianificata frammentazione della regione.

Oggi, la resistenza libanese sta attraversando una fase estremamente difficile, a causa dell’aggressione americano-sionista in corso contro l’Iran e il resto dell’asse della resistenza. Deve confrontarsi non solo con la macchina di distruzione israeliana, ma anche con forze interne che hanno apertamente allineato la propria agenda politica all’asse americano-israeliano e sono arrivate a mettere a repentaglio la pace civile per spezzare o disarmare la resistenza. Dopo la guerra di sostegno e le sconfitte subite dalla resistenza, gli Stati Uniti hanno lavorato per ristrutturare il potere in Libano – politicamente, giudiziariamente e in termini di sicurezza – in conformità con il loro piano di annessione del Libano nell’ambito degli Accordi di Abramo. Ciò è stato accompagnato da un’intensa guerra mediatica e psicologica volta a indebolire la base di sostegno della resistenza e a esaurirne le risorse umane e politiche.

La fermezza dell’Iran e la continua resistenza in Libano di fronte a questa guerra esistenziale potrebbero, col tempo, stabilire un nuovo equilibrio di potere che costringerebbe l’ostile alleanza imperialista-sionista a fare concessioni. Tuttavia, dopo tutti questi sacrifici, rimane aperta una questione politica e morale: come può una resistenza che ha condotto una lotta esistenziale per difendere la patria coesistere con forze interne che non solo si sono opposte ad essa, ma si sono addirittura alleate con i suoi nemici per annientarla?

(1) In scienze politiche e teoria delle relazioni internazionali, uno Stato rentier è uno Stato che ricava la maggior parte, se non la totalità, del proprio reddito nazionale dalle rendite generate dalla vendita di risorse nazionali a clienti esterni. Questa teoria è stata formulata da Hossein Mahdavy nel 1970.

Traduzione a cura di: Rosario Citriniti
Gli articoli del BLOG Invictapalestina.org
Eventi a noi segnalati: Eventi

Disclaimer: non sempre Invictapalestina condivide le opinioni espresse negli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire e approfondire gli argomenti da noi proposti. I contenuti offerti dal BLOG sono redatti/tradotti gratuitamente con la massima cura/diligenza, Invictapalestina tuttavia, declina ogni responsabilità, diretta e indiretta, nei confronti degli utenti e in generale di qualsiasi terzo, per eventuali imprecisioni, errori, omissioni.